THE MAHARAJAS – H-Minor (Teen Sound)

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L’esordio “adulto” dei Maharajas ha attirato da un bel po’ di tempo le attenzioni dei più affezionati e attenti sixties-maniacs e questo per più di un motivo tangibile: la storia di Jens Lindberg anzitutto che dovrebbe ormai esservi nota ma che qui potremmo riassumere citando nel mucchio Crimson Shadows, Stomach Mouths, Maggots; le attese cresciute con gli aperitivi delle precendenti uscite su Teen Sound e Loser Records; la curiosità di rivedere Mathias Lilja inserito in uno nuovo contesto dopo lo split degli Strollers, gli altri svedesi a cui va gran parte del merito di aver riportato l’attenzione di pubblico e critica verso un suono e una scena che sembravano sepolti dalle macerie.

E poi la necessità di confermare l’impressione di trovarsi di fronte ad un gruppo dalle capacità non comuni.

Impressioni ribadite invece da questo H-Minor che fin dal titolo è una celebrazione della dimensione più malinconica, mesta, intimista del suono anni ’60.

La qualità migliore di un disco come H-Minor è di non essere per nulla facile ne’ superficiale: la visione dei sixties offertaci dai marajà non è per nulla assimilabile a quella delle bands della scena neo-garage degli eighties, per intenderci. Ed è comunque distante da parecchia roba attuale pur presentando spesso ispirazioni analoghe a bands come Giljoteens o Frantic Five (o a bands tutte nostre come Head + The Hares e Others, NdLYS). Provate a prestare i timpani allo strotolarsi di Broken Heart e ditemi se non è una delle melodie più complesse ed intense in cui vi siete mai imbattuti. H-Minor mostra però anche un avvicinamento alle classiche armonizzazioni dei Beatles o degli Hollies in più di un punto, il che li rende forse più appetibili ai vecchi beats che ai moderni capelloni in cerca di suoni aggressivi, fuzz guitars e vox in gran spolvero.

Ma queste sono CANZONI, non pantomime.  

                                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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THE JIVE SHARKS – It’s Joogie! (Vampirella)

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Capita ciclicamente che, in mezzo al folleggiare di ritmi cibernetici e al trionfio dell’elettronica da ipermercato, si senta il bisogno fisiologico di esorcizzare i fantasmi di un futuro così presente da rischiare di diventare incontrollabile e, perdipiù, fastidioso e poco piacevole.

L’ultimo tuffo rigenerante pare essere quello nel magico mondo dello swing: piste da ballo popolate da zoot suites, scarpe bicolori, bretelle, fedore, cravattini sottili e brillantina.

Il successo strapopolare di band come Cherry Poppin’ Daddies o dell’Orchestra di Brian Setzer sono lì a dimostrarlo (in Italia ci si accontenta di Lou Bega ma noi, si sa, siamo un popolo accomodante, NdLYS).

La nuova sensazione si chiama Jive Sharks e il loro It‘s Joogie! è un disco jive da manuale, roba da incendiare le culottes che affollano l’Hi-Ball Lunge di San Francisco, una full immersion nel mondo di Luois Prima e Louis Jordan, un disco da swing-party con gli attributi, capace di far scorollare le gonne a pieghe delle bunny girls come petali di girasoli.

Sedici-pezzi-sedici che ti catapultano nel mondo delle big bands, quando ci si divertiva a fare i bulli metà sul serio e metà per gioco, il trionfo di un’ America che era ancora il paese dei sogni e si apprestava a diventare il più subdolo incubo degli anni a venire.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – King of the Witches (Black Widow)

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“Trattare” la materia Black Widow non è roba facile.

Una soggezione alimentata dalla responsabilità di confrontarsi con uno dei repertori più “importanti” e meno banali del rock tutto.

Rischi altissimi per chi si mette in testa di giocare al tavolo della rivisitazione, dunque.

Lode quindi a chi ha accettato l’invito a partecipare a questo tributo da cui pochi escono fuori con le ossa rotte.

Invito porto dall’etichetta che al culto della vedova nera ha sacrificato anche la propria ragione sociale e cha ha messo in piedi un fiero manifesto udnerground di devozione all’universo misterico dei Black Widow, un atto di fede che mette questo tributo una spanna sopra tanti tronfi tentativi di metter su passerelle altisonanti nascoste dietro il pretesto del disco-omaggio. E’ soprattutto l’estrema coesione dell’insieme a fare la differenza, un’omogeneità di contenuti che inghiotte la frammentarietà di mille altre operazioni simili.

I Death SS sguazzano nel liquido amniotico che riempiva l’utero di un capolavoro quale Sacrifice come nell’acqua di casa propria. Personalmente non ho mai amato troppo il gruppo di Steve Sylvester ma le loro covers di In Ancient Times e Come to the Sabbat sono invece tra i momenti più alti del disco: enfatici e potenti senza sforare nell’esasperazione del metal.

Gli Standarte piegano al loro consueto stile evocativo le trame della The Sun tratta da III e gli Abiogenesi risolvono in italiano (come avevano già fatto in precedenza con In Ancient Days sul loro album eponimo , NdLYS) Mary Clarke, entrambi con grandi risultati.

Splendido pure il contributo dei Fantasyy Factoryy che colorano di luce nera King of Hearts. Poco felice invece l’omaggio dei Malombra che, fedeli al proprio stile, scelgono di ridurre il sottile gioco esoterico dei Widow ad un macroscopico esercizio di gothic metal.

A chiudere il cerchio Kip Trevor in persona accompagnato dai musicisti dei Pendragon a celebrare per l’ennesima volta la messa nera più torbida della storia del rock inglese e a riporre l’ultimo fiore in questa girandola di ricordi.

Spero che qualcuno ne regali una copia a quel giullare del Diavolo che di recenti i TG hanno insignito del titolo di Anticristo. Non ne ricordo il nome, ma lo riconoscete dalle lentine colorate.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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PEECHEES – Life (Kill Rock Stars)

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Arriva per tutti, prima o poi, il momento di fare i conti con la propria vita rimettendo ordine nel proprio armadio di emozioni, ricordi e frustrazioni.

Non stupisca quindi se la stessa cosa è accaduta ai Peechees, piccolissima leggenda micropolitana californiana.

Life ritira fuori dal sacco registrazioni preziosissime disseminate sui classici 7 pollici e compilazioni comprate solo dagli amici del pub + un inedito (la No Heart dei Vibrators) ed è quindi compendio prezioso alla loro discografia maggiore. Punk rock dal gusto minimale e fieramente antivirtuosistico, proprio come dovrebbe essere.

Una boccata di ossigeno in un panorama, quello punk, pieno di scorregge ossigenate che sgomitano per un passaggio su MTV.

Un disco che mi ha fatto tornare indietro col cuore ai primi sconvolti rockabilly parties dei Cramps, ai New Bomb Turks disperati di !!Destroy-Oh-Boy!! e ai Cure minorenni di Heroin Face, prima che Robert Smith affogasse nei suoi incubi da psicoanalisi e nei suoi sogni da classifica.

 

Millions of peechees, peechees for me.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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IAN DURY AND THE BLOCKHEADS – Do It Yourself (Code 90/Edsel)    

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Ian Dury e gli anni d’oro della Stiff. Un’epoca che le cronache giornalistiche spesso tacciono ma che fu il detonatore principale per il deflagare della consapevolezza punk dei ‘70 così come della commistione culturale tra il tondeggiante ritmo nero e le asperità elettriche del rock urbano bianco. Ian avrebbe anticipato molte intuizioni a venire (ascoltate This Is What We Find e ditemi quanto Madness ci trovate dentro, anche sull’ uso “pesante” dell’accento metropolitano, NdLYS) e, nonostante la storia della musica tenda a dimenticarlo con una facilità sinceramente imbarazzante, è una sorpresa anche per me farsi sventolare dal suono di questo secondo album dei Blockheads che venti anni dopo suona più fresco di quanto non sia quello degli Ordinary Boys di tre anni fa, per dire.

           

                                                          

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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999 – 999 (Captain Oi!)  

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Ritenuti a torto una delle bands saltate sul carrozzone punk più per sete di successo che per vera attitudine incompromissoria (diciamo ciò che ai giorni nostri potrebbe essere detto di Green Day e compagni…) violando il concetto stesso di punk e a decodificarlo invece come “stile” fine a se stesso, dunque vuoto, i 999 del primo album sono invece a mio parere tutt’altro che una scoria del “fenomeno”. Non ostentano pose da sporchi e cattivi, evitano i luoghi comuni e sanno dosare rabbia e gusto pop con grande maestria (quanta gente venderebbe il culo ancora oggi per scrivere Me and My Desire?). Non sono gli Exploited, tanto per dire. Non sono teoreti dello slogan fine a se stesso, come gran parte del punk “vero” invece finì per essere. Ottima come sempre la ristampa con bonus tracks e libretto curata da mr. Mark “Captai Oi!” Brennan.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Declaration of Fuzz (Glitterhouse)  

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So che non ve ne siete accorti, ma da mesi si sta vivendo un grande rientro di fiamma per la scena neogarage degli 80‘s. Ristampe, reunions, raccolte, DVD e dischi nuovi di zecca per alcuni assi del “movimento” stanno dilagando in maniera massiva: Gruesomes, Morlocks, Pikes In Panic, Optic Nerve, Chesterfield Kings, Sick Rose, Stolen Cars, Fuzztones sono tornati in assetto di guerra ed è meglio mettere il culo al riparo. Veloce, giunge la ristampa in CD di uno dei dischi topici del periodo, a mio parere persino superiore alle osannate Battle of the Garages della Voxx, vista anche la presenza di assoluti mostri come Stomach Mouths, Cynics, Sick Rose, Miracle Workers, Crimson Shadows, Mystic Eyes. Assolutamente devastante ascoltata 20 anni fa, Declaration of Fuzz mantiene ancora alta la sua dose di tossicità fuzz. Nell’attesa che qualcun altro scriva un pezzo perfetto come Gonna Make You Mine…..

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STAGGERS – Teenage Trash Insanity (Wohnzimmer)    

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I nuovi Fleshtones piombano dall’Austria e rispondono al nome The Staggers: che ci crediate o meno la miglior garage-party band in giro per l’Europa. Farfisa e chitarre rattoppate lavorano fino allo sfinimento dentro un suono che è uno schizzo di semenza beat briosa e primitiva racchiuso in una copertina che è  un capolavoro di pop-art vintage. L’attaccamento alla “fede” resa manifesta con la cover di Little Boy Blue di Tonto and the Renegades viene confermata da originali come Little Girl, Out of My Mind (quasi una 1-2-5 in chiave b-movie), Come On!!!, Let’s Stomp (con echi dei Chesterfield Kings di Stop!, NdLYS), Wild Teens  e Black Hearse Cadillac che parte col classico riff da passo d’anatra e diventa la parodia vivente e scattante degli  “Dei romani” dei tempi andati. Belli e dementi, The Staggers are The Sound of Now!

 

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Acme (Mute)

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Se è vero che ogni uomo uccide le cose che ama, allora Jon Spencer deve aver amato il blues come pochi altri, un amore viscerale e violento, senza sfumature, un amore incestuoso e brutale, di quelli che ti lasciano senza fiato e senza respiro, se mai si trovasse il tempo per respirare. Jon Spencer ha preso il blues per i capelli e lo ha straziato senza pietà, l’ha violentato e ha goduto del suo annaspare, l’ha visto cianotico e gli ha tappato la bocca col suo sesso per vedere se è proprio vero che ogni bel gioco prima o poi finisce, l’ha strapazzato come una bambola, l’ha punto e trafitto come un feticcio voodoo, gli ha rotto le ossa uno per volta. Infine ha sputato sul suo cadavere decomposto e, come per incanto, egli è risorto, ha ballato con il suo scheletro sorseggiando una bottiglia di bourbon e infine ha affondato le labbra in una bocca che sapeva di morte.

Con Acme Jon ritorna, crudele ma premuroso, a leccare le ferite al suo amante e a curare molto probabilmente le sue. da questo punto di vista il live dell’anno precedente chiudeva un ciclo, quello delle rasoiate elettriche, dei cristalli spaccati, del nichilismo sofferto e sofferente di chi col blues preferiva farci a pugni piuttosto che l’amore. Laddove Controversial Negro infatti risolveva tutto in un delirio orgiastico, Acme si avvicina sfoggiando un’aria di eleganza apparente, come un magnaccia ben vestito ad una festa di alta società, pronto a bestemmiare alla prima macchia sul gessato e il coltello ben nascosto nel gilet.

Il suono è meno contorto e febbrile, incredibilmente cool, un disco conciliante piuttosto che di rottura, gli spilli voodoo hanno lasciato il posto alle spille da balia, infliggendo al diavolo e alla sua musica una tortura meno violenta, forse, ma non per questo meno perversa.

Divelto senza rimpianto ogni residuo di tradizionalismo retorico da cartolina, Spencer si è preso la briga di iniettare allo scheletro ormai ciondolante del blues una nuova puntura di calcio per portare quei macabri resti in giro con la sua macchina del tempo a incontrare vecchi padri (Andre Williams) e pronipoti (Atari Teenage Riot).

La navicella Blues Explosion, col suo carico di debosciato blues mutante ha deciso di prendere il largo. Col serbatoio carico di zolfo, il capitano Spencer ha chiuso i portelli ed impartito ordini alla truppa.

Il compito? Portare il blues oltre la soglia del nuovo millennio dopo avere ingoiato tutta la naftalina del suo baule. nella speranza che, come è accaduto alla Rolling Stones starship anni fa, non rientri sulla terra senza più carburante dopo essere rimasta in balia del vento stellare (e il recente Plastic Fang lancia brutti segnali in questo senso, NdLYS).

Acme farà di voi i prossimi bersagli di lucifero. Vendetevi cara la pelle. Anzi, l’anima.

Franco “Lys” Dimauro

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SKY SAXON AND THE SEEDS – Red Planet (Jungle)    

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Fra i tanti superstiti della stagione d’oro del rock psichedelico Sky Saxon resta il leone in grado di zittire tutti col suo ruggito continuando a produrre dischi di assoluto valore. Non sfugge alla regola nemmeno questo Red Planet che, ovviamente, ricicla a dovere lo stereotipo del classico suono dei Seeds circolare e ripetitivo (culminando nell’apice della rilettura taroccata di She‘s Wrong camuffata di Let Here Sing). Pezzi come Cracking Ice e Uncertainty sono ancora in grado di far sbiadire il completo corvino di Rudi Protrudi e di istigare al crimine bands come Worst o Ultra Five. E che dire del girotondo psych di Cynical Watcher Mr. Peep? Sregolatezza e genio, non appiattimento creativo. Anche se si sarebbe potuto evitare di ripetere la formula un paio di pezzi dopo… Magari ci saremmo volentieri risparmiati la ballatona un po’ melensa di Sweet Fragrant Melodies ma questo è un neo che non sminuisce il valore di Red Planet. Definitivamente, dopo le mie cocenti delusioni siglate John Kay, MC5, Creation ed Electric Prunes, un disco che mi fa pensare come non tutti i reduci debbano avere necessariamente subìto danni permanenti alla corteccia celebrale.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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