THE WHO – Quadrophenia (Track)

Nel 1973 gli Who danno l’estremo saluto al mondo dei mod, con la prosopopea e la solennità che li contraddistingue ormai da qualche anno, giocando con tutti i luoghi comuni della comunità mod inglese: gli scooter, i parka, la spiaggia di Brighton, le anfetamine, le giacche sartoriali (oltre che a un nemmeno tanto subdolo momento di autocelebrazione delle proprie origini su Cut My Hair, dove viene ripreso e riadattato parte del testo della Zoot Suit del loro primissimo singolo, NdLYS).  

Una nuova opera rock, dunque. Che stavolta suona quasi come un monumento funebre a quello che gli Who avevano rappresentato e che adesso si erano stancati di rappresentare. Ma, in maniera forse più celata, un escamotage artistico per manifestare la schizofrenia che si è impossessata della band.

Jimmy Cooper, in realtà, non è altro che lo stesso “corpo” degli Who.

I quattro profili schizofrenici che ne dilaniano la personalità, non sono altro che le peculiarità di ogni singolo componente del gruppo. Ognuno sempre più distante dagli altri, ognuno già impegnato a costruirsi un’identità artistica indipendente. Il clima in cui viene generato Quadrophenia è infatti uno dei più turbolenti della storia della band inglese, con un Keith Moon sempre più folle e sempre più stranito e Pete e Roger che se le danno di santa ragione.

Presentato in una confezione grafica esemplare con trentasei scatti in un bianco e nero post-industriale realizzati da Ethan Russell tra Londra, Brighton, Cornwall e Goring, Quadrophenia è il risultato della scrematura di quindici ore di registrazioni e di cinquanta canzoni che nell’idea originale avrebbero dovuto occupare ben otto facciate di vinile, concepite secondo la rivoluzionaria tecnica quadrifonica che avrebbe amplificato il concetto di separazione e di fusione alla base del disturbo dissociativo di identità che rappresentava il leit-motiv dell’opera.

Un progetto mastodontico ridimensionato in un doppio album con diciassette canzoni che si apre con lo scrosciare delle onde del mare che si rifrangono sugli scogli di Brighton, una registrazione ambientale catturata dallo stesso Townshend su un registratore a nastro in omaggio alle origini della band che proprio nell’ acquario della cittadina inglese aveva tenuto i primissimi concerti, dieci anni prima.

Le brevissime sequenze melodiche che le vengono sovrapposte rappresentano le quattro “facce” degli Who, poi via via rielaborate lungo il corso del lavoro singolarmente (Helpless Dancer, Doctor Jimmy, Bell Boy, Love Reign O’er Me) o organizzate in mini suite strumentali come Quadrophenia o The Rock.

La location è la stessa della scena iniziale del film che ne verrà tratto sei anni dopo e che ne rappresenta l’epilogo con la distruzione dello scooter e, quindi dell’ illusione del sogno mod del protagonista attraverso il suo simbolo-chiave, rappresentato in copertina nello splendido, iconografico scatto di Graham Hughes.

Il mare, che torna protagonista su larga parte del secondo disco (Sea and Sand, The Rock, Drowned, Love Reign O’er Me), rappresenta tuttavia non la semplice distruzione di un sogno ma solo della sua natura effimera, volendo invece simboleggiare una elevata rinascita mistica (con ovvi riferimenti all’“Oceano d’Amore” con cui Maher Baba amava descrivere se stesso, NdLYS).

Musicalmente, lo stile degli Who non cede alle facili lusinghe di un passato glorioso continuando il suo inarrestabile percorso di sperimentazione con la costruzione di musiche elaborate e complesse che corteggiano l’ elettronica e le orchestrazioni senza tuttavia diventare cerebrali o impenetrabili.

Il lavoro di Entwistle al basso raggiunge vette espressive e virtuose da capogiro, fungendo da insostituibile collante tra le chitarre di Townshend e le pelli di Moon mentre Roger Daltrey conferma lo stile vertiginoso inaugurato con Tommy.

Quadrophenia chiude, forse anche consapevolmente, la sequenza dei dischi fondamentali degli Who. Dagli scogli di Brighton viene dato in pasto alle onde il passato, il presente, il futuro di una delle più belle storie della musica rock inglese.    

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro  

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