R.E.M. – Document (I.R.S.)

Raggiunta la perfezione con Lifes Rich Pageant, arriva per i R.E.M. il momento di cambiare abito e indossarne uno più sfarzoso, perché il mondo si accorga di loro.

Il traghetto verso il mainstream si chiama Document, altrimenti detto il R.E.M. N° 5.

È il primo passo verso la nuova fase.

Quella delle produzioni muscolose di Scott Litt e dei dischi milionari per la Warner Bros., quella delle canzoni da FM e delle collaborazioni sempre più impegnative.

Quella che fa sì che oggi a fischiettare le canzoni dei R.E.M. siano gli stessi che sbavano per Ligabue, Zucchero o i Coldplay. Quelli che… “bella questa canzone” e in vita loro non hanno mai saputo chi fossero i Byrds o Patti Smith (“ah…si, quella vecchia che cantava a Sanremo con i Marlene Kuntz!”) e magari sono più felici di noi che ci riteniamo custodi di chissà quali verità sul rock.

Ecco, Document sono quei R.E.M. lì, quelli che cominciano a bere Red Bull.

Eccentricità ridotte al minimo e “tiro” rock di classe anche se non più da fuoriclasse.

L’abilità nello scrivere belle canzoni non è messa in discussione e Document vibra di pop songs perfette. A cambiare è invece l’ostentazione quasi arrogante con cui vengono presentate, anni luce distante dalla timida e gracile eleganza dei primi dischi. E’ l’inizio dello scompiglio.

L’inizio del fazioso distinguo tra il nocciolo duro dei vecchi fans e dai nuovi accoliti catturati dalla verve di pezzi come Fireplace, The One I Love, The Finest Worksong e dall’immediatezza travolgente di It‘s the End of the World (As We Know It) che per millenni gli ottusi fan di Ligabue continueranno a credere una cover sconosciuta della “sua” balbuziente A che ora è la fine del mondo?.

Document si apre con un furto ai danni del Johnny Marr di How Soon Is Now? prima di ripiegare con Welcome to the Occupation nel più classico jingle-jangle delle botti di casa. Il primo vero colpo basso al ventre molle dei fans storici arriva però con la successiva Exhuming McCarthy: batteria martellante, intermezzo funkeggiante con coro femminile degno di un Prince qualsiasi fino al rocambolesco finale straripante di fiati come fosse un inedito dell’enorme Wilson Pickett.

Se Disturbance at the Heron House si adagia su situazioni prevedibili, le ultime due tracce lasciano sbigottiti per l’inedito impeto che le scuote: Strange è un pezzone dei primi Wire risolto con mestiere e una buona dose di divertimento mentre It‘s the End of the World è un quadratissimo rock con i controcazzi con Michael Stipe che sputa parole come il Dylan dei blues sotterranei e un ritornello a voci sovrapposte che non può non forare l’ozono, mille miglia in alto.

Altre sorprese arrivano da Lightnin’ Hopkins. Ancora funky. Ma stavolta siamo addirittura dalle parti degli U2 mutanti di Achtung Baby e Zooropa. Solo, con qualche anno d’anticipo.

Se nessuno capirà quelli, figurarsi questi.

King of Birds è ancora U2, se l’ascoltate riuscendo a non farvi distrarre dal mandolino che le conferisce questo tono così country. Ricordate “40”, il pezzo che chiudeva War? Bene, ora riascoltate King of Birds pensando a quella.

Oddfellows Local 151 è invece scossa sottopelle da chitarre visionarie, increspate da una distorsione leggera, da piccoli strati di feedback controllato.

Ricordano gli Hüskers alle prese coi Byrds.

Però, come dicevo, c’è gente che continua a vivere senza sapere chi fossero gli uni e gli altri e non per questo vivono infelici. Io però lo sono un po’ di più.   

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

REM-Document

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