JOE STRUMMER AND THE MESCALEROS – Global a Go-Go (Hellcat)

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Il migliore album dello Strummer post-Clash esce all’alba degli anni Zero mettendo finalmente a fuoco le intuizioni di Sandinista! e Combat Rock e aggiornandole secondo le prospettive terzomondiste che il successo planetario di Manu Chao ha reso attuali e popolari. Rispetto alla fisionomia occidentale del primo disco dei Mescaleros, Global a Go-Go sfoggia un vero e proprio carnevale strumentale con un ampissimo uso di strumenti a percussione, mandolini, violini, strumenti a fiato abbinati a un uso pacato ma per nulla accessorio dell’ elettronica e dei riverberi (loop, sequencer, drones, camera d’eco).

Un album di una bellezza umile ma nondimeno trionfante, ben riassunta nel pezzo che intitola l’album, con la voce di Joe che riesce davvero a toccare ogni nostra corda emozionale contrappuntata dai cori di Roger Daltrey.

Strummer che diventa un ragazzo di Kingston.

Un ragazzo di Bahia.

Un ragazzo di Santiago.

Un ragazzo di Mogadiscio.

Un ragazzo delle favelas.

Un ragazzo delle bidonville.

Un ragazzo delle banlieue.

Circondato da cinque buskers che suonano sognando il verde dell’Irlanda o il giallo oro del Brasile, sfilando sui carri dell’ultimo carnevale giamaicano di Strummer.

 

 

                                                                                         Franco “Lys” Dimauro

 

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CCCP FEDELI ALLA LINEA – 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età (Attack Punk)

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Al principio era il Verbo, al principio era Pravda.

E prima del principio c’era la musica dei CCCP, padani bolscevichi Fedeli alla Linea.

Nati nel 1981 sotto le volte del Kreuzberg di Berlino e morti al compimento del secondo piano quinquennale nelle campagne reggiane che li avevano accolti per la stesura e la registrazione di Epica Etica Etnica Pathos. Il 3 Ottobre 1990 non a caso, il giorno in cui le Berlino Est e Berlino Ovest disgiunte protagoniste della loro Live in Pankow diventano una cosa sola.

In mezzo, c’era stato di tutto: dagli sputi dei primi concerti all’Armata Rossa sull’attenti durante l’esecuzione di A Ja Ljublju SSSR in una Mosca d’altri tempi, dalle shockanti esibizioni televisive al passaggio, inaudito all’epoca per una band con tali requisiti sovversivi, da una minuscola label punk di periferia ad una major come la Virgin, collaborazioni talmente out da rasentare l’oscenità (Amanda Lear) e performances musical-teatrali che lasciano sgomenti e turbati non solo i servizi d’ordine ma gli stessi spettatori.

I CCCP nascono dall’unione di un cantante non-cantante e di un chitarrista non-chitarrista affascinati dall’iconografia sovietica, dalle musiche mediterranee, dalla destrutturazione del punk radicale e della scena industrial-punk tedesca, dalle arie da balera della loro terra di origine e dalle musiche liturgiche e partigiane.

Una ricetta apparentemente indigesta che diventa un piatto esplosivo quando esordiscono con il primo 45 giri: vinile rosso socialista e copertina sfogliabile che traccia, assieme alle epistole martellanti di Live in Pankow, Spara Jurij e Islam Punk, il perimetro dentro cui si muove la prima musica dei CCCP: chitarre-grattugia, voce salmodiante, batteria elettronica fredda e incalzante, nomi, slogan, citazioni e proclami glaciali di fede al Partito e al Patto di Varsavia. Una scenografia ripercorsa con analoga convinzione su Compagni Cittadini Fratelli Partigiani: sono Stalingrado e la pianura padana ad affacciarsi l’una sull’altra e a regalare tra l’altro una delle tracce storiche dei CCCP: Emilia paranoica. È l’altra faccia dell’Emilia moderna, efficiente, organizzata e progressista, quella più cruda e reale afflitta dalla noia e totalmente incolore, illuminata solo dalle insegne rosse delle cooperative di sinistra. Un immaginario che diventerà il tracciato dell’Emilia cantata negli anni ’90 da Massimo Volume e Santo Niente e negli anni zero da Offlaga Disco Pax e Le Luci della Centrale Elettrica.

Non a caso Emilia paranoica, con leggere modifiche (come l’intro reinciso in reverse) sarà riutilizzata per chiudere la scaletta del primo disco “adulto”: 1964-1985 – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi, del conseguimento della maggiore età  ha, già dal titolo, quell’ imponenza da architettura commemorativa, da monumento storico, da ara venerabile e maestosa che fanno parte dell’ iconografia multimediale dei CCCP.

E tale diventerà, nel corso degli anni: un mausoleo del punk italiano.

Il NOSTRO Never Mind the Bollocks.

Con la faccia austera di Palmiro Togliatti al posto di quella della Regina Elisabetta.

Un disco che si agita tra rigore e delirio, con i piedi ben piantati in Padania e gli occhi che guardano oltre il muro di Berlino, impregnato di un’ ironia caustica che la voce vitrea di Ferretti rende inaccessibile al sorriso.

E d’altra parte c’è, in queste dieci canzoni, una disumana impassibilità davanti allo scorrere della vita, l’ibernazione delle emozioni, l’ipotermia dei sentimenti, l’atrofizzazione del muscolo cardiaco ben rappresentato dal passo marziale della drum-machine che sottolinea le parole meccaniche della lingua ferrettiana.

Non potendo più scegliere di morire giovane Ferretti decide di non vivere affatto, negando a se stesso il brivido di ogni emozione condivisa (sessuale, amorosa, affettiva, relazionale) o azzerando ogni esigenza e soffocando ogni virtù privata con un’abnegazione da monaco zen.

Non c’è scontro, dentro il punk dei CCCP Fedeli alla Linea.

Non ci sono barricate.

Non indicano il giusto, perché il giusto non esiste (Fedeli alla linea, e la linea non c’è…).

Sceglie solo di allontanarsi dal moderno.

Perché l’ergonomia del benessere rende pigri.

E la pigrizia ci fa diventare vulnerabili e sazi.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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SUFJAN STEVENS – (Come On Feel the) Illinoise (Asthmatic Kitty)    

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Da qualche parte qualcuno continua a chiamarlo menestrello ma Sufjan è piuttosto un compositore complesso, con una passione smodata per gli arrangiamenti sofisticati e ricercati. Figlio di Burt Bacharach più che di Pete Seeger, senza tema di smentite.

L’antinomia alla dottrina low fi che ha partorito la “scena” neo-folk degli anni Novanta, con una logica da kolossal che sembra stridere con la fragilità che il concetto di “menestrello” evoca. È come se Paul Simon suonasse l’Aida.

Un gusto per la ridondanza e l’enfasi che Sufjan amplifica con titoli quanto meno estrosi e prolissi e un’aria da sequel hollywoodiano che sorpassa il concetto stesso di “concept-album” per diventare uno spin-off da blockbuster. Illinoise, ad esempio, è la seconda “puntata” di una ideale (e, credo, irrealizzabile NdLYS) serie dedicata agli stati americani. Un disco dalla gestazione movimentata, non tanto sul piano artistico (le “riprese” dureranno praticamente pochissimi mesi, tra l’autunno del 2004 e l’inverno dell’anno successivo, con le implicazioni metereopatiche e le suggestioni che questo implica) quanto su quello concettuale-iconografico. Succede così che il superman che vola tra i grattacieli di Chicago sotto gli occhi di Al Capone viene rimosso su pressioni della Marvel e sostituito con dei palloncini “virtuali” (nel senso che sulla copertina della seconda tiratura il cielo appare sgombro, ma se inserite il cd nel vostro Media Player, li vedrete apparire come per incanto, NdLYS) e il titolo storpiato dal “Come on feel the IlliNOISE” che campeggia sul fronte della cover, a un più canonico ILLINOIS stampato sulle alette laterali.

Un senso di incertezza che il disco in fin dei conti ribadisce: l’effetto delle partiture di Illinoise è a tratti straniante, perché l’intero album lavora per “immersione”. Lo spettro acustico si riempie, gradualmente, fino a traboccare. The Predatory Wasp, a circa metà dell’Opera, ne è un po’ l’emblema: si apre timida, canterburyana, sommessa fiorendo poi di violini prima di tramutarsi in un gospel corale che sa di Polyphonic Spree ma anche di certe progressioni armoniche reiterate care a Enya.

Sfarzoso e ingannevole, lo sfavillio di Illinoise è la celebrazione del sogno Americano. Infranto (come su John Wayne Gacy Jr.), patriottico ed epico (The Great Frontier), religioso (The Seer’s Tower), semplicemente disperato (Chicago) ma comunque narrato con lo slancio di una Odissea contemporanea. E Sufjan è un Omero che scrive tra mille voci di sirene.

                                            

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SIRENS – More Is More (MuSick)    

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Adoro le Sirens e il loro concetto tamarro di rock ‘n roll. Zeppone, latex, miniskirts, pailettes, chitarre dorate e Ray-Ban™. L’incarnazione dell’incoscienza del rock ‘n roll, fotografata nella sua stagione più volgare e cafona: quella dell’apoteosi glam di Sweet, Slade, Boys, Rail, Bowie su e giù per la storia più colorata del teen-rock: dalle Shangri-Las di Right Now Not Later fino alle parodie glam di quel cult di celluloide che fu Hedwig & The Angry Inch transitando per gli MC5 del secondo disco. Patte gonfie di salviettine e passere spaccate in due dalle cuciture di raso, come grandi conchiglie fluorescenti, chewing gum appiccicate sulle palette delle chitarre e camerini stracolmi di trousse, lacche e riviste porno-soft. Rock ‘n roll sganciato dalla realtà, che ha vita parallela. Un suo ossigeno, una sua mappa coronaria, un suo ciclo mestruale.

                                            Franco “Lys” Dimauro

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LINK WRAY – Early Recordings (Chiswick)    

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Link Wray e la sua orchestra: ovvero la sua Danelectro, un basso, un drum-kit. Raramente, qualche accordo di organo o, ancora più di rado, un latrato da cane arrapato. Tutta l’essenzialità del rock ‘n’ roll, il suo concetto stesso, la sua forma-base sono qui dentro, in questi 14 brani che Link incise per la Swan Records tra il ’63 e il  ’64. I Cramps (Fat Back), i Gories (la cover fangosa di Hidden Charms), i Raunch Hands (Run Chicken Run) risuonano qui dentro, come chiusi in una gigantesco vischioso blob. Un cartoon popolato da mille personaggi inquieti, paradossali o sovraumani. A volte minaccioso e carico di misurata tensione (Rumble, The Shadow Knows), altre volte semplicemente esilarante e incalzante (chi dimenticherà il chiocciare di Run Chicken Run, o il trottare da film western di Cross Ties?), il suono di Link è una di quelle cose che ci porteremo sempre dentro, col rispetto che merita.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BACK IN SPADES – The Time Is Now (Savage Beat!)

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Jackson di cognome fa Smith.

In pratica un “signor Nessuno”.

Solo che suo padre di nome fa Fred. Inteso “Sonic”.

E sua mamma Patti.

Non proprio degli Smith qualsiasi dunque.

Prima di diventare famoso nel gossip alternativo per aver preso il posto di Jack White tra le lenzuola a strisce bianche di Meg, suona come chitarrista dentro questa band di Detroit, con la stessa furia che fu del padre.

E, quando capita, pure le stesse canzoni.

City Slang, imbizzarrito cavallo di battaglia della Sonic‘s Rendezvous Band di papà, è il primo pezzo che provano e l’ultimo in scaletta ad ogni concerto.

Così che finisce anche come traccia conclusiva di questo loro disco.

Fumante come la prima volta che venne sfornata.

Se avete presente “cosa” era quel pezzo, avete capito cosa e come suonano i Back In Spades. Non potete sbagliare.

Torrenti di chitarre.

Fiumi di chitarre.

Detroitiane, sicuramente. Ma io ci sento dentro anche dell’altro.

Ci sento la Minneapolis di Replacements e Hüsker Dü su Detroit Slums e Better Than I Was Yesterday, la Portland di Lollipop Shoppe e Dead Moon in No Sympahty, la Boston di Buffalo Tom e Anastasia Screamed su Cowboys and Indians anche se è il suono sciolto negli altiforni di Ann Arbor di Baby‘s Getting Higher e di Five Years Ahead quello che ti lascia le ustioni sulla carne e i bubboni su ogni linfonodo.

Nessuno cambierà più la storia del rock, nemmeno i figli di chi l’ha scritta.

Però ogni tanto un buon ripasso è ugualmente opportuno.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SATELLITERS – Where Do We Go? (Dionysus)

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Voi ci credete che la versione di Abba che apre il disco sia registrata veramente dal vivo? Io nemmeno se mi infilano la testa sotto la gonna di una delle tremila ragazzine urlanti che si sentono per tutta la durata del pezzo, manco fossero davanti ai Beatles.

Poco importa perché, bufala o no, i Satelliters ci regalano una bellissima versione del minor-hit dei Paragons che fa da preludio a quello che è, a oggi, il miglior disco del combo tedesco, un perfetto juke-box di citazioni sixties, a volte talmente sfacciate da rasentare la parodia (Hide Your Time è una perfetta gag degli Electric Prunes). I Satelliters suonano oggi come un intero volume delle Nuggets, riuscendo ad interpretare egregiamente ogni variazione beat-punk, dalle più acide alle più debosciatamente punk.

Covers e originali corrosi dal fuzz e vibranti di tremoli psichedelici, degeneri garage-songs inzuppate nel miele di Music Machine e Cynics, ciondolanti tra folk-rock e punk da cavemen. Dove stiano andando, gli scavafosse tedeschi pare chiaro a tutti: alla conquista del trono lasciato vacante dagli Unclaimed.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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