ECHO & THE BUNNYMEN – Echo & The Bunnymen (WEA)  

Una ventina di persone coinvolte: un vero e proprio cantiere di lavoro.

Come se si dovesse costruire la Torre Eiffel.

E invece si mette su il monumento funebre alla memoria dei Bunnymen.

Artistico e, per un atroce scherzo del destino, pure personale. Pete de Freitas, che era già fuggito dalla tana dei conigli e rientrato quando le sedute di registrazione più turbolente della carriera dei Bunnymen erano già cominciate, lascia infatti qui il suo testamento musicale. Un incidente stradale se lo porterà via appena due anni dopo.

McCulloch abbandonerà poco dopo, salvo riformare la band dieci anni più tardi una volta che la sua carriera solista aveva bucato la palla d’aria del suo ego.

Echo & The Bunnymen quindi conclude il “ciclo storico” dei fantastici uomini-coniglio di Liverpool. E non è un finale col botto. È piuttosto un pasticciaccio, pieno di sonaglini e tastiere che vorrebbero esaltare il romanticismo e la dannazione doorsiana che si agita da qualche tempo nella tundra new-wave del quartetto (di questo periodo sono le reprise di People Are Strange e Soul Kitchen) e che vengono consacrate dalla partecipazione di Ray Manzarek alla registrazione di Bedbugs and Ballyhoo che finisce sull’album.

Il tono è solenne ma patinato, condotto con timbro enfatico ed astuto da un McCulloch che crede di essere il miglior cantante sulla faccia della terra, fermandosi ad un passo dal patetico (ma cedendo alla tentazione di buttarvisi dentro su Lost and Found coi suoi controcanti da Carmina Burana di quartiere e nella successiva, infinita New Direction dove Ian si arrampica, inciampando, su una scala vocale che vorrebbe toccare le nuvole). Eppure, nonostante i limiti di un suono annacquato come il vino servito durante la messa e la lotta impari con i capolavori che l’hanno preceduto, Echo and The Bunnymen è un disco pop (perché è questo che il presidente della Warner vuole: replicare il successo di un million-seller come So di Peter Gabriel) con un suo fascino. Dettato più dal mestiere che da una reale ispirazione artistica probabilmente, ma il cui giudizio è stato da sempre inquinato dal preconcetto secondo cui, se hai scritto un capolavoro (e Ocean Rain lo era stato), non puoi più permetterti di fare altro.

Soprattutto se ora sono le classifiche a darti ragione.

Perché le labbra sono come lo zucchero.

Ma le bocche, spesso, sono come il veleno

 

                                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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