TAV FALCO PANTHER BURNS – Sugar Ditch Revisited (New Rose)

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A dispetto del titolo scelto per battezzarlo (Le Sugar Ditch sono le latrine a cielo aperto che popolano le zone depresse del Mississippi, NdLYS), il rockabilly crampsiano del debutto degli inavvicinabili Panther Burns declina leggermente verso un suono più professionale con Sugar Ditch Revisited, il miniLP registrato a Memphis negli studi di Sam Phillips sotto la guida sicura di Jim Dickinson.

È lo stesso produttore ad invitare Tav a fare rientro a Memphis per registrare qualcosa insieme.

GusTavo, dopo qualche esitazione, accetta.

Con lui ci sono Alex Chilton (di nuovo) e Ross Johnson.

Ma, ora che la New Rose ha scucito i soldi per pubblicare il disco, Jim porta dentro anche Ben Cauley e Andrew Love, sassofono e tromba dei Memphis Horns.

Sono loro a colorare di soul Tina, The Go Go Queen, uno dei due pezzi di Mack Rice che aprono e chiudono la breve scaletta del disco.

Il nuovo stile chitarristico di Alex, affinato dalla frequentazione col contrabassista Renè Corman del giro jazz di New Orleans, dà un’impronta nuova al suono della band, particolarmente efficace su Working On Building e Lonely Avenue.

I Panther Burns si traformano da garage-band in un combo di roots rock. 

Tav si ferma a guardare la punta delle sue scarpe cubane.

Poi pigia l’acceleratore della sua T-Bird, tornando verso New Orleans.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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CHEAP WINE – Crime Stories (autoproduzione)

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Squadra che vince, non si cambia. Forti di questo adagio, e dell’orgoglio di aver conquistato l’America rivendendole la sua stessa merce (che è un po’ come se un rom facesse i miliardi da noi vendendo spaghetti sul suo camper, NdLYS), i Cheap Wine si ripresentano con un disco che è l’esatto proseguio di Ruby Shade, nonchè degli altri due che li hanno perceduti. Identica formazione, stessi studi di registrazione, analogo team, conforme scelta di autoproduzione, pari ostinazione nelle proprie scelte stilistiche. Eppure per la prima volta qualcosa sembra non funzionare a regime e si ha la sensazione che la band si sia un po’ adagiata, mostrando i limiti di un suono fin troppo ossequioso che, malgrado riservi ancora belle scosse (Coming Breakdown, con quell’attacco che mi ricorda i perduti Rebels without a cause, Waitin’ for a Fight, Castaway le migliori del lotto), si compiace un po’ troppo finendo per appiattirsi in un’omogeneità che non giova all’ascolto (Behind the Bars, Looking for a Crime, Tryin’ to Lend a Hand si riflettono un po’ troppo, Temptation sceglie un percorso criptico che non le si confà) e che alimenterà le critiche di chi già non vede di buon occhio la coerenza cocciuta e la passione autentica che alimentano il gruppo dei fratelli Diamantini. Se solo si fossero voluti un po’ meno bene….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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