YARDBIRDS – Birdland (Favored Nations)

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Le cattive esperienze mi hanno obbligato ad avvicinarmi coi piedi di piombo alle reunions. I rientri in scena puzzano sempre un poco. Quando il sipario si riapre, dopo una pièce teatrale, è per raccogliere gli applausi e qualche mazzo di fiori lanciato sul palco, il meglio lo si è già dato prima. La diffidenza che si mette in circolo nel nostro organismo all’annuncio del rientro in scena dei nomi storici che hanno segnato la nostra adolescenza credo sia una cosa del tutto naturale che ha a che fare con i meccanismi biologici di autodifesa, con l’orologio termico degli anticorpi. nemmeno gli Yardbirds, ovvero la più grossa palestra blues/rock inglese degli anni ’60 insieme a quella gestita da John Mayall, ne sono stati immuni. lLa paura di veder infangati i nostri ricordi legati ad una delle più indomite e spurie bands di blues bianco di sempre era grande ma, se devo essere onesto, del tutto infondate. Anche se i “gallinacci” (Mike Bongiorno docet…) ce l’hanno messa tutta per terrorizzarci chiamando una sfilza di virtuosi a mettere mano al loro vecchio repertorio e a prestare le unghie per i sette brani nuovi che completano la lista di questa città infestata dagli uccelli: Steve Vai, Joe Satriani (che ci provano ad assassinare rispettivamente Shapes of Things e Train Kept A-Rollin’ coi loro ghirigori ma senza riuscirci del tutto, NdLYS), Slash, Steve Lukather, Jeff Baxter, Brian May più Johnny Rzeznik dei Goo Goo Dolls che fa il golino nuovo a For Your Love. Dignitoso anche il nuovo repertorio, accostabile alla fase centrale della band, ovvero quella meno legata al blues delle origini ma non ancora inacidita dal misticismo psichedelico degli ultimi albums e che fanno di Birdland un’appendice dignitosa alla discografia della band inglese.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

JACK WHITE – Lazaretto (Third Man)  

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Su Jack White sono attaccate le speranze del rock ‘n roll.

Non da ora. Da quindici anni. E lui lo sa.

Da allora (diciamo da White Blood Cells, visto che i primi due dei White Stripes in molti li hanno comprati solo dopo l’uscita del terzo disco), Jack non si è risparmiato. E non ci ha fatto risparmiare. Almeno una decina di dischi se non indispensabili, quantomeno necessari. Un po’ perché fa figo averli e un po’ perché sono belli davvero. In coppia mista, in coppia omogenea, in quartetto, con orchestra, da solo, con amici.

Lazaretto è la sua seconda sortita in proprio, circondato da tanta bella gente.

Un album che strizza l’occhio un po’ a tanti, come nella tradizione bagascia del suo autore. Molta musica del Sud degli States, che dovreste sapere qual’è. E i soliti accenni a certo rock ‘n roll stradaiolo e sporcaccione di marca Stones.

Roba che vende, tanto e subito (spodestando anche altri record storici), perché ha l’icona di Jack White stampata in copertina. Per default, come dire.  

Letta così, sembrerebbe un’accusa e una critica più o meno feroce.

E invece no, personaggi come Jack White sono oggi necessari anzi, indispensabili (notare la finezza dell’effetto reverse rispetto a quanto scritto qualche riga sopra, NdLYS) al mercato musicale. Perché tirano su le vendite. E anche perché tirano su qualcos’ altro, diciamolo pure. Il suo è un rock ‘n roll virile, perfettamente bilanciato fra tradizione “oldies” e gusto moderno.

Lazaretto è un disco ben fatto, elegante e clochard allo stesso tempo. Che io gli preferisca il Blunderbuss di due anni fa vuol dire poco o nulla.

Invecchiando si diventa più esigenti e più brontoloni, e non è affare che vi riguardi.

Fare tendenza con un disco che si insudicia ancora le mani col blues, questo si che fa la differenza. Tra l’altro senza neppure vendere l’anima al diavolo.

O, se si, facendo abbastanza denaro per poterla ricomprare. Bravo Jack!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PJ HARVEY – Stories From the Cities, Stories From the Sea (Island)

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Il nuovo album di mrs. Piggei è un disco DA PAURA. Senza esagerazioni. Infili il disco nel lettore e, appena sistemato il culo sul giro di Big Exit, hai PAURA di aver sbagliato disco. Resisti, un attimo di imbarazzo, parte Good Fortune e vai a controllare se Gung Ho di Patti Smith sia bello tranquillo nella sua custodia o sia per caso caracollato fuori. Quando ti accorgi che in effetti nessuno lo ha mosso dalla sua polverosa posizione sullo scaffale, allora comincia a insinuarsi la PAURA di aver sprecato il tuo denaro. Al terzo brano, cominci davvero ad avere PAURA che questa agonia non abbia mai fine. E così, giunto alla fine dell’opera (opera???? operetta da avanspettacolo, semmai….. NdLYS) lo vai a sistemare in alto, perché hai PAURA che la tentazione di andarlo a riascoltare per scoprire che “no, non può essere così” e “deve pur esserci qualcosa di vicino a una buona canzone” si faccia avanti. La trojetta che saltava dal letto di Steve Albini a quello di Nick Cave è ora una puttanella da quattro soldi, di quelle che carichi solo mettendo in mostra il macchinone nuovo e l’autoradio potente. John Parish, che qualcosa deve aver intuito, ha ritirato le fiches, alzato il culo e lasciato il tavolo verde. Voleva giocare a Risiko e ora si sarebbe trovato al Gioco dell’Oca. Cara signorina Harvey, visto che sei arrivata alla frutta, perché non sparecchiare velocemente e toglierti dai coglioni?? 

 

                 Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Let’s Dig ‘em Up # 2 / # 3 / CD Edition (No Tyme)

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Ahhhh! Ficcare il culo su una macchina del tempo, annodare cinghie e cinture, mani serrate sui braccioli, azionare il reotomo, chiudere gli occhi e trovarsi di colpo in piena orgia sixties.

La Sunset Strip brulicante di vita!

Infilarsi di corsa nel record-store giusto e arraffare tra gli scaffali quelle pillole di vita grandi sette pollici!

Una scorta da portare a casa per poter viaggiare ogni volta se ne senta l’esigenza!

Le Let’s Dig ‘em Up sono questo. Una fottuta macchina del tempo.

Maledetto, attraente e seducente gioco che sollecita la nostra memoria e ci fotte il cuore.

Sono i sogni della My Generation che diventano realtà, il rock ‘n roll che si uccide per non diventare vecchio.

Dopo gli scavi dello scorso anno gli archeologi della No Tyme Rds. sono tornati a scavare e hanno riportato alla luce del sole altre sfavillanti gemme di fragoroso garage punk.

The Count Game è una ipotetica battle of the bands fra otto college bands americane e il resto del mondo. Se riuscite a decretare i vincitori fatelo, io ci rinuncio.

Di certo posso dirvi solo che canzoni come Smoke Rings dei Gants, l’enorme Be In dei Serpents Noir, la Jezebel degli Heralds di Johnny Kendall o Amour Limits Zero di Eric Charden sono l’essenza assoluta del beat punk dei Sixties. Folle non possederle.

Ancora meglio, se possibile, fa il terzo volume intitolato Don’t Put Me On, non fosse altro perchè contiene una delle più belle canzoni di tutto il 1966 (e, attenti, parlo del ’66 come dell’anno X del garage punk americano, NdLYS): Up So High dei What’s New. Folle folk screziato di garage punk. Maniacale, perverso, assolutamente sconcio. Fate un inchino al genio di questi quattro ragazzi e passate oltre, a scoprire diamanti grezzi come la Heart made of soul degli Underground Balloon Corps o gli incredibili Riders of the Marks o ancora le due perle degli Hard Times di San Josè che chiudono le due facciate del vinile.

Per chi voglia esimersi dal piacere orgiastico di rigirare tra le mani questi vinili e le splendide copertine che le racchiudono, la No Tyme “tasta” il mercato del digitale con la “CD Edition” delle sue raccolte. Folle il tentativo di raccogliere “il meglio” quando il livello è così alto ma Nicola Compagnini prova a scegliere 24 tra le gemme che affollano i tre volumi di pasta nera rendendo l’acquisto comunque obbligatorio con la furba scelta di aggiungere sei bonus tracks. E che bonus tracks, signori!!!!

I Can’t Get Through You degli Outcasts in particolare è una sborrata beat punk come poche, mentre i polacchi Polanie ci crivellano addosso un beat rigoglioso di organo con classe inarrivabile.

Ora toglietevi il cuore e piantatelo qui.

Seppellitelo nell’orgia turbinosa di mille gracchianti, rovinose pepite beat.

Qua, nel buco nero dei SEXties!

Franco “Lys” Dimauro

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