NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – Let Love In (Mute)    

Nick Cave è filo spinato. È ferro che apre squarci nella nostra carne.

Dove nemmeno sognavamo di averne.

Nick Caverna è un po’ il miracolo della transustanziazione dentro il tempio della cultura pagana.

Let Love In è il capolavoro della seconda fase dei Bad Seeds, quella meno feroce, meno piegata alla furia sanguinaria del blues e meno avvelenata dall’eroina.

Cave ha già conosciuto la sazietà dell’amore e ne ha visto spuntare i frutti.

Ora li sta vedendo lentamente marcire.

Ha conosciuto l’“esilio” brasiliano, la magia dei nuovi approdi.

Ma sta già preparando la fuga in Inghilterra.  

E ha approfondito le letture e la contemplazione cristiana. Ma dentro lo abita un animo non ancora appagato. Per niente pieno d’ amore, piuttosto trafitto.

Let Love In affoga e si crogiola di questo supplizio.

I Bad Seeds sono in gran spolvero, creando suggestioni adatte allo spleen di Cave.

C’è il violino di Warren Ellis, le voci grevi di Tex Perkins e del compianto Rowland S. Howard, il piano da casa infestata di Conway Savage, le chitarre catacombali di Blixa Bargeld e Mick Harvey. Ci sono timpani e campanacci, organi afoni e cembali marci che si agitano nelle tenebre.

Occorrerà aspettare le Murder Ballads per ritrovarsi dentro un’analoga sfilata di maschere di cera. 

Nick Cave ciondola dallo spettrale soffitto blu cobalto di Do You Love Me? come una sagoma tormentata dal dolore di un bisogno d’ amore troppo forte per poter essere esaudito.

Si intinge le mani col sangue rappreso nella  sinistra cantilena di Red Right Hand.

Corridoi bianchi come vaniglia e una sola porta d’uscita.

REDRUM cola rosso come vernice proprio sopra il pomello.

Si appoggia al piano di Conway Savage giocando a fare il Sinatra per le donne soffocate dai foulards e dalle calze smagliate sotto grandi spacchi sulla seta chiudendo gli occhi sulle note di Nobody‘s Baby Now.

Riattizza i fuochi malsani dei Birthday Party mentre la band incalza epilettica sui fumi allo zolfo di Janglin’ Jack.

Si accende di rabbia e fervore tenute a freno distrattamente, come un tir in discesa, quando in Loverman veste gli abiti dell’amante pronto a stuprare la sua bambola preferita. È una delle interpretazioni più teatrali e sinistre del Cave adulto, soprattutto quando snocciola farfugliando inquieto l’acrostico del titolo.

Sbava e perde sangue dal naso su Thirsty Dog. Diventa una belva che ti abbaia sotto il culo mentre tenti di aggrapparti sui muri e bestemmi intanto che le unghie ti saltano ad una ad una, come cocci di cristallo.

Si chiude nei cessi senza luce del suo amore in agonia tossendo rantoli di maledizione e pena su I Let Love In. Dietro la porta c’è l’amore che bussa.

Basta non farlo entrare.

Senti? Il mondo è là fuori. Ci sarà sempre qualcuno che ti chiama.

Non voltarti, non è nulla.

 

                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: alla memoria di Rowland S. Howard morto mentre voi vi auguravate reciprocamente uno splendido 2010.

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