RAMONES – Pleasant Dreams (Sire)

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Se la produzione di Spector era stata criticata dall’ala dura dei fans, quella di Graham Gouldman per Pleasant Dreams non può che essere difesa da un avvocato di parte. E magari anche strapagato.

Non mancano i numeri buoni, come in ogni disco dei fratellini, dal primo all’ultimo:

Dee Dee scrive ad esempio una cosa come You Sound You‘re Sick e Joey ci concede una festosa It‘s Not My Place (In the 9 to 5 World) da annoverare tra i capolavori della sua carriera (con tanto di ponte centrale chiaramente ispirato ai Who di A Quick One, NdLYS) dimostrando che il vero calo non è qualitativo ma comunicativo. Lo dimostrano altre chicche del periodo che vengono escluse dalla track list dell’album (Stares in This Town, Kicks to Try) e che rappresentano una band con in mano ancora delle cartucce inesplose ma potenzialmente in grado di buttare a terra tanti fantocci che col termine punk hanno sistemato i propri conti in banca. Le scelte produttive di Gouldman che mirano a piallare il suono della band e ad esaltare i livelli del mixer destinati alle voci (quella di Joey ma anche i cori affidati a Dee Dee, a Debbie Harry dei Blondie, a Kate e Cindy dei B-52‘s, a Russel Mael degli Sparks e allo stesso Gouldman) avvicinandolo alle produzioni mainstream del periodo (valgano per tutte Come On Now con tappeto di tastiere, ritmo incalzante e cori alla Herman‘s Hermits e Sittin’ in My Room con passo killer di chitarra) sono destinate però a fallire precludendo alla band da un lato le simpatie della scena hardcore che si sta imponendo in quegli anni e dall’altra mancando le classifiche che si era proposta di centrare dopo l’esplosione a modulazione di frequenza di Baby, I Love You.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

The_Ramones_-_Pleasant_Dreams-Remastered_&_Expanded,2002

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HÜSKER DÜ – New Day Rising (SST)

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Lo stesso mese in cui il titanico Zen Arcade invade, cambiandolo per sempre, il mercato hardcore americano, gli Hüskers si chiudono negli studi Nicollet della loro città per registrare New Day Rising. E’ un disco che mesce nell’ eccentrica ricetta di rumore e melodia messa a punto sul disco precedente.

Un disco dove la rabbia dell’hardcore si è definitivamente stemperata nel dolore e nell’introspezione e i ricordi si accumulano fino a soffocare ogni cosa. Il rumore però, quello non è scomparso. Si è ammassato formando cumuli di macerie che hanno seppellito l’infanzia e l’adolescenza.

Cataste sotto cui sono sepolti i nostri sogni e i nostri eroi.

Quelli che muoiono sempre, come dice Mould su Folklore.

Anche quando sembrano carichi di vita, come gli Hüskers di New Day Rising, stanno già lentamente cominciando a marcire.

Ma i tre di Minneapolis, nonostante il grosso seguito che hanno cominciato ad avere, si rifiutano di essere gli eroi di chicchessia. Quello che portano sul palco e dentro ai loro dischi è una vicenda personale, personalissima. Che poi dentro quelle parole cantate a denti stretti da Mould e da Hart ci si rispecchi la disillusione di una intera generazione è un fatto sintomatico ma assolutamente non secondario della forte identificazione che la vecchia comunità indie e punk riusciva a celebrare con i propri idoli. Soprattutto con chi ha una radice popolare e operaia come loro.

Gli Hüsker Dü sono in questo assolutamente credibili.

Non hanno nessuna maschera, nessuna posa, nessuna divisa. E quando qualcuno li fotografa tutti assieme sono la cosa meno armoniosa che si possa guardare. Non sono una rock band ma tre clienti qualunque di una friggitoria qualunque di una qualunque città della provincia americana. Tre avventori che non hanno nulla da condividere e che con molta probabilità finiranno a scazzottarsi per strada dopo aver ingurgitato qualche hot-dog alla senape e aver tracannato qualche birra a buon mercato. Eppure tutti assieme qualcosa riescono a dirla davvero, ancora una volta. Sotto una tempesta di chitarre e di urla c’è un universo di immagini e di storie, di libri sugli ufo e di ragazze che vivono sulla collina del paradiso, di consigli su come scuoiare un gatto e di occhi che, stanchi di guardare uno specchio sempre più opaco, adesso fissano il muro.

Parole che spesso girano vorticose come il gorgoglio di un lavabo sturato dalla soda caustica. Che tornano, ossessive, pressanti, maniacali ed incalzanti (New Day Rising, Plans I Make, How to Skin a Cat), sotto una musica che è amore mascherato di odio.

 

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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PETER PERRETT IN THE ONE – Woke Up Sticky…plus (Edsel)    

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Quando nel 2004 i Libertines lo citano tra i loro eroi, molti pivellini passati da qualche mese a sfogliare il NME o Rumore si guardano attorno smarriti ed increduli. Who the f**k is Peter Perrett???? All’epoca Peter era uno che aveva già scritto una delle più belle canzoni di sempre, che aveva già sciolto due bands, che era riemerso dal nulla dopo 13 anni di silenzio per ripiombare nell’oscurità per altri dieci, prima che uno spot della Vodafone gli mettesse finalmente in tasca qualche meritato spicciolo per l’uso massivo di Another Girl, Another Planet. Questo era il disco che aveva spaccato il silenzio, nel ’96: un disco in cui l’amore per Barrett e Lou Reed si manifesta in 11 pezzi (14 in questa bellissima ristampa, NdLYS) che lo avvicinano all’estro onirico di Robyn Hitchcock e Paul Roland e arricchiscono il suo breviario di rock decadente con due pezzi come Falling (con un attacco forgiato sul prototipo di Ag/Ap) e Land of the Free. Ecco chi ca**o era Peter Perrett.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ENGLAND‘S GLORY – Legendary Lost Album (Anagram)    

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Molto prima di scrivere una delle dieci canzoni DECISIVE dell’era new-wave (Another Girl, Another Planet, qualora vi stiate chiedendo quale sia, NdLYS) Peter Perrett aveva già iniziato a praticare l’underground inglese, totalmente plagiato dall’ascolto di Transformer di Lou Reed e assuefatto al rock decadente delle icone Bowie/Pop/Bolan. Peter in seguito negherà questa influenza chiamando a sua difesa il folk urbanizzato di Dylan, ma in questi 13 pezzi registrati in soli 5 giorni nel Gennaio ’73 e tra cui figurano le primitive versioni di City of Fun e Peter and the Pets poi rielaborate dagli Only Ones si avverte la stessa grigia e annoiata indolenza che volava sul Satellite of Love di Reed per atterrare con l’Astral Plane dei Modern Lovers sulla Good Feelings delle Violent Femmes: l’urbanità marcia, torbida e deviata di quelle ballate metropolitane cariche di tubi al neon e sporcizia accumulata ai bordi delle avenues americane.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MONSTER MAGNET 25 – Tab… (Glitterhouse)

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Nel 1991 i Monster Magnet si avventurano, imbottiti di droghe fino a scoppiare, nel più agghiacciante viaggio interstellare mai partorito da mente umana.

Quello che viene considerato per numero di brani un extended play, dura in realtà quanto Spine of God, l’album licenziato dalla band del New Jersey lo stesso anno.

Il merito è soprattutto della lunghissima traccia che intitola il disco, una abominevole e aberrante cavalcata cosmica di oltre trentadue minuti.

Tab… è un mostruoso monolite di chitarre acide, oscilloscopi in panne e voci galattiche che si trascina per oltre mezz’ora con l’intenzione di scardinare le porte di Orione per poi abbandonarci in un punto indefinito dell’universo.

Un blob di mercurio vischioso che sembra colato giù come muco dalle viscere di bronzo di Thanatos. Le chitarre e gli effetti si sovrappongono e si aggrovigliano in un’immagine incestuosa e deforme di vizio e perversione, ricoprendosi di polveri stellari fino a raggiungere un peso insostenibile che sembra volerci schiacciare sotto la sua enorme mole.

Tab… è un osceno invito a superare ogni eccesso, a smorzare ogni milligrammo di lucidità sensoriale fino ad estinguere ogni neurone, un’ellittica odissea che fonde le folli imprese di Hawkwind, Stooges e Black Sabbath.

Il suono si fa virulento ed impenetrabile nei primi minuti del pezzo successivo, prima di deflagrare in una lunga scarica di distorsioni e riverberi dietro i quali si staglia una sinistra figura di synth che allunga la sua ombra su Longhair, una chiassosa garage-song strumentale figlia delle bave fuzz dei Mudhoney che viene stuprata dalle fughe chitarristiche che ne dilaniano la coda.

Lord 13 infine, col suo tappeto di percussioni e lo strumming ossessivo di chitarre sordinate rispetto alla furia inaugurale, rappresenta una sorta di porto d’attracco in un pianeta saturo di esalazioni sulfuree emanate dai gayger che ne crivellano la superficie.

Uno dei dischi chiave di tutto lo space-rock, grondante di elettricità e di follia.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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