MONKEY BUZZNESS – Mustango (Cardyotonic)  

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Chitarre sbrindellate e batteria, secondo una logica minimale che inaugurata dai Cramps è stata adottata un po’ da tutte quelle bands (dai Pussy Galore e Gories fino agli Immortal Lee County Killers) che hanno cercato di piegare il rock ‘n’ roll alla sua dote di essenzialità. Obiettivo che pare primario anche per questo terzetto piemontese che impiega al meglio le poche risorse che si è imposto di adottare intrecciando al caos delle corde, elettriche e vocali, di Giovanni Inverno e Mr. FF il drumming essenziale ma abrasivo di Gianluca Gozzi ed elaborando una forma non inedita ma abbastanza personale e “complessa” per costruire brani rock ‘n roll sfilacciati e ricchi di imperfezioni attorno a quel concetto di ripetitività erotica che era propria del blues ma che costituiva anche il postulato esoterico di bands come Velvet Underground o Spacemen 3 (per limitarci a territori limitrofi a quelli dei Monkeys, ma il discorso dovrebbe estendersi a dismisura, dal jug spiraloide degli Elevators al wall of sound dei Ramones, dalle febbri psicotiche dei Seeds al picchiettare del piano sul Metallic KO degli Stooges, NdLYS).

Vicini allo spirito di bands come ’68 Comeback o Gibson Bros., i Monkey Buzzness si impegnano dunque nell’ennesimo riadattamento del fangoso blues rurale alla voracità famelica della giungla urbana (le stesse emozioni che dovette provare Dylan sgommando sulla Highway 61 se è vero che The Preacher sembra evocarne l’eco zozza e sporca) con un gusto acido anarchico che solo il mio ormai svezzato orecchio mi costringe a giudicare cautamente, ma che è un germoglio di semi veramente cattivi.

Ma se stravedete per il r ‘n r che ti resta appiccicato addosso non esitate a buttarvi tra le braccia del Mustango.

Franco “Lys” Dimauro

 

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SCREAMING TREES – Sweet Oblivion (Epic)  

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L’occasione mancata della Sub Pop.

Che pure qualcosa, una piccola cosa in formato sette pollici, aveva stampato tre anni prima con gli alberi urlanti in copertina.

Alla fine, persa la battaglia con la Epic, Bruce Pavitt si limiterà ad accogliere il Mark Lanegan solista che ai tempi non convince ancora gli A&R delle major. Ma questa è un’altra storia (che però, all’epoca dell’uscita di Sweet Oblivion, ha già preso il via). Quella degli Screaming Trees è iniziata un po’ di anni prima proprio dalle parti di Seattle, quando l’attenzione della stampa e del pubblico è rivolta verso la California, Minneapolis e Athens.

Del loro rock psichedelico ed obliquo durante gli anni Ottanta non interessa quasi a nessuno. Finchè il vortice del grunge non risucchia dentro anche loro forse più per questioni geografiche che di stile. La scelta della Epic di inserire Nearly Lost You dentro la colonna sonora del filmettino Singles si rivela però un trionfo. Quando Sweet Oblivion arriva sui tavoli dei giornalisti, nel Maggio del 1992, l’album non ha ancora un titolo ne’ una scaletta definitiva (verrà poi spurgata di tre brani) ma rivela da subito un carattere vincente.

Il suono è denso, vischioso, uterino. La voce di Lanegan pastosa e calda è permeata di quell’indole confidenziale che verrà poi esaltata nella sua discografia solista.

E le canzoni, tutte, sembrano davvero possedere quella dose di incanto e suggestione che era mancata al vecchio canzoniere del gruppo.

La diga sonora costruita dei fratelli Conner (che hanno elaborato, riadattandola, la formula di Crazy Horse, Creedence Clearwater Revival, MC5, Lynyrd Skynyrd) sembra contenere a fatica una creatività straripante e donare quel senso di meraviglia inquieta che trasuda da canzoni come Butterfly, Secret Kind, Shadow of the Sun, Troubled Times, For Celebration Past, Nearly Lost You, cariche di un pathos solenne e minaccioso. Salici piangenti mossi dal vento dell’Hurricane Ridge.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

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