THE VERVE – A Northern Soul (Hut)    

Prima che montasse il “caso” Bitter Sweet Symphony (con gli Stones che, assetati di denaro e vendetta, costringono la band inglese a versare ai loro avvocati tutti i diritti su uno dei pezzi-simbolo di tutto il brit-pop degli anni Novanta) ci aveva già pensato la Verve Records a portare in tribunale Ashcroft e compagni e obbligandoli ad aggiungere l’“articolo determinativo” al loro moniker.

Detto. Fatto.

Per evitare altre rotture di balle i Verve aggiungono anche quello “indeterminativo” al titolo del loro secondo album, onde evitare che il sessantenne Dave Godin si sogni di reclamare qualche paternità indubbia ma poco gradita.

Non si può mai sapere.

Così, malgrado il Wigan Casino sia ormai seppellito dalla polvere, “i” Verve dedicano il loro nuovo disco, uscito nell’anno d’oro del brit-pop (l’anno di Morning Glory, The Great Escape e The Bends, per essere chiari) alla musica che si ballava a pochi isolati dalla loro sala prove.

Senza metterci dentro neppure un brano soul ma mostrandola comunque, quell’“anima”. Mettendola a nudo soprattutto in due ballate come On Your Own e History che scartavetrano la montagna di chitarre psichedeliche che sommergono come magma grandissima parte del disco e che faranno da calco per molte delle composizioni del fortunato Urban Hymns di due anni dopo.  

A Northern Soul è però, a dispetto del titolo, un disco psichedelico. Costruito intorno ad un’idea di suono da nubifragio che possa sorprendere l’ascoltatore incauto come l’abbattersi di una tempesta o che lo trascini in balia delle onde.

Ecco dunque “piovere” titoli come Brainstorm Interlude, Stormy Clouds, Life’s an Ocean a dare ulteriore senso a quell’A Storm in Heaven che aveva battezzato il loro debutto. Ecco quindi canzoni dal minutaggio imponente (nove su dodici superano i cinque minuti) strutturate su un suono che lavora spesso sulle saturazioni tumultuose o improvvise e sull’effetto sciabordio (l’uso dei piatti e in generale, l’impronta meteoropatica che incide soprattutto sulle tracce finali di ognuna delle due facciate dell’LP).

Acqua che non disseta e non cura il dolore.

Owen Morris va via sbattendo la porta.

Nick McCabe va via sbattendo la porta.

Richard Ashcroft va via sbattendo la porta.

Fuori, continua a piovere che Dio la manda.

Dentro, di più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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