MORRISSEY – World Peace Is None of Your Business (Harvest)  

Piaccia o meno, l’evento attorno ad ogni nuova uscita discografica di Morrissey, si perpetua. Segno dell’influenza che l’artista di Manchester continua ad esercitare sul pubblico, a più di venticinque anni dalla scomparsa degli Smiths. E ciò a dispetto delle usuali “note a corredo” di ogni uscita (stavolta il calcio in culo preso dalla Harvest, l’annuncio shock di essere vittima del cancro, la scelta di ritirare il disco dalle piattaforme digitali, le comparsate di Pamela Anderson e Nancy Sinatra e via discorrendo).

Quando arriva Morrissey, insomma, il pubblico si divide come sempre, andando a riprendere la sua posizione di qua e di là dal muro, tornando ad incensare gli abusati pregi o a denigrarne i difetti.

In mezzo c’è lui, l’uomo (nonostante i dubbi tirati fuori su I‘m Not a Man).

Uno che al mondo ha imparato a starci, a dispetto di quello che voleva farci credere.

Uno che dopo essersi fatto accettare per quello che dichiarava di essere, ha pure imparato a farsi rispettare.

Il mondo aspetta dunque cinque anni ed è pronto nuovamente ad inginocchiarsi.

Siti e riviste si ripopolano del suo nome. Professionisti e no della critica musicale si spazzolano un po’ di polvere e tornano con la stessa recensione di sempre, aggiornata coi titoli nuovi, tornando nella maggior parte dei casi a dire, per la nona volta, che il disco nuovo è meglio di quello che l’ha preceduto.

Come a dire che mettendo i dieci album di Morrissey a mo’ di gradini, siamo già arrivati al paradiso e oltre.

Cosa che però non è.   

World Peace Is None of Your Business  corona, questo si, il sogno di Stephen Morrissey di diventare un cantante melodrammatico un po’ romantico e un po’ ruffiano che finge di lasciarsi circuire da campanelli, trombe, fischietti, digderidoo, chitarre fuzz, sintetizzatori, arie flamenco e soffi mariachi tornando di tanto in tanto ai mai dimenticati anni Ottanta che furono sì degli Smiths (Oboe Concerto è, ovviamente, una Death of a Disco Dancer part II) ma anche dei China Crisis (Staircase at the University) o dei Pale Fountains (Kiss Me a Lot) ed esibendo un’eleganza posticcia che viene spesso strangolata dal cattivo gusto.

Il superlativo assoluto in termini musicali tuttavia non viene mai lambito.

Solo esibito.

Rimane lucido e sarcastico invece lo sguardo di Moz sul mondo e sugli uomini. Politica, animalismo, diritti umani, barbarie familiari, guerra e amore.

Niente resta fuori dalle ruote dentate dall’ironia beffarda del crooner inglese i cui nuovi aforismi (lo scioglilingua everyone has babies babies full of rabies rabies full of scabies Scarlett has a fever ringlets full of ringworm angel of distemper the little fella has got Rubella nipper full of fungus junior full of gangrene minor’s melanoma tyke full of gripe whippersnapper scurvy urchin made of acne get that thing away from me il migliore del lotto, NdLYS) tuttavia sono più belli da salmodiare che da scrivere sul diario.

O sul proprio profilo Facebook.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro  

 

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