THE JESUS AND MARY CHAIN – Munki (Creation)

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Nel Giugno del 1998, dopo quindici anni, la catena si chiude.

Si chiude con un ritorno a casa e una famiglia che va a pezzi.

Tra l’una e l’altra cosa, ci sono altre porte che sbattono, come sempre.

Gli ultimi a togliere le tende sono Matthew Parkin, Barry Blecker, Steve Monti, Phil King, Geoff Donkin.

Poi si toglie dalle balle anche Geoff Travis che strappa in faccia ai ragazzi il loro contratto con la Blanco Y Negro (leggasi Warner, che viene più facile, NdLYS).

“Questo disco fa schifo” fa sapere ai fratellini.

Ma anche quello prima faceva schifo.

Semplicemente, il mondo si accorge di non avere più bisogno di loro.

William Reid odia il rock ‘n roll. E il mondo odia lui.

È uno scambio reciproco di amore al rovescio.

Tutto il mondo lo odia, compreso Jim.

Il Drugstore è ancora la casa di entrambi, ma a giorni alterni.

Jim e William evitano di incontrarsi. Portano alla band (ora oltre al fido Ben Lurie c’è l’ex-Gun Club e Clock DVA Nick Sanderson dietro ai tamburi) ognuno i suoi pezzi e suonano senza incrociarsi in studio.

È un periodo in cui i Reid sono più bravi a sputarsi in faccia e a fare a pugni che a scrivere canzoni.

Vanno sul palco gonfi come sacchi da boxe e rimborsano il prezzo del biglietto.

La scrittura è a livelli bassissimi.

Sembrano una versione alla Bananarama dei Ramones (Mo Tucker, su cui canta la sorellina Linda, è una Blitzkrieg Bop nata da un preservativo bucato, Fizzy pare uscita fuori dal Rock ‘n Roll High School NdLYS) o una strozzatura alla aorta degli Stooges (Degenerate che fa il verso a TV Eye). 

Never Understood declina al passato la Never Understand del debutto.

I Love Rock ‘n Roll si intitola come una vecchia Joan Jett dell’81.

Man on the Moon come un R.E.M. del ’92.

Black come un Pearl Jam del ’91.

Cracking Up come un Bo Diddley del ’59 ma suona come Mongoloid dei Devo.

Supertramp come il peggio degli anni Settanta, ma con la batteria rubata a Tomorrow Never Knows.

I Hate Rock ‘n Roll come un Jesus and Mary Chain vecchio stile di cui però nessuno più ha paura.

William chiude la porta.

O forse è Jim a farlo.

Chiunque sia, vanno via senza salutarsi.

Gesù da una parte, Maria dall’altra.

Gettano la chiave nel tombino.

Il Drugstore muore.

Il rosario si chiude.

R.I.P.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

Munki

RAY DAYTONA AND THE GOOGOOBOMBOS – Deep Breath (Ammonia)  

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Come la signora Luisa, Deep Breath inizia presto e finisce presto.

E come lei, il water non lo pulisce di sicuro.

Anzi.

Ammorbato di flatulenze punk e incrostato di porcherie garage, il nuovo lavoro della band toscana dura appena poco più di un sospiro, come suggerisce il titolo.

Tre cover e quattro originali (co)stipati in un quarto d’ora di evacuazione garage-punk. E, con la fame che ci attanaglia, ci si aspettava qualche ceffone in più. Vale la pena dirlo.

Ma, pur se la vacca è magra, è pur sempre una gran vacca.

Carnazza punk e interiora surf montate su quella solita/solida impalcatura ossea che, ridendo e scherzando, ha già diciassette anni di vita. Tanti che non ci si ricorda più se l’“omaggio alle radici” che affascina tanta critica musicale che ha fretta di assopirsi è quello porto quando ci sparano addosso un pezzone garage come Alternative Brain o, viceversa, quando si immergono tra le onde di Hammond e moog di uno strumentale (come al solito, da antologia) Love and Napalm.

Oppure che sia, come sempre, il punk il punto di inizio di tutto? Quello dei Wire, dei Velvet Underground, di Cuby + Blizzards. Che qui ricevono oltraggio in risposta al loro oltraggio.

Il tempo di chiederselo e la signora Luisa ha già lasciato casa.

Lasciando il water sporco. Come è giusto che sia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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