STAN RIDGWAY – Neon Mirage (A440)

Da qualche anno non riesco più ad immaginarmelo all’impiedi.

Stan Ridgway affiancato da sua moglie e circondato dai suoi musicisti, seduto tra vibrafoni, armoniche blues, chitarre folk, fisarmoniche, flauti traversi e marimbas.

È così che lo immagino.

Ridgway non è più quello che era una volta.

Nessuno lo è, fatta eccezione per Rudi Protrudi, Pippo Baudo e me.

Suppongo viva una vita benevola, appena fuori dal centro abitato. In una di quelle ville dove il legno ha bisogno di essere tinteggiato ogni due anni perché conservi quel bianco-ambulatorio e il giardino richiede non solo il pollice verde ma anche l’operosità delle restanti dita.

Tra una pennellata allo steccato e una potatura ai cespugli di rose lo immagino salire in soffitta, imbracciare la sua chitarra preferita, sedersi su una panca fatta col legno del ficus che ha dovuto sradicare tre anni prima per far largo al nuovo abete e raccontare qualche storia.

A Stan piace raccontare storie.

Lo ha sempre fatto e lo ha sempre fatto egregiamente.

Sa raccontare i dettagli che nessun altro vede.

Come quando passa una bella donna per strada e, mentre tutti commentano la forma del suo culo, Stan invece ci racconta il dettaglio della cucitura dei suoi pantaloni satinati o il numero di passi che ha regalato al marciapiede prima di allontanarsi seguendo il suo sogno che nessuno, tranne ancora una volta Mr. Ridgway, sembra aver colto nel suo passo deciso.

Spesso qualche storia finisce su disco.

E dal disco dentro un pacchetto di file.

E da un pacchetto di file dentro una piattaforma per file multimediali.

E da questa piattaforma dentro una porticina USB.

E da questa porticina su un supporto compatibile.

Poi, se ne perdono le tracce.

La musica di Stan Ridgway è a quel punto in ogni parte del mondo.

Le sue storie, storie per tutti.

E puoi immaginarti di stare in soffitta con lui, a rassettare i suoi attrezzi per il giardinaggio mentre lui, alle tue spalle, ti suona un pezzo di Dylan (Lenny Bruce), una bossanova mariachi (Desert of Dreams), uno scarto di musica western che deve essergli avanzato dai tempi dei Wall Of Voodoo (Neon Mirage), una ballata noir che pare rubata ai Morphine (Turn a Blind Eye), un reggae da confine texano (Flag Up On a Pole), una Day Up In the Sun ciondolante come un pezzo dei Crash Test Dummies o un quasi-Santana come Scavenger Hunt che solo la sua voce e la sua armonica riescono a salvare dal salto nel baratro delle banalità.

Poi Stan guarda giù dalla finestra.

C’é un corvo rimasto intrappolato tra i rami di un albero di pino.

Stan scende e lo va a liberare.

Domani avrà quest’altra storia da raccontare.

E anche se magari sarà noiosa come la Behind the Mask che scorre per sei minuti strazianti quasi in chiusura di questo Neon Mirage sai che ascolterai anche quella, anche a costo di socchiudere gli occhi.

Purchè zio Stan ti rimbocchi le coperte.

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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