U2 – Songs of Innocence (Island)  

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In fondo gli U2, a parte la mia famiglia, sono le persone che mi sono state accanto per più tempo su questo pianeta che pare debba e invece non smette di girare.

Trentaquattro anni al mio fianco.

Dei superamici quindi, visto che gli amici comuni si stancano molto ma molto prima.

E di cose me ne hanno dette, in tutti questi anni.

Belle, meno belle, superflue, inadeguate, inaspettate, scontate.

Certo, le sorprese sono finite da un pezzo.

Però trovarteli di nuovo accanto, fa sempre un grande piacere, anche se è più la nostalgia e l’affetto a legarci.

Di emozioni pulsanti e vive, di sussulti e guizzi vibranti, pochi.

Come un amore terminale.

Stavolta arrivano planando gratuitamente su una piattaforma digitale, facendo sembrare un regalo ciò che in realtà è una grandissima operazione di marketing che gioverà (e ha giovato) sia alla band irlandese che al colosso Apple.

Oltre a qualche hacker che riuscirà a clonarvi i dati della carta di credito che avete comunque dovuto inserire per downloadare il vostro dischetto virtuale.

Che è il tredicesimo album degli U2, a cinque anni di distanza dal precedente.

Un album che, progettualmente, vorrebbe ritrovare l’innocenza (senza trovarne tuttavia la voracità) dei primi anni. Un desiderio che emerge dal titolo, dall’immagine di copertina, dai testi di Bono (con molti riferimenti alle strade della sua infanzia, ai suoi affetti e alle icone giovanili di Joe Strummer e Joey Ramone) e da alcune eco musicali che sembrano riemergere dal passato remoto (Raised By Wolves pare emulare certe cose dei primissimi dischi).

Un ritorno alla nudità dell’infanzia, dopo anni e anni di luci abbaglianti.

Un rientro carico di buoni propositi, quindi, che promette una ritrovata identità dopo tutto il vuoto creativo dell’ultimo decennio.

Aspettative disattese una volta che Songs of Innocence inizia a girare non si sa bene su cosa, chè gli è negata, al momento, la forza centrifuga di un piatto o di un lettore laser. A parte qualche “miraggio” del passato – Every Breaking Wave che si apre praticamente come With or Without You per diventare una canzone, e non la migliore, dei Coldplay, l’omaggio al suono battagliero dei Clash di This Is Where You Can Reach Me Now che sembrerebbe riportare ai tempi di War (ma anche qui i Negrita hanno fatto di meglio, e più spesso), Cedarwood Road (già dalle parti di Zooropa) e la già citata Raised By Wolves  Songs of Innocence strabocca di canzoni inutili e di una ridondanza che supera spesso la soglia del fastidio (l’inutile cameo di Lykke Li di The Troubles, i terribili ritornelli di California e Iris, i bicipiti esibiti volgarmente su The Miracle e Volcano, la Sleeps Like a Baby Tonight che sembra fare il verso al soul sintetico degli Eurythmics e così via).

Ma più che un disco senza canzoni, Songs of Innocence è un disco privo di emozioni.

Arido. Infelice. Arso.

Malgrado i trucchi della sapiente produzione provino a mascherare tutto con una bella passata di cerone.

Poi, ovvio, ce li ritroveremo accanto ancora per altri dieci, venti, forse trenta anni.

E non ce ne dispiaceremo.

Anche se gli sbadigli avranno superato i sorrisi e le lacrime.

C’è qualcuno che dopo tutti questi anni riesce ancora a farvi sorridere?

O piangere?

Yawwwnnn…..buon ascolto!

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE SEEDS – Singles As & Bs 1965-1970 (GNP Crescendo/Big Beat)  

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La messe di ristampe del catalogo Seeds ad opera della Big Beat si chiude con questa imperdibile raccolta che mette in sequenza tutti i singoli della band in fila indiana.

Anzi, in coppia. Fianco a fianco. Come all’uscita dalle scuole dell’obbligo.

Per chi avesse atteso finora per vedere pubblicata ufficialmente la The Streak to the Sun registrata per la Columbia e che in pochissimi hanno avuto la fortuna di ascoltare (e non a poco prezzo), l’aspettativa è stata vanificata.  

Tutto quello che c’è qui dentro dunque i Seedsiani della prima ora lo conoscono a memoria. Recuperato dai dischi dell’epoca o dalle raccolte e dalle ristampe che si sono succedute nel corso degli anni.

Quel che c’è (parzialmente) di nuovo sono le interviste ai Seeds storici (Jan Savage, Daryl Hopper, Rick Andridge) e a quelli che hanno avuto la pazienza di sottostare all’ego di Saxon anche per brevi o lunghi periodi (Harvery Sharpe, Carl Belknap, Don Boomer, Chip Chiapparelli) raccolte da Alec Palao nel solito curatissimo libretto che correda tutte le preziose ristampe Big Beat.

Il resto è il solito effetto “optical” della musica dei Seeds, un girotondo un po’ folle tra le spirali della psichedelia californiana.

Talmente folle che qualcuno lo è diventato davvero.

Talmente rapida e veloce da non poter evitare di volerci fare un altro giro.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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LED ZEPPELIN – Physical Graffiti (Swan Song)    

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Come avevano fatto i Beach Boys nel ’66, i Beatles nel ’68, gli Stones nel ’70 e Elton John l’anno precedente, nel 1974 per i Led Zeppelin arriva il momento di inaugurare la propria casa discografica.

La label messa su dalla band inglese apre le ali (è il caso di dirlo) nel Maggio del 1974 e viene inaugurata commercialmente con la pubblicazione e il grande successo del disco d’esordio dei Bad Company, arrivato in cima alle classifiche americane con l’energia di un fiotto di sperma.

Il debutto degli Zeppelin sulla propria etichetta è invece rimandato al Febbraio del 1975 con un disco storico. Un doppio album “forzato” (in realtà i brani registrati erano solo otto, ma visto che la durata complessiva sforava comunque i trentasei minuti per facciata previsti come tetto massimo per le incisioni su vinile – con la cover di In My Time of Dying rubata come da tradizione ad altri che supera addirittura per durata la celebre Stairway to Heaven, la band decise di aggiungere altri sette pezzi tratte dalle out-takes dei tre dischi precedenti, NdLYS) presentato dentro una copertina da record unico (mi si conceda il sottile doppiosenso) con una voyourestica veduta di due palazzi vittoriani simmetrici trovati setacciando New York e dalle cui finestre è possibile, interscambiando le sei facciate delle buste interne, guardare foto improbabili o le semplici lettere che rivelano il titolo dell’album. Una copertina epocale per l’ultimo disco necessario degli otto che compongono la discografia in studio degli Zeppelin e che fa incetta di premi nell’annuale e prestigioso referendum di Melody Maker portandosi a casa una serie imbarazzante di onorificenze (miglior album internazionale, miglior album inglese, miglior cantante internazionale, miglior cantante inglese, miglior live act, miglior chitarrista internazionale, miglior gruppo internazionale).

Physical Graffiti è un lavoro elaborato che mette in mostra un gruppo dal suono molto complesso e sfaccettato, in grado di cimentarsi non solo con i consueti numeri hard-rock e con le ballate acustiche dai sapori folk-blues dei primi dischi ma di confrontarsi con le nuove influenze della musica elettronica, con il progressive, il funk e addirittura la musica esoticamente mediorientale sfoggiata su Kashmir senza mai mancare il bersaglio anche se, come in ogni doppio album che si rispetti una cimatura ai rami ne avrebbe fatto un disco più snello e dall’impatto più immediato ed esplosivo.

La scelta di inserire gli scarti dei dischi precedenti si rivela dunque un’arma a doppio taglio perché se da un lato contribuisce in maniera determinante a raggiungere il minutaggio del doppio album (e a riscattare parzialmente la fama di “ladri” che la band si porta dietro, devolvendo parte di royalties per Boogie With Stu alla mamma di Ritchie Valens, NdLYS), dall’altra zavorra un po’ il pallone aerostatico degli Zeppelin.

Che hanno tuttavia mani capaci, e non perdono quota.

Sotto, una folla oceanica di mani adoranti, ne attutirebbe comunque la caduta.      

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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PAOLO APOLLO NEGRI – Cobol (Hammond Beat)

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Esce il giorno del mio compleanno il nuovo disco di Paolo Negri.

Per i miei 41 anni, festa assicurata.

Perchè Cobol questo è.

Negri è uno che sa dove mettere le dita, con buon diletto della sua donna e di noi che stiamo qui a lasciarci meravigliare da questo nuovo fantastico giro intorno al mondo.

Che è il suo e che ormai anche un po’ il nostro.

Cobol è lo ieri (Mouth of the Gun), l’oggi (Turn Right) e il domani (Into the Sky) del jazz acido. È la convergenza tra Brian Auger (Love Gambler), Mother Earth (Talk to Me) e gli Air (King and Queen in a Castle Made of Sand).

Paolo Negri non è più un musicista.

Paolo Negri è un’intera orchestra.

Paolo Negri è uno che tocca, come me sugli autobus di linea.

Ma quello che tocca lui, oltre a diventare carne rosa che gocciola, diventa oro.

E siccome non è tutto oro quello che luccica, lui l’ha ricoperto d’avorio.

E poi gli ha soffiato in gola il soffio vitale perché quella materia plasmata dalle sua dita possa arrivare fino a noi, gonfia di vita, pulsante, carica di nervi, muscoli e fibre, colma di sangue e di liquidi vaginali.

Oggi si brinda a Cobol, oggi si brinda a me, oggi si brinda senza sprecare un solo goccio di Martini. Tanti auguri, Paolo.

 

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – From Here to Eternity (Columbia)    

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A parere di chi scrive i Clash sono stata, in assoluto, la più GRANDE rock ‘n roll band di tutti i tempi. Una autentica macchina da guerra, un mitra puntato alle tempie dei burattini socio-politici, un tamburo di battaglia che batteva i ritmi del muscolo cardiaco, un megafono sparato a palla che masticava una esperanto contaminata ed universale.

Questo era il rock ‘n roll, prima di ridursi alle macchiette blasfeme di Marylin Manson e alle pose scandalistiche tipiche degli anni Novanta.

From Here to Eternity li consacra oggi, a tre lustri dallo scioglimento del nucleo “storico”, nella loro dimensione live sputandoci addosso diciassette missili registrati fra il ’78 e l’82 lungo la linea che collega New York, Boston e Londra regalandoci episodi da brivido tra cui una superba Armagiddeon Time scandita dalla voce di Mikey Dread e una London Calling ancora una volta immensa, che ci marcia sullo stereo con i suoi ventimila anfibi sdruciti.

 

                       Franco “Lys” Dimauro

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GLI AVVOLTOI – Il nostro è solo un mondo beat / Quando verrà il giorno (Contempo)  

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Sul calare degli anni ‘80 a Bologna riapre lo zoo beat tricolore. Dopo bisce, giaguari, corvi, squali e delfini è il turno de Gli Avvoltoi.

Tra i pennuti Moreno Spirogi e l’adesso sciccosissima DJ ma allora eroina del beat nazionale Ninfa. L’inizio della timida rivoluzione neo-beat è segnata da questi due LP, il primo più fedele e devoto ai canoni ‘66 con la complicità di Oliviero e Franco dei Ranger Sound è vittima di una produzione inadeguata mentre l’altro si apre alle contaminazioni freak, R ‘n B (la cover di Tell Mama) e psych annunciate dalla variopinta cover e dalle foto “campestri”. Poi il complesso, già instabile ad un giorno dal debutto, collassa, riemergendo di tanto in tanto grazie all’energia di Moreno. Ecco ora le ristampe, con copertine inedite e scalette estese, dei loro due dischi ufficiali. Furono loro i veri “scavafosse” nostrani, senza cui gente come Testedure, Pops o Kings sarebbe forse rimasta per sempre imprigionata nei libri di Tony D’Urso.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DINOSAUR JR. – Where You Been (Blanco Y Negro)

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Dopo una serie di dischi che avevano avuto, inconsapevolmente, l’intuizione di traghettare il barcone punk esacerbato e noisy di Replacements e Hüsker Dü verso Seattle, proprio nell’anno in cui il grunge è stato canonizzato e accolto come  fenomeno di massa, i Dinosaur Jr. danno alle stampe Where You Been senza dover far altro che replicare il canovaccio del disco precedente.

Ballate strozzate e improvvise aperture delle paratoie per lasciare colare chili e chili di rumore (On the WayI Ain’t Sayin’Out There, l’assolo che squarcia Get Me), sotto la benedizione occulta di Neil Young.

Mascis riesce ad elaborare il dolore (anche quello della morte del padre raccontato, con un falsetto con le occhiaie su Not The Same) creando una sorta di “epica da cameretta”. Perché ognuno ne resti avvolto e possa allo stesso tempo riconoscersi in quello specchio dove le lacrime lasciano righe curvilinee e verticali che si confondono coi capelli.

C’è ombra, dentro la musica dei Dinosaur Jr. “di mezzo”, tanta ombra.

Seduto sul suo divano di flanella Mascis abbraccia una chitarra con le corde allentate.

Poi scende in strada a cercare un passaggio su una strada che non porta a niente, se non verso la tristezza dei trent’anni.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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LIVING COLOUR – Vivid (Epic)  

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Tamarri con stile, i Living Colour.

Quattro neri costretti dentro altrettante coloratissime tenute in microfibra intenzionati ad impadronirsi dell’hard-rock facendolo saltare sul tappeto elastico del funk e facendo inginocchiare il bacino di Sua Maestà Elvis davanti alle dita di Dio Hendrix.

L’esperimento non è nuovissimo e vanta già esponenti illustri che si sono spesi nell’esercizio.

Dai Bad Brains ai Red Hot Chili Peppers passando per Prince, Fishbone, Faith No More e Talking Heads (cui i Living Colour pagano il giusto riconoscimento rielaborando in maniera eccellente Memories Can’t Wait). 

Eppure Vivid, spinto dal riffone di Cult of Personality, riesce a far breccia nelle classifiche e nel cuore del pubblico facendo gridare quasi al miracolo (blasfemo) e riunendo jafesiti e camiti in virtù di un suono bastardo che spadella chitarre metal e intrecci ritmici figli del funk e della cultura black ed esibendo sulle croci ai lati del Cristo le icone Mick Jagger e Chuck D.

In modo che ogni popolo gridi il suo Barabba.    

In realtà di rivoluzionario non c’è nulla.

Vivid è un disco che se alza gli occhi al cielo lo fa solo per guardare alla vetta delle classifiche, come dimostrano Broken Hearts o il gelato molle di Glamour Boys destinato a raccogliere proseliti più tra l’alta borghesia che fra le strade del ghetto (gli Spin Doctors ad esempio, per chi se li ricorda ancora).

Di rabbia vera ce n’é molto poca, insomma.

Più dalle parti dei Cameo che dei Bad Brains, in fin dei conti.

Venticinque anni dopo sarebbero tornati a risuonarlo sul palco, vestiti come dei pensionati che attendono il nipotino all’uscita di scuola.

La rivoluzione non c’é stata, neppure stavolta.

E pare nessuno ne abbia sofferto. 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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MONSTER MAGNET – Monolithic Baby! (Napalm)

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Monolithic Baby! segna per i Monster Magnet il rientro nel circuito indipendente.

Sebbene questo venga da più parti (nonché dallo stesso Wyndorf) celebrato come un ritorno ai suoni viscerali delle prime produzioni, nei fatti il suono spaziale dei primi album è ormai del tutto evaporato. Rimane la furia di un hard-rock che paga il suo debito verso formazioni come Stooges, Black Sabbath e Mountain ma il suono, come in God Says No e Powertrip, si è fatto più triviale e volgare continuando a rimacinare un po’ gli stessi riff e a risputare idee che erano già state pensate, dette, suonate, risuonate.

Da altri ma anche da loro stessi.

La formula è dunque quella di un heavy metal sempre più quadrato e banale, con diverse cadute di stile e scivoloni nel cattivo gusto (la Supercruel in cui sembra tornare lo spettro indesiderato di Zodiac Mindwarp, la cover di David Gilmour che li avvicina alle ballad stucchevoli dei tardi Aerosmith e Guns ‘n Roses o Master of Light che suona paurosamente vicina agli Holy Barbarians di Ian Atsbury, tanto per dirne di qualcuna).

Ad altro sembravano destinati, i Monster Magnet.

E invece, le rocce lunari hanno prevalso sulle nebulose cosmiche dei primi dischi.

Nessuno ci porterà più in giro tra buchi neri e gravastar.

Privati da un altro sogno, rientriamo alla base. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

  

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THE ELECTRIC SHIELDS – Save Our Souls (Teen Sound)  

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Non appena l’ho visto, ho pensato a That Was Then…And So Is This dei grandi Solarflares. Una volta ascoltato, pure.

E, non appena azionato il tasto play, il fatto che a darmi il benvenuto fosse l’Hammond di Fay Hallam (che di Graham Day era, all’epoca di quel disco, la moglie) non ha fatto che suffragare il mio istinto naturale.

Gli Electric Shields dunque, cambiano pelle.

Ancora una volta.

Pur guardando sempre dagli specchietti retrovisori verso gli orizzonti degli anni Sessanta. Se l’accecante furia texana degli esordi (quella di Sixty Flowers ma anche dell’E.P. d’esordio, per capirci) era già svanita alla fine degli anni Ottanta spostandosi verso la musica roots e country-folk del rodeo dei Byrds con il pallido White Buffalo County, il rientro in scena dopo venti anni ci presenta gli Electric Shields sguazzare in un  suono fortemente contaminato dal mod e dall’hard-R‘n-b inglese, attraverso una lunga scia che dal freakbeat arriva al primissimo hard rock passando tra le spire psichedeliche della chitarra di Hendrix.

Nove originali groovedelici e una cover dei Wimple Wich in una sequenza che non ha cadute di tono o rovesci di stile, con un suono sempre incalzante e ricco di riverberi elettrici anche quando i ritmi decelerano (il mare tempestoso che investe She, le rifrazioni al technicolor di The Hex) e sembrerebbero, ingannandoci, voler promettere una distensione dei muscoli pelvici.

Non è il modo migliore per salvarsi l’anima.

Ma efficace per curarla, quello si.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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