PINK FLOYD – The Wall (Harvest)    

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Dopo il muro di Berlino quello dei Pink Floyd è il muro più famoso della storia occidentale. Come quello, è una galera. 

Un enorme muro messo su non per proteggere ma per separare.

Pubblicato a ridosso, per ironia beffarda, da quell’invito alla partecipazione e alla gioia collettiva che è l’Off the Wall di Michael Jackson come in un’artificiale e inaspettata sequenza dello Yin e dello Yang dello spettacolo atroce del pop.

Il concept ripercorre come una seduta terapeutica/esorcizzante la storia personale di Roger Waters ed è abitato dai fantasmi delle persone e dalle ombre degli eventi che hanno in qualche modo devastato i suoi primi trentacinque anni di vita.

Genitori, scuola, amici (l’ossessione per Syd Barrett torna a fare capolino in maniera più o meno esplicita lungo tutto il disco, anche facendolo girare a rovescio), successo.    

Artisticamente rappresenta l’atto finale e quasi inevitabile dell’angoscia che ha inseguito come uno spettro i Pink Floyd per tutti gli anni Settanta.

Pietra dopo pietra, mattone dopo mattone (The Dark Side of the MoonWish You Were HereAnimals), i Pink Floyd si sono ritrovati circondati da un muro invalicabile, scollati dalla realtà.

Dentro, sono rimasti solo loro e le loro paure.

I loro cari, i loro amici, il loro pubblico sono là fuori.

Vicini eppure irraggiungibili, come i fantasmi.

Marciano in parata, fuori dal muro. Ma non vengono in pace.

Sfilano su carri armati o su elicotteri da guerra, si fanno annunciare da telefoni che squillano a vuoto, da tamburi funebri, da nocche che battono su porte che non si apriranno mai più.

Prigionieri di un dolore atroce che divora ogni cosa.

Di qua e di là dal muro. 

The Wall parla di tutto ciò, con una cupa aria di fallimento e disastro mai più replicata, neppure nelle scolastiche e sontuose rappresentazioni successive.

È pervaso da una folle aria di paura che ne accentua il dramma che vuole rappresentare. 

Un grandissimo album amaro, un grandissimo amaro spettacolo, un grandissimo film amaro, una grandissima amara metafora sulle ferite della vita rimaste aperte e che non si è avuto la forza o l’opportunità di curare fino a celebrarne il lutto.

L’idea di elaborarne il dolore costruendoci attorno un muro, è nefasta.

The Wall diventa l’obitorio dei Pink Floyd.

Tutto quello che verrà dopo, non sarà più Pink Floyd.

Sarà un circo di luci sfavillanti che celebrerà se stesso all’infinito, senza più aver nulla da dire. Un fatuo spettacolo di tecnica sopraffina, di virtuosismo esagerato, di onanismo artistico prodigioso ma carico di banalità e luoghi comuni.

I Pink Floyd da qui in poi diventano quello di cui fino a quel momento hanno avuto più paura. Una macchina senza anima pronta a rimettere in piedi lo show del Muro ogni qualvolta gli eventi storici o i bisogni economici lo richiedano, svuotandolo di quell’angoscia che l’ha generato per presentarne solo l’ampolla di cemento che l’ha contenuta.

Un po’ quello che qui dentro viene rappresentato nell’atto conclusivo (The Trial/Outside the Wall) di questo monumento alla follia sconsiderata ma necessaria dell’ isolamento, in una sequenza dapprima KurtWeilliana e poi riflessiva dell’abbattimento di un muro che in realtà verrà subito messo in piedi da qualcun altro senza soluzione di continuità (per questo, abilmente, il doppio album verrà strutturato liricamente con modalità “circolare” concludendosi con una riflessione completata dalle liriche poste in apertura. Quindi, di fatto, senza concludersi mai, NdLYS)

La metafora del distacco emozionale individuale viene tuttavia sfruttata per suggerire parallelamente una visione psicologica dell’esasperato estremismo politico che nasce dal medesimo disagio esistenziale, da analoghe condizioni di sociopatie e di aridità empatica ed emozionale.

La lastra di vetro davanti cui Waters si specchia rimanda dunque l’immagine di un malessere che non è solo personale.

A sottolineare lo sbandamento e la schizofrenia che si sono impadroniti di Pink (il protagonista del disco) e del mondo intero, The Wall alterna momenti di profonda desolazione ad esplosioni di rabbia impulsiva, bisogni carnali insoddisfatti a necessità affettive rimaste inascoltate, musica concreta e superbe planimetrie emozionali.

Mancano, rispetto a tutti i Floyd precedenti, le ascese verticali.

Lo slancio verso il mondo fatato degli esordi, presto trasfigurato in proiezioni siderali verso lo spazio interstellare, è adesso diventato uno sguardo introspettivo.

Il distacco dal mondo reale che si compie, questa volta, non lascia più dietro di se semi di girasole e neppure fumi di propulsione ma soltanto una lunga striscia di ricordi angoscianti e una interminabile sequenza di mattoni.

L’assenza di ossigeno non è più quella da “anelito cosmico” ma è, qui, un’apnea soffocante e plumbea da cui è quasi impossibile riemergere con la lucidità che un ascolto distratto pretende. Respiri affannosi percorrono tutte le quattro facciate del lavoro, così come di tanto in tanto ci si trova sorpresi da urla agghiaccianti proprio quando, cinicamente, il gruppo sembra volerci trasportare su tappeti acustici vellutati (come il grido algido che spacca la seconda strofa di Comfortably Numb).

Il 9 Novembre del 1989 il Muro della Vergogna germanica viene abbattuto.

Nel 1994 gli Stati Uniti costruiscono il loro Muro della Vergogna per separarsi dal Messico.

Nel 2002 Israele innalza il Muro della Vergogna per separarsi dalla Palestina.

Quindi India, Iran, Grecia, Buenos Aires, Baghdad, Padova, Rio de Janeiro, Arabia Saudita, Russia si adeguano, innalzando altre vergogne, altri confini, altri muri.

Dimostrando che il mondo non è cambiato.

Ma che hanno solo spostato le telecamere per farci vedere quello che a Loro piace.

Perché tutto sommato io, voi, siamo solo un altro mattone del muro.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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THE RAUNCH HANDS’ BIGG TOPP – Feel It! (Licorice Tree)  

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Ci sono bands che suonano rock ‘n roll. Altre che, molto più semplicemente, SONO il rock ‘n roll. È una questione di ESSENZA o di odore se preferite. Già, di odore. Perché i Raunch Hands hanno quel tipico puzzo funky che ogni rock ‘n roll band dovrebbe portarsi addosso. Come spiegava lo stesso Mike Edison sul suo How Punk Rock Ruined My Life il r ‘n r è una droga e una volta preso il vizio, sei fottuto. Una teoria che Feel It! palesa in pieno, con una carica erotica esplosiva che Edison, Chandler e Mariconda ben conoscono. Accantonati provvisoriamente i loro progetti rieccoli con 11 bombe di frat rock demente e debosciato con picchi di assoluto delirio su The Sophisticated Screw, The Skies Above, You Don‘t Care e sul gospel perverso di Kick Me One Down. Prego accomodarsi, l’orgia ricomincia.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FIRE ESCAPE – Psychotic Reaction (Fallout)  

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Psychotic Reaction fu l’opera di un gruppo “fantasma” messo su nel 1967 da Kim Fowley e Michael Lloyd, allora vicepresidente della MGM. Si è a lungo favoleggiato sui nomi coinvolti nel progetto, parlando di gente come Sky Saxon e Mars Bonfire trascinati a rendere omaggio a se stessi (due le tracce dei Seeds rivisitate) o a terzi (Music Machine, Count Five, Mysterians tra gli altri). Cosa che sarebbe confermata da una ristampa Demon che include anche pezzi dei Seeds. E’ un disco strano, questo. Quasi una operazione di “originali taroccati” vista la fedeltà con cui le cover vengono riproposte ma le cose migliori restano la coraggiosa The Trip di Fowley e la bella Love Special Delivery. E’ un pezzo di mitologia cui non potrete comunque sottrarvi, complice l’ottima edizione Fallout che ripropone anche lo storico retrocopertina originale con titolo sbagliato.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE PURPLE HEARTS – Benzedrine Beat! (Half a Cow)  

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Selvaggissimi reperti dal paleolitico sixties dalle cave australiane! Assieme a Missing Links e Master’s Apprentices, i Purple Hearts formavano il sacro triumvirato del rock ‘n roll più degenere del luogo. Come molte bands dell’epoca, avevano una passione insana per i classici del blues. Suonavano qualsiasi cosa fosse passata per le chitarre rattoppate di John Lee Hooker o Jimmy Reed e lo facevano con una furia elettrica brutale, violentando quegli standard con effetti fuzz e una armonica sferragliante come quella che affetta in due un pezzo come Of Hopes and Dreams. Come già in passato coi Missing Links e nel prossimo futuro per i Wild Cherries, la Half a Cow raccoglie tutta la storia dei Purple Hearts, con alcuni inediti del primo periodo e una appendice dedicata ai Coloured Balls, la band messa su da Bob Dames dopo la scissione dei Purple Hearts e poi “acquisita” da Lobby Loyde. Se non comprate, morite.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STRANGE FLOWERS – Ortoflorovivaistica (Beyond Your Mind)    

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L’ampia pausa autoimpostasi dal gruppo toscano ci aveva privato di una delle bands più visionarie e credibili della ormai poco vivace scena psichedelica italiana. L’attesa per la nuova discesa nel mondo lisergico e onirico degli Strange Flowers era dunque carica di aspettative che vengono ora placate delle scorie chimiche di questi nuovi filamenti iridescenti che germogliano dalla lussuria psichedelica che li ha generati. La forza della band pisana sta in questo suono stratificato e denso di chitarre che avanzano implacabili “stendendosi” l’una sull’altra, creando una sorta di tappeto volante galattico, ma pure nella visione pop barrettiana che affiora in ballate acustiche come The Ghost In Your Room o John on the Moon per diventare pura magia lunare in The Spider on the Clock e My Garden. Bolle colorate che sembrano rimbalzare pigre nel vuoto cosmico e che nei 17′ stranianti e cangianti di Strange Girl paiono lievitare fino a scoppiare come enormi particelle di ossigeno liquido.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Music For Our Mother Ocean # 3 (Surfdog)

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Prosegue la campagna lanciata dalla Surfdog a sostegno della Surfrider Foundation, organizzazione impegnata nella salvaguardia e nella protezione delle spiagge e dei mari del nostro pianeta.

Ai 500.000 dollari raccolti con le vendite dei primi due volumi della serie MOM si spera adesso di aggiungere i ricavati di questo terzo volume che allinea vecchie e nuove glorie della musica pop-olare e così ecco sfrecciare Brian Setter e Brian Wilson alla guida della Little Deuce Coupe, i Butthole Surfers (altri mari da solcare, ma sempre di surf si tratta…NdLYS) che riprendono senza correggere l’estate in città dei Lovin’ Spoonful e remissano la sempreverde Ocean Size dei Jane‘s Addiction, Tom Morello e soci ci regalano una Snoop Bounce snocciolata dalle rime di Snoop Dogg, i Pearl Jam si rivelano inaspettatamente e banalmente pavement-iani nell’inedita The Whale Song mentre i Red Hot Chili Peppers confermano la vena annebbiata delle loro californicazioni con un’insipida e pallida How Strong. Episodi di maniera sono pure quelli di Mr. Ben Harper o degli Smash Mouth mentre tornano al mai sopito amore per l’hardcore i Beastie Boys.

Il resto, compreso il Beck inghiottito da sitar, armoniche e fiori di Electric Music and the Summer People, scopritevelo da voi. Le spiagge continueranno ad essere deturpate dal cemento ma potrete bestemmiare con più gusto.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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QUEENS OF THE STONE AGE/BEAVER – The Split CD (Man’s Ruin)

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Per il terzo album i Queens of the Stone Age sfoderano la loro migliore line-up di sempre: Josh Homme, Nick Oliveri, Mark Lanegan e Dave Grohl costituiscono la robusto ossatura del gruppo, col solito corollario di collaboratori che va da Chris Goss a Natasha Shneider e i cameo di Casey Chaos degli Amen e Lux Interior dei Cramps. Quello che ne esce è, ovviamente, il loro capolavoro. Un album pensato come disco da viaggio, per coprire le 168 miglia che separano Los Angeles dal parco di Joshua Tree riascoltando per tre volte di fila le canzoni che ci sono dentro.

Songs for the Deaf è un album parossisticamente schizofrenico, capace di toccare vertici di follia metal-core (le You Think I Ain’t Worth a Dollar, But I Feel Like a Millionaire e Six Shooter urlate da Oliveri con le dita affondate nella trachea) e fondali lagunari di dolcezza acustica (la Mosquito Song solcata da un bell’arpeggio di chitarra flamenco). Tra questi due estremi fluttuano alcune delle più belle cose mai scritte e suonate dai QOTSA. Dalla No One Knows che scolpisce il bassorilievo di Cold Sore Superstar dentro un monolite di granito a colpi di scure e di clavi, con la chitarra inesorabile di Homme, il basso rantolante di Nick Oliveri e il drumming di Dave Grohl possente come non mai alla melma grungedelica di Hangin’ Tree con la voce di Mark Lanegan che cola come resina dalle pale spinose di un cactus del deserto passando per le meccaniche di First It Giveth e A Song for the Dead, per il pop di Go With the Flow e Gonna Leave You, il blues di God Is On the Radio, il sixties-sound di Another Love Song (e, per il pubblico inglese e giapponese, della cover del classico beat Everybody‘s Gonna Be Happy dei Kinks) e per il compressore kyussiano della lunga A Song for the Deaf dove tutto assume i contorni spaventosi di una doomedelia abissale che si sposta tra profili sabbathiani e aperture memori dell’hard-rock malinconico degli Screaming Trees. 

Disordine e stupore.

Quando già si era detto tutto e sembrava non ci fosse più nulla da dire, la Bestia partoriva pensieri mostruosi.  

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro  

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MOTORPSYCHO – Timothy‘s Monster (Stickman)  

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Dopo l’estate del 1994, chiusa in malo modo l’esperienza contrattuale con la Voices of Wonder (con una bega legale risolta solo nell’ Aprile del 2002) e con un nuovo disco pronto da stampare, i Motorpsycho si vedono costretti a fare di necessità virtù mettendo in piedi la Stickman Records con l’esclusivo obiettivo di pubblicare da quel momento in avanti il loro materiale (in realtà sin da subito la label si aprirà ad altre band “sorelle” come i 35007 o i Soundtrack of Our Lives, NdLYS).

L’album che inaugura il nuovo corso indipendente per la band norvegese è l’imponente Timothy‘s Monster. Un doppio CD/triplo LP che diventerà quindici anni dopo, un po’ furbescamente, un quadruplo CD pubblicato dalla Rune Grammofon.

Un disco che li avvicina, ancora più che il precedente Demon Box, alla sensibilità grunge che ha intanto invaso il pianeta, pur presentando gli “eccessi” tanto cari al gruppo scandinavo per via di certi suoni “impastati” che scorrono lungo grandissima parte del disco e che, per abbreviazione e comodità, diremo che potrebbero costruire un ideale ponte artico tra il folk capellone di Neil Young, il vigoroso rumore bianco dei Dinosaur Jr. e il country deforme dei Meat Puppets.

Costituiscono un po’ l’asse di equilibrio di un lavoro che si concede ancora una smorfia atroce del vecchio grind-metal delle origini come Grindstone, ballate acustiche da serata polare (FeelNow It‘s Time to SkateSungravyWatersound) e crescendo d’atmosfera come GiftlandThe Golden Core o l’incalzante The Wheel che sembra una versione caterpillar dei primi Verve.

Un disco dalla bellezza incredibile e da cui ancora oggi è impossibile alzare la puntina.

Però magari, se proprio dovete, fatelo sull’ultimo minuto di Grindstone.  

Eviterete (ca)rogne co(me)i vicini.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Motorpsycho - 1994 - Timothy's Monster (02 cds set)

FLUXUS – Fluxus (Furious Party)

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Sopravvissuta al naufragio della scialuppa grunge italiana, la zattera dei torinesi Fluxus arriva alla sua quarta tappa con questo omonimo album che dimostra come il gruppo di Franz Goria abbia qualcosa da dire malgrado l’apparente rigidità spartana della copertina che racchiude l’album.

Il tono è, rispetto ai primi dischi, più rilassato. La furia non si è stemperata ma viene “risolta” in modo quasi confidenziale, con toni da confronto più che da denuncia. Come richiedono i trentenni.

Le due grandi versioni di Una splendida giornata di luna e Radiografie sono la cartina al tornasole di questo nuovo equilibrio: toni liquidi e la tromba di Roy Paci a piroettare sopra, regalando al gruppo una via di fuga da un percorso musicale che avrebbe potuto adagiarsi su risultati più prevedibili, come accaduto a molti.

Su tutto aleggia un’atmosfera che si lega a certi anni Settanta, gli stessi rivisti recentemente su El Topo Grand Hotel dai Timoria, con un gran lavoro strumentale (del fiato jazz di Roy ho già detto, ma anche le chitarre e il fascio ritmico basso-batteria sono sopra la media, NdLYS) e vocale.

Questa specie e Talidomide sono, ad esempio, ciò che i CSI avrebbero potuto diventare se non fossero stati inghiottiti dalla loro voglia di compiacersi già dalla terza canzone della loro carriera.

E Ferretti dall’ombra di se stesso.

Più che dignitosi, da qualsiasi lato li giriate.

 

 

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

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THE UNITED STATES OF AMERICA – The United States of America (Esoteric)    

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Joe Byrd era uno dei tanti ragazzoni americani che al crepuscolo degli anni Sessanta amava andare a funghi e usava mettere fiori (e anche altro) nei suoi cannoni.

Nato a Louisville ma trasferitosi a New York nel 1960 affascinato dagli esperimenti del Fluxus, Byrd decide nel 1967 di mettere al servizio della musica “commerciale” i suoi studi sulla musica elettronica investendo tempo e denaro nell’ avventura degli United States of America, una formazione atipica (bandito, ad esempio, l’uso della chitarra elettrica) che si dibatte tra sperimentazione e canzone di protesta trovando  un compromesso artisticamente dignitoso tra John Cage e i Jefferson Airplane.

Il legame artistico con la Moskovitz, Gordon Marron, Craig Woodson e Rand Forbes dura però pochissimo.

Giusto il tempo di dare alle stampe un disco omonimo per la Columbia, passare qualche giorno in gattabuia per il solito possesso di sostanze psicotrope e avventurarsi in un catastrofico tour promozionale.

La ristampa della Esoteric (analoga a quella della Sundazed di dieci anni fa) che include tutte le registrazioni della band di New York rimette in circolazione queste canzoni a metà tra la fanfara di paese, i Beatles, l’acid-rock, la musica da circo, Zappa e i disturbi-radio che poco successo riscossero al tempo e altrettanto esiguo interesse susciteranno adesso che i ventenni di allora sono i settantenni che muovono le anche in balera oggi.

Ciò che allora sembrava in anticipo sui tempi appare oggi insomma fatalmente demodè, sorpassato a breve da commistioni più efferate oppure più fruibili.

O, più semplicemente, meglio incoraggiate e sostenute dal battage pubblicitario che la Columbia si rifiutò, in questo caso, di dare. Spaventata forse dal fatto che gli  United States of America, a dispetto del nome da conquistadores non avessero la capacità o la voglia di sfornare un singolo adatto a dominare se non il mondo, almeno le classifiche della madre patria.

O forse, impaurita di dover promuovere davanti alla minaccia della Guerra Fredda una band filocomunista che scrive una canzone d’amore per il Che.

Voi per chi ne scrivereste una?

Scrivetela per qualcuno che possa leggerla.

E che possa fingere di non averlo fatto.

 

Franco “Lys” Dimauro

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