GINA – Segreto (Il popolo del blues)

Se ne parla un po’ ovunque ed è giusto che un disco di debutto come questo trovi rifugio anche tra le pieghe di queste pagine. Nato in totale autoproduzione, si è portato a casa il trofeo del Premio Ciampi 2008, che è un po’ il tapiro d’oro della musica d’autore italiana. Perché mentre sul palco di San Remo si brinda alla mediocrità della musica italiana e si vestono abiti tronfi e importanti, a Livorno sono i calici del mosto selvatico che si sfregano l’un l’altro miagolando sotto musiche che hanno il turbamento infame e malinconico della morna e il fascino del gusto artigiano di scolpire la propria anima come se si stesse dando forma a una bolla di vetro.

Ristampato ora in forma “ufficiale” da Ernesto De Pascale per la sua etichetta, Segreto potrà adesso contare sulla distribuzione e sul fregio del marchio Materiali Sonori e arriverà nei salotti buoni e un po’ snob della gente perbene italiana.

E spero gli bucherà i copridivani e gli sporcherà i tappeti pregiati.

Perché Segreto è un disco infame e bastardo.

È un disco che stilla veleno con un fascino malizioso e sensuale. È una deriva del tango. Non quello banalizzato da un Iglesias di turno ma quello che muta forma alle curve del corpo, ne inumidisce le mucose e rende turgidi i polpacci.

È un disco profondo, che ti inghiotte. E ha questo vorticoso mulinare di vapori che è la voce di Gina Fabiani, capace di spingersi “dentro” la musica come se le appartenesse. Non una gola al servizio della musica, ma un mantice che si schiude per lasciare uscire un ectoplasma di quel mostro sonoro che la abita dall’interno, capace di solcare maestosamente lo scarno abbozzo strumentale che spesso gli ottimi Daniele Bazzani e Lorenzo Feliciati le concedono.

Una canzone come Una piccola canzone d’amore è sintomatica. Dolorosa e amara, ha lo stesso incedere greve del placarsi di un tormento, è una stella di sentimento che collassa su se stessa e lascia un buco allo stomaco.

Ed ha questa solennità torbida che solo il vibrare di un’emozione può provocare.  

Lancinante e straziante, è una delle più belle canzoni d’amore mai scritte a memoria d’uomo, degna di stare al fianco di Mi sono innamorata di te di Luigi Tenco. 

Ci sono altri picchi incredibili, su questa catena montuosa di carne umana: Raggiungimi, intensissima e feconda di buoni presagi, l’accorato pianto blues di Questa strada e Parigi, cartolina blu notte di un amore leggero come un soffio di bella stagione. E poi pezzi dall’appeal più diretto ma non per questo più ordinari e ovvi: lo smooth jazz di Rapiti, il groove di Segreto, l’incredibile e astuta levità pop di Le Onde (un pezzo che meriterebbe di vedere in ginocchio tutto l’airplay radiofonico di questa Italia di merda votata alle marchette finto-jazz che il mercato ci propina, NdLYS), il tango di Isola, il Tenco di Guardarti ridere.

Nessun passo falso, seppure la strada scelta non sia quella della perfezione accademica ma piuttosto quella più istintiva e animale della mossa azzardata e spontanea. 

Segreto è il dondolìo eterno di gioia e dolore, di speranza e malinconia, di coraggio e scoramento. Un tumore al pancreas diagnosticato mentre una folla di amici ti lancia petali di rose augurandoti tutto il bene del mondo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

Gina-Segreto

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