MAINLINERS – Mainliners (Crusher)    

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L’ho ritirato fuori dal lettore un paio di volte sicuro che nella calca discografica che fa da scenografia al mio impianto stereo chissà che cazzo c’avevo messo al suo posto. Invece, nessun errore. E io che per anni ho sboccato ascoltando qualche passaggio di Bon Jovi dalle solite radio rock-oriented tricolori devo sucarmi 42 minuti in cui si parla di “lacrime che sanno di Bourbon con ghiaccio” e di altre menate di vita on the road. È il tempo medio di una buona scopata, quindi ovvio che mi girino un po’ le palle, anche perché dei Mainliners, dopo il debutto su Get Hip (anche quello niente di sbalorditivo comunque, NdLYS) si parlava come una delle promesse del garage rock svedese. E invece qui gli unici richiami sono a questo street r ‘n’ r allungato con l’acqua benedetta, altro che bourbon. Mi spiace più per la Crusher, a dire il vero, visto che finora aveva un catalogo di tutto rispetto e che invece si ritrova sul groppone un disco di macchiette che non hanno neppure saputo farsi allungare adeguatamente i capelli e che, presumo, non sanno nemmeno maneggiare bene il make-up per le grandi occasioni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MASTER‘S APPRENTICES – Masterpiece (Tapestry)  

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Quasi in simultanea con l’uscita del DVD Fully Qualified arriva la ristampa di Masterpiece, album che siglò il debutto degli Apprentices su EMI dopo il loro esodo inglese e che portò i primi mutamenti sostanziali al suono del gruppo. I timbri violenti dei primi dischi (roba infettata dal punk come Buried & Dead, Hot Gully Wind, War Or Hands of Time, Undecided, preziosi residui delle miniere beat del mondo downunder, NdLYS) lascia spazio alle sofisticazioni che il nuovo mercato progressive e il nuovo contratto impongono: il suono viene adulterato e plasmato secondo le esigenze “evolutive” del periodo miscelando flower pop ad aperture hard ma senza riuscire più a graffiare il volto degli avventori. Dio renderà giustizia dell’ammansimento di tante bestie che i primi anni settanta imposero sotto il tendone del rock ‘n’ roll circus.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SOUTH FILTHY – Crackin’ Up (Licorice Tree)  

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Monsieur Jeffrey Evans è uno che ha posato le chiappe sui migliori dischi di roots music americana degli ultimi venti anni. E non parlo di mediocre country-rock da tappezzeria ma di hillbilly ispido e bastardo. ‘68 Comeback, Workdogs, Gibson Bros., Bassholes, Oblivians: Jeffrey ha flirtato praticamente con il meglio della scena country radicale lasciando gli aculei della sua barba sui palchi di mezza America. Uno che sa scrivere canzoni come The Searchers e Ran Out of Run andrebbe infilato nella storia della canzone americana con tutte le calze. Sono i due episodi migliori di questo disco di covers che coinvolge gente come Eugene Chadbourne e Earl Poole Ball (il primo piano honky tonk sui dischi di country rock fu il suo, studiate bambini…NdLYS) nel recupero di gemme sbieche di Doc Watson, Howlin’ Wolf, Bo Diddley ma anche gli Hickoids e Mott the Hoople. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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