GALLON DRUNK – The Soul of the Hour (Clouds Hill)  

“Sono felice che siamo tornati di nuovo” sbraita famelico James Johnston in apertura di The Dumb Room mentre tutt’intorno le pareti sembrano sbriciolarsi.

Sottilmente malvagia, la musica dei Gallon Drunk torna a colpire duro e a scavare in profondità con l’ottavo album di una carriera più che ventennale.

The Soul of the Hour è un disco che trasuda drammaticità e tossine e che evoca ombre mai del tutto scomparse dal nostro album dei ricordi (Neil Young, i God Machine, i Gun Club, Crime + The City Solution, i Constantines, gli Afghan Whigs).

Un pathos che trova adesso canali espressivi sovente meno pigiati dentro l’abusata scatola punk-blues dei primi dischi e che sceglie di arrugginire attorno a lunghe crepuscolari ballate (Dust in the Light, le piccole spore kraute e post-rock che bruciano sotto Before the Fire, The Soul of the Hour) pur tornando ad attorcigliarsi come un budello sul primigenio sguaiato latrato che ne ha caratterizzato a lungo lo stile (The Dumb Room, The Speed of Fear, la mesmerica e asfissiante agonia al galoppo di The Exit Sign su cui incombe un vento elettrico che sa tanto di morte).

Bentornati Gallon Drunk. Sono felice che siete tornati di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

 

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