MANU CHAO – La Radiolina (Because)  

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Fiero e indipendente, prosegue il cammino di Manu Chao. Ormai da anni svincolato  dal contratto che lo legava a Virgin (mentre qui da noi tutti sbracciano per farsi stritolare dall’ufficio contratti della multinazionale, dai Subsonica ai Marlene Kuntz passando per Afterhours e Cristina Donà) Manu continua a fare quel che cazzo gli pare e ad incidere dischi senz’alcuna premura.

Un cane sciolto della giungla culturale moderna. 

La Radiolina segue col solito gruppo di musicisti fidati (Tonino Carotone e Roy Paci, tra gli altri) il suo percorso musicale e sociale in maniera coerente e se il singolo Rainin’ in Paradize lanciava presagi di riacceso fervore punk di marca Mano Negra, l’album si muove nella consueta altalena di molli e ondeggianti ninne nanne latine (A Cosa, cantata in italiano, Mundorevès, Mala Fama), flamenchi gitani (Me Llaman Calle, La vida Tòmbola dedicata al vecchio amico Maradona), reggae punteggiati da trombe mariachi (Politik Kills), furiose busker-songs da rivolta punk ululanti di sirene e flauti a pistone (El Kitapena, The Bleeding Clown, Panik Panik, Siberia e il già citato singolo Rainin’ in Paradize), colorati coriandoli di patois lanciati sui ritmi di una patchanka universale (13 diàs, Tristezza Maleza, Beison de la Luna) e certe romantiche serenate cullate dalla saudade del fado, della morna e della milonga (Outro Mundo, Piccolina Radiolina). La Radiolina non segna nessun punto fermo nella carriera di Manu ma è un lavoro “in progress”, legato a tutte le sue vicende artistiche passate e destinato a integrarsi e plasmarsi nel futuro prossimo con quanto Manu lancerà dal proprio sito (pare ci siano tre dozzine di inediti che verranno di volta in volta “sparati” sul sito www.manuchao.net, NdLYS).

Poco cambia nello stile di Manu, niente con cui lui non abbia già ampia familiarità, che siano i Clash, Bob Marley o le musiche vagabonde da banlieue parigina o da barrio spagnolo. Del resto, poco è cambiato il mondo, se non in peggio. Ecco perché La Radiolina sembra percorso da una rabbia più marcata e da questo fremito elettrico. Come Sandinista! o Survival brucia di rabbia ed orgoglio terzomondista (una visione di Terzo Mondo allargata alle nuove povertà), di voglia di riscatto mista ad amarezza. È il mondo che perde le sue tinte di ocra, di grigio e di nero e si colora come una bandiera, ondeggiando nel vento.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RICHARD HELL AND THE VOIDOIDS – Destiny Street repaired (Insound)

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Il cielo è stato clemente con Richard, concedendogli quanto negato ai compagni d’epoca, da Thunders a Robert Quine: il tempo.

Un privilegio sfruttato da Hell per rifare ordine nella sua vita, anche quella musicale. Così, dopo la raccolta proprio al tempo dedicata qualche anno fa, ecco Richard desideroso di fare giustizia al secondo album dei Voidoids, all’epoca vittima della sua vita da junkie e rivendicare le sue royalties al grido di “datemi i miei fottuti soldi adesso, non quando sarò morto”.

Operazioni di revisionismo storico che fanno spesso sfaceli e che pure ora lasciava presagire il peggio.

E invece no: Richard si limita a reincidere per intero le parti vocali con i medesimi sbagli d’intonazione (I Gotta Move docet) senza intaccare il missaggio originale di chitarre/basso/batteria e aggiungendo solo i “ritagli” affidati stavolta alle mani sapienti di Bill Frisell e Marc Ribot e dell’altro Voidoid Ivan Julian. In ottica di “filthy lucre” l’aggiunta di due inediti come Smitten e Funhunt solo nella versione deluxe. Ma io amo Hell vestito di pochi stracci, figurati in bordo a una full-optional.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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