JEFFREY LEE PIERCE – Wildweed (Statik)  

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Wildweed è il disco del doppio tradimento: Jeffrey che scioglie i Gun Club al culmine della loro creatività e che sterza verso un rock vigoroso che pompa verso la hit-parade grazie a una produzione con vizio di forma “ad hoc”, inorridendo i fans.

Era un disco pretenzioso Wildweed. Perchè l’esilio cui si era costretto Jeffrey aveva reso lecita l’attesa di un disco mesto, intimista e doloroso. E invece eccolo, il pellirossa Pierce, a darci addosso con l’attacco dance di Love & Desperation: disco-scandalo che voleva esorcizzare un dolore troppo lacerante. Chitarra funky e, sotto, basso (John MacKenzie dei Roxy Music) e batteria (Andy Anderson dei Cure) che fanno l’amore come si fa l’amore la prima volta: guardandosi negli occhi.

Poi però arriva il Sex Killer e tutto pare rimettersi al posto giusto.

Se solo la batteria tuonasse un po’ meno, sembrerebbe di stare al quadrivio tra Miami e Las Vegas. Il quadrivio dove Pierce ha incontrato il diavolo.

E il diavolo lo ha lasciato passare. In cambio di un’anima che tornerà a prendersi il 31 Marzo di 13 anni dopo, con la puntualità esattoriale che gli è cara. A quell’appuntamento Jeffrey Lee si farà trovare con un’anima devastata. Un’anima di cui neppure il diavolo saprà che farsene. Ecco perché aleggia senza pace qui, su questa palla di melma abitata da amici col cuore a forma di portafogli.

Jeffrey Lee Pierce solo in una prateria senza più bersagli cui sparare, che chiama a raccolta i suoi amici veri o immaginari. Osaka Jim, Nick the Cave, Kid the Squid, Rollobone Joe, la sua amata Baby Romi, Murray the Man (Murray Mitchell, roadie dei tempi gloriosi con i Gun Club), Konnichiwa Juana.

127 modi di morire.

Quanto è freddo quel vento che soffia e ti scompiglia i capelli, Jeffrey?

Non basta cingersi il pastrano con la cinta, vero Jeff?

Non basta no.

Lo so quanto te.

Occorre stringerla al collo, perché la tempesta si plachi.

 

Franco “Lys” Dimauro

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