PAVLOV‘S DOG – Pampered Menial / At the Sound of the Bell / Has Anyone Here Seen Sigfried? / Lost In America (Rockville)

Da sempre avvolti da un’aura di leggenda, i Pavlov’s Dog sono una delle fiabe più intricate e misteriose del prog-rock anni Settanta: contratti vergati e rescissi con estrema leggerezza, negoziazioni travagliate, guerre intestine tra le menti coinvolte nel progetto incrinarono l’equilibrio del gruppo e ne minarono il percorso discografico. Ciò nonostante la musica del cane di Pavlov resta tra le cose più affascinanti dell’epoca, in virtù del falsetto fatato di David Surkamp e delle felci di mellotron, piano, flauti, violini e vitar (una sorta di chitarra ad archetto sullo stile inaugurato dai Creation dieci anni prima) che affiorano tra i cespugli del suono romantico elaborato dalla band. I primi due album restano tra i vertici della musica underground (si fa per dire, le due versioni ABC e Columbia del primo album salirono rapidamente le charts di Billboard in simultanea, caso unico nella storia, NdLYS) di quegli anni con pezzi in cui la calibratura parsimoniosa ma sempre misurata degli arrangiamenti e delle fughe melodiche e strumentali è perfetta e sintetica, consegnando alla storia del prog alcune pièces indimenticabili come Song Dance (con un intervento vocale di Surkamp da mettere i brividi e un bridge monumentale), Fast Gun, Subway Sue (melodicamente saccheggiata dai Turin Brakes per un pezzo intitolato proprio “Underdog”), le elaborate Of Once and Future Kings e Did You See Him Cry poste a suggello degli album, il romanticismo secentesco di She Came Shining e Valkerie, il morbido tappeto acustico di Mersey. E‘ un labirinto dove si incrociano le sagome del rock romantico inglese di Yes, Renaissance e Genesis e del folk elettrico di bands come Fairport Convention o Pentagle. Il “perduto” terzo album naufragò per i problemi in seno alla band ed esce oggi per la prima volta nella sua forma originaria, raccontata dalle parole di Surkamp e arricchita da ben dieci inediti. Il suono mantiene ancora il pathos originale, appena appena inclinato sull’asse AOR, in direzione Supertramp. Lost In America è invece l’album della reunion, A.D. 1990. Non ho mai amato i dischi dei reduci e questo non fa eccezione. La voce di David è il fantasma di se stessa, il suono si è adagiato sui cliches tamarri del periodo e Breaking Ice suona come un osceno provino di Vasco Rossi: dimenticatelo e fate vostra la trilogia storica per lasciarvi fasciare il muscolo cardiaco dalla musica del Pavlov‘s Dog.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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