CCCP FEDELI ALLA LINEA – Socialismo e barbarie (Virgin)    

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Affinità-Divergenze crea disordine in una giovane Italia musicale che sta a fatica trovando una sua identità e fa girare il nome dei CCCP fuori dai circoli politici e culturali di nicchia, richiamando l’attenzione della Virgin.

Ne vengono fuori un album e un 45 giri travagliati e aspramente criticati dal nocciolo duro dei vecchi “discepoli” (famosa l’accusa di “fedeli alla lira” mossa da un fan sulle pagine di Rockerilla, lettera a cui i CCCP avrebbero risposto per le rime sull’ album successivo, NdLYS), artisticamente di certo aperto a formule più complesse, sfaccettate, multiformi.

Ci sono gli ennesimi proclami di amore verso la cultura socialista dell’Est Europa (in apertura di ogni facciata e stavolta con toni maestosi da trionfalismo patriottico, NdLYS) ma c’è anche molto altro: il punk incalzante e grezzo degli esordi occupa solo la prima parte del disco (nella nuova tomografia assiale computerizzata dell’Emilia “sazia e disperata” offerta da Rozzemilia, in quella sorta di Mi ami? # 2 che è Per me lo so, nell’atto di accusa verso il punk falsamente militante di Tu menti) mentre per il resto il registro si apre alla musica etnica, alle arie clericali, ai numeri da cafè-chantant, alla tradizione del liscio romagnolo e anche ad una autentica e “barbara” trasgressione tribal-industriale come Stati di agitazione che in realtà riemerge dal primissimo “canzoniere” sperimentale del periodo berlinese dei CCCP.

La musica del gruppo emiliano si sgancia dunque dalla rigida disciplina degli esordi e si fa più permeabile e mediterranea, sfumando gli orizzonti grigio-piombo dell’Est e delle catene di montaggio verso le tonalità color sabbia, ocra e seppia del mondo arabo che da sempre affascina Ferretti e Zamboni al pari dell’immaginario sovietico.

Con Socialismo e barbarie i CCCP Fedeli alla Linea installano il loro rotolo di kebab al centro della Piazza Rossa e ne offrono ai passanti.

Agenti del KGB, fedeli del Soviet, punk, ballerini di balera, leninisti, samurai, mongoli e donne col burka si mettono in fila aspettando il loro boccone di carne.

 

Franco “Lys” Dimauro

Cccp - socialismo e barbarie - front

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THE DREAM SYNDICATE – 3 ½ – The Lost Tapes 1985/1988 (Normal)

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Come appendice alla vicenda Dream Syndicate la Normal pubblica il postumo 3 ½ raccogliendo dieci out-takes degli ultimi due album della band californiana, ovvero quelli dell’epoca post-Precoda.

Ovverosia, per perifrasi, non i migliori.

Certamente i meno coraggiosi.

I Dream Syndicate si sono comodamente afflosciati dentro un suono da barrelhouse band che il piano boogie di Chris Cavacas dei Green on Red presente in alcune tracce rende ancora più fedele alla tradizione da club americana portandolo a comporre roba mediocre tipo Killing Time o la lunga e tediosa Lucky.

Del resto anche quando il gruppo prova a tirare fuori il suo lato più rock ecco venire fuori degli insulsi rock scoloriti con la trielina come Weathered and Thorn, Blood Money o Running from the Memory.

Anche la splendida When You Smile, qui fotografata dal vivo, viene ridotta a una pallida pantomima di quelle che in Italia riescono a stupire solo il pubblico di Vasco Rossi.

Dal ciarpame si salva solo la bella The Best Years of My Life, ancora sporca dei vecchi sogni di frontiera del Sindacato.

Qualcuno aveva perso i nastri.

E qualcuno li ha ritrovati.

Qualcun altro ce li ha venduti, senza per questo renderci più ricchi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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JAGUAR & THE SAVANAS – Wet Side Stories (El Toro)

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Da Catania, Jaguar e i suoi Savanas vengono a riempire un buco.

Continuate pure a leggere con le mani sulla tastiera del pc perché non è al buco che pensate voi che mi riferisco.

Penso piuttosto alla inspiegabile assenza di surf band in un’isola odorante di mare come la Sicilia. Vero è che qui le onde più alte permettono a malapena di ribaltarsi con il salvagente di Winnie The Pooh ma è pure vero che non siamo neppure in Giamaica. Eppure, tutta questa isola triangolare è invasa da mille gruppi che skankano e reggaeno come se ci si trovasse alla periferia di Kingston.

Di surf-band però neppure l’ombra.

Ecco, tirate un sospiro di sollievo, quello era il buco.

Jaguar & The Savanas ora ci permettono di poter reggere il confronto con i cugini sardi.

A testa alta e viso coperto, come quello di Mr. Massimo “Jaguar” Pafumi.

Uno che l’amore per la musica 50’s e 60’s non se l’è inventato ieri, garantisco di persona. E che per il suono giusto è andato a cercarsi una strumentazione per nulla improvvisata, fino a far uscire dalle casse un suono senza tempo.

Wet Side Stories è un disco PERFETTO. Calibrato in ogni suono senza per questo  risultare freddo, impassibile quando c’è da affrontare l’assolo giusto o la giusta sequenza di accordi, spumeggiante quando la marea lo richiede e le onde si alzano fino a mangiarsi la linea dell’orizzonte, implacabile quando c’è da marciare come legionari tra le dune del deserto, spavaldo quando c’è da scendere nell’arena come dei matadores. Otto pezzi che rivelano l’altissima competenza raggiunta dal quartetto siciliano nel maneggiare (che non basta riempirsi la casa di roba di terza mano per certificarsi musicisti di gusto, NdLYS) strumenti ed effettistica d’epoca e la dote indispensabile per un gruppo strumentale di saper coniugare un gusto teatrale, filmico e scenografico con la perizia occorrente per rendere vive e vibranti le immagini che ingombrano la mente.

The Ride of May Gray, After the Bay Storm, High Tide Catastrophe, Legend of the Bull Rodeo riescono dove altri hanno fallito.

Domani verrete a farvi strappare le spine di ficodindia dal sedere ma oggi, oggi cercate di immaginarvi in bermuda sotto una palma e mandate a fare in culo tutto il resto.

I Savanas vi offrono l’opportunità per scappare dalla realtà, attraverso i riverberi azzurri di una chitarra Fender Jaguar.

Non siate così sciocchi di ascoltarli mentre sfogliate le notizie del giorno.

Oggi è un giorno senza calendario.

Oggi è il giorno di Jaguar & The Savanas.        

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CYNICS – Learn to Lose (Get Hip)

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I tentativi di approdare su major dopo il successo indie riscosso con Rock ‘n’ Roll si chiudono con un nulla di fatto e i Cynics, dopo aver sostituito Steve Magee con il giovane Mike Michalski (ex-chitarrista per la punk band Half Life e parallelamente impegnato nell’ensemble celtico dei Ploughman‘s Lunch, NdLYS) si ritrovano nel 1993 in piena esplosione grunge a doversi confrontare con una scena musicale profondamente cambiata. La scommessa è quella di riuscire a dire qualcosa di coerente con il proprio passato cercando tuttavia di non essere tagliati fuori dal mercato. Il risultato è Learn to Lose, presentato con una foto di copertina ispirata agli scatti deformi e sfocati delle copertine grunge del periodo. Come se si trattasse dei Temple of the Dog, dei MindFunk, dei Cat Butt o dei Love Battery.

Learn to Lose è il disco che segna il punto artistico più basso della carriera dei Cynics. Un disco svogliato e appannato in cui la band cerca di coniugare il suo originale spirito beat/punk con le nuove esigenze della generazione X. Ecco quindi quello che sarebbe potuto diventare un grandissimo numero byrdsiano come How Could I venir soffocato da una inutile pellicola di distorsione, un pezzo come Someone Like Me in cui la band sembra voler fare il verso agli Screaming Trees con un Gregg spento e poco credibile, una Pressure che pare voler esplodere di elettricità o una I Want It All che sembrerebbe voler andare chissà dove senza in realtà riuscire a sollevare neppure i piedi dall’asfalto.

E quando la band torna a rivangare al suo passato chiudendo ogni facciata con una cover del loro glorioso repertorio vintage (You Must Be a Witch dei Lollipop Shoppe e I Want You dei Troggs) và pure peggio, suonando come una band della zona retrocessione che cerca disperatamente di non abbandonare il campionato maggiore. Loro, che avevano preso pezzi come Abba e Last Time Around e li avevano portati a nuova vita.

Learn to Lose si fa dimenticare in fretta.

I Cynics hanno imparato a perdere. Ed hanno imparato bene.

Quello stesso anno i Mudhoney di Five Dollar Bob’s Mock Cooter Stew riusciranno a dimostrare che la strada era percorribile. Ma che i Cynics l’avevano solo imboccata malamente.

Franco “Lys” Dimauro

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THE ELASTIK BAND – The Elastik Band (Digital Cellars)    

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Fortemente voluto da Josh Cortopassi, ecco finalmente fuori l’album fantasma della Elastik Band. È al genio di suo padre che si deve una delle più dementi e spastiche garage songs di sempre: Spazz!. Forse la cosa commercialmente più fuori di testa su cui una major come la  ATCO abbia mai scommesso. Roba degna delle Mothers of Invention. Se non avete usato Pebbles e Nuggets solo per intasare i vostri scaffali, avrà colpito anche voi. Le altre 20 tracce che le fanno qui da contorno danno invece una visione completa della band, capace di raffinati numeri folk come Mixed Emotions (una outtake dei Byrds) o All I Need (degna di Mamas & Papas) ma anche di toy-songs mutanti come le Machines di Lothar and The Hand People: valgano Mrs. Pig e Papier Machè come esempi. Niente paragonato alla follia di Spazz se non, vagamente, la bella Lose Yourself ma la Elastik Band resta tra le icone più arty di tutta la garage-scene.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SEE SEE – Days, Nights & Late Morning Lights (Sundazed)

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Capita molto, molto di rado che la Sundazed si complichi la vita mettendo sotto contratto una band contemporanea (gli unici a venirmi in mente sono gli Straitjackets) licenziandone la produzione per il suo pubblico di ultra-fedelissimi amanti dell’old-music.

Devono dunque essere oltremodo orgogliosi i cinque ragazzi inglesi che rispondono al nome di See See, di essere approdati con questa uscita che raccoglie il meglio della loro produzione nel prestigioso catalogo della Sundazed dei coniugi Irwin e di potersi fregiare della firma di Sid Griffin in calce alle note di copertina di Days, Nights & Late Morning Lights, dopo aver ricevuto attestati di elogio da parte di gente come Jack White e Anton Newcombes.

Una galleria satura di gas folk-rock anni Sessanta (Byrds, Buffalo Springfield, Simon & Garfunkel, George Harrison, Kinks) speziati con i ricordi dell’ indie rock inglese di stampo Creation (non a caso Pete Astor è stato l’insegnante personale di Pete Greenwood) e le visioni espanse della psichedelia MODerna di Stone Roses, La‘s, Teenage Fanclub o Zutons.

O, se vi viene più facile, una versione da spiaggia dei Jesus and Mary Chain (ascoltare per credere una roba tipo Mary Soul).

Organetto, chitarre luccicanti, arie West-Coast, luccichii folkedelici, intrecci paradisiaci di voci e arpeggi semiacustici.

Insomma, quel che basta per essere definiti un trionfo di banalità oppure l’ennesima nuova stella della psichedelia britannica.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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MFC CHICKEN – Music for Chicken (Dirty Water)

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I Sonics dentro un pollaio.

E chi poteva immaginarlo?

A scovarli ci ha pensato Paul Manchester e la sua Dirty Water Records e Dio gliene renda merito.

Succede che un giorno del 2009 Bret Bolton, incuriosito dal suono di sassofono che proviene dalla strada, proprio all’ingresso della polleria sottocasa, si affaccia dal suo appartamento in Holloway Road e nota questo ragazzone canadese di nome Spencer Evoy che, per racimolare qualche spicciolo per comprare il suo mezzo pollo, ha tirato fuori il suo sax improvvisando qualche scala rock ‘n roll.

La scala seguente è quella che porta al pianerottolo di casa Bolton dove i due decidono di mettere su una band.

Il nome? Quello della polleria sotto casa: MFC Chicken.

Un nomignolo ridicolo che renda appieno l’idea che sta alla base della loro idea di musica: allegria, disimpegno, divertimento.

Perché il rock ‘n roll nasce come musica da ballo.

È ritmo e voglia di scopare col mondo intero.

È Bo Diddley, è Chuck Berry, è Link Wray, è Ted Taylor, è Barrett Strong, sono i Kingsmen, sono i Ventures, sono i Sonics.

E, oggi, sono gli MFC Chicken.

Il loro album di debutto ha dentro quattordici schizzi di quel seme.

Quattordici brani per teppisti e cadillac ribaltabili.

Quattordici pezzi per tirare su le gonne e tirar giù le cerniere.

Se avete voglia di muovere il culo e anche qualcos’altro, servitevi una dose del loro Wine, Women and Rock ‘n Roll.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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