THE DEFECTORS – Let Me… (E.S.P.)

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Scavafosse….fuori le vanghe!
Dalla Danimarca arriva un nuovo combo di estrazione garage-beat che può mettere un po’ di pepe nei vostri culi intitizziti dalla noia. Già in circolazione sotto le sigle The Fuzz Arts e Persuaders, i Defectors esordiscono ora per la neonata E.S.P. Records (in omaggio ad uno dei più acidi numeri dell’era Pebbles che vi invito a riscoprire, NdLYS). Let Me… è un disco dal classico tiro garage punk capace, nei momenti più ispirati ) il beat imbottito di Farfisa di Hey Hey Hey, il deragliante circuito garage di I Want to Hold You Tight, la rovinosa corsa fuzz di Come Back Baby) di fare la sua bella figura accanto ai dischi di Lime Spiders, Nomads o dei primissimi Miracle Workers.
Prima di invitarvi all’orgia Martin Budde e soci hanno comprato tutto l’occorrente: organi Farfisa, chitarre Vox, bassi Rickenbacker, maracas. Unici requisiti per unirsi alla festa, una Anglia d’epoca carica zeppa di go-go dancers come quella che occhieggia infame dalla copertina (diversa la cover del formato 12″ in 300 copie su vinile colorato, NdLYS).
Inutile ogni disgressione critica su dischi come questo per approcciarsi ai quali occorre una sana predisposizione al divertimento, all’incontaminata voglia di vita che sgorgava dai solchi dei piccoli/grandi capolavori del rinascimento neobeat degli anni Ottanta. Non mancano, come vuole la tradizione, un paio di rivisitazioni classiche, tanto per chiarire le radici: tocca stavolta a Larry and The Blue Notes e Litter farsi mettere le mani addosso, con esiti imprevedibili per i primi e canonicamente rispettosi per i secondi.
Ora tocca a voi, gravediggers.

Franco “Lys” Dimauro

 

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H.P. LOVECRAFT – H.P. Lovecraft / II (Radioactive)

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Dopo aver incendiato l’America con uno degli stili punk/blues più incisivi mai sentiti a quelle latitudini, Jerry McGeorge avrebbe abbandonato la sua Rickenbacker per dedicarsi al basso unendosi agli H.P. Lovecraft di George Edwards per il loro debutto datato 1967. Malgrado l’albero genealogico ce li presenti dunque su rami contigui, la musica dei Lovecraft era parecchio lontana da quella degli Shadows of Knight, il blues urbano tipico di Chicago si scioglieva in un folk annegato nel liquido amniotico della cultura hippie tributando omaggi a Fred Neil e Dino Valente, personaggi osannati dalla cultura flower-power californiana. I loro primi due dischi, ristampati separatamente dalla Radioactive, sono infatti da annoverare tra i classici del suono della West Coast dove la band si trasferirà per le sessions e per trovare la fonte di una cultura visionaria e naturalista che abbracceranno in toto.

II amplia il dosaggio degli ingredienti già presenti sul debutto incrementando gli angoli bucolici e esasperando le doti vocali di Dave Michaels capace di estensioni vocali notevoli ma mostra più del suo fratello maggiore tutte le rughe che il tempo gli ha scavato addosso.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LORDS – Hang On (L.O.T.N.C.)

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In sordina rispetto a quanto sarebbe stato lecito prevedere esce questo nuovo CD dei riformati Lords (of the New Church). Chi praticava fisicamente e mentalmente i posti “alternativi” che negli Ottanta traboccavano di darkettini dai capelli impiastricciati (che ne so, il Qbò di Bologna tanto per dire di uno) ricorderà l’entusiasmo che accoglieva brani come Fresh Flesh, Kiss of Death, Johnny Too Bad o Russian Roulette quando venivano sparati sulla folla. Nonostante opinabili scelte di arrangiamento che affievolirono l’impatto di alcune loro cose, credo vada riconosciuto ai loro tre dischi ufficiali la capacità insolita di mettere un po’ d’accordo tutti, gli amanti del gotico e quelli del r ‘n r più sanguigno, del rock epico e della new-wave elettrica. Del resto gente come Stiv Bator, Dave Tregunna, Nick Turner e Brian James non poteva sbagliare più di qualche tiro. I Lords di allora (si fa per dire, Nick Turner e, ovviamente, Stiv non fanno più parte del gioco) li ritroverete in pezzi come Where Are You Now? o Hashashin. Ma preparatevi pure ad ascoltare una band che prova, forse senza la convinzione necessaria, a mettere del nuovo dentro una formula fin troppo ovvia: ecco allora spuntare i toni reggae di The Devil You Know o il rumore deflagrare dall’ interno in un pezzo come Baby Babylon. I “fedeli” della Nuova Chiesa ascoltino pure, ma i nuovi adepti optino per le recenti reissues del vecchio materiale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – Pink Narcissus (Crammed Discs)  

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Romantica e decadente come l’ultimo volo di una falena tramortita, la musica dei Tuxedomoon torna a volteggiare sopra le nostre teste, con l’intento di vestire il corpo nudo di Bobby Kendall, l’altra farfalla notturna che sbatteva le sue ali su Pink Narcissus, il film di James Bidgood a suo tempo “musicato” da Prokofiev e Mussorgsky. Un immaginario, quello evocato dalla pellicola di Bidgood, dove i pionieri dell’ avanguardia new-wave di San Francisco si sentono perfettamente a loro agio. La band californiana è stata da sempre permeabile alle suggestioni della settima arte e questo nuovo lavoro ne è l’ulteriore conferma.

Pink Narcissus si colloca infatti tra le opere migliori dei Tuxedomoon, rimanendo fedele ai canoni estetici ed estetizzanti della loro musica che unisce fumi sintetici ed ombre jazz creando una sequenza mirabile di visioni metropolitane evanescenti e noir che si susseguono per i cinquantaquattro minuti di questa lunghissima successione di brani quasi integralmente strumentali in cui il clarinetto di Steven Brown, il basso di Peter Principle, la tromba di Luc van Lieshout e il violino di Blaine L. Reininger si lusingano come amanti su lenzuola ancora bagnate d’amore. Pink Narcissus si snoda dunque secondo i vecchi clichè del suono Tuxedomoon, con i soliti nobili rimandi alla musica da camera, al rock teutonico, a certi crampi KingCrimsoniani.

Soffia malinconia. Sull’India, sulla Yugoslavia, sulla California, sull’Abissinia, sugli Urali e sui Pirenei. I Tuxedo la raccolgono dentro il loro imbuto e ce la sbuffano addosso. Di nuovo.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JON HASSELL/BRIAN ENO – Fourth World # 1 – Possible Musics (Glitterbeat)    

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Musica etnica per anime apolidi, queste sono le “musiche possibili” che Jon Hassell dipinge con il suo sbuffo e che l’eco digitale di Brian Eno soffia su tutta la crosta del mondo. Il primo, il secondo, il terzo.

E il quarto.   

Quello sognato da Jon Hassell nei primi anni Ottanta.

Che è un mondo trasversale.

Nessuno vi abita, in realtà. Ma è popolato dalle ombre di tutti gli uomini del pianeta.

Possible Musics è la linea di partenza di tutta la world music che verrà da lì in avanti e che all’epoca (siamo nel 1980) non ha ancora un suo “reparto” nei negozi di dischi e che a casa trova posto sullo scaffale di qualche collezionista di musica etnica, nonostante qualche timido tentativo, soprattutto in ambito jazz, di varcare i propri confini geografici.

La world music di Hassell non è invasiva, è come un velo ambient permeabile alle musiche che dal mondo evaporano e sul mondo piovono, dense. Questo effetto entropico e meteorologico viene reso secondo una struttura ad eco apparentemente disorganizzata, con gli effetti eco di Brian Eno che rimandano, a rovescio, le vibrazioni di Hassell, secondo l’effetto monofonico a bordone tanto caro alla musica asiatica e affine a certo minimalismo della musica colta occidentale del dopoguerra.

È uno scambio simbiotico e allusivo quello che si snoda lungo le sei contemplative tracce dell’album, qualcosa che conserva in se qualcosa di sciamanico e vocazionale. Un’immersione in un Gange di suoni atavici che la sezione “world” della Glitterhouse ristampa adesso con un interessante libretto di sedici pagine con interviste e dissertazioni dei protagonisti di questo straordinario viaggio tra le pieghe del quarto mondo.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE STANDELLS – Live On Tour – 1966! (Sundazed)

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La carriera degli Standells era iniziata proprio così: serate e serate di concerti.

A Los Angeles, a Pasadena, a Sacramento, a Las Vegas.

Locali presi d’assalto da teenagers che vogliono solo ballare i successi dell’epoca, e il repertorio che si adegua a quelle esigenze. “I ballabili”, per dirla con una lingua che agli Standells non era del tutto estranea.

Anche il loro debutto discografico era stato un documento dell’energia da party di quelle serate, registrato al PJ ‘s di Hollywood.

Poi, nell’Ottobre del 1965 c’era stato l’incontro con Ed Cobb e il successo di Dirty Water a cambiare tutto. O quasi tutto. Perché, a fianco di una serie inarrestabile di belle canzoni scritte da Cobb e dal gruppo in linea con la ribellione che intanto ha invaso la strada, il rapporto entusiasta con il pubblico non cambia e le date nei club (anche di supporto agli Stones) si susseguono senza sosta.

Quello che mancava, per chi gli Standells li ha scoperti con venti anni di ritardo come me, era un disco che documentasse l’energia di questi spettacoli. Quelli del 1966. Quelli in cui, oltre alla mai sopita voglia di divertire (ne sia prova la versione di Gloria qui inclusa) gli Standells tirano fuori il grugno che la nuova stagione impone.

Quella testimonianza arriva ora. A quasi cinquant’anni da quel concerto del 22 Ottobre all’Auditorium Hill di Ann Arbor che alterna cover ai nuovi classici capelloni della band californiana. Anche se, è doveroso dirlo, parte di queste erano già uscite in formato 10” nel 2001, sempre su Sundazed.

Non un disco di merdose registrazioni live con gli strumenti tutti appiccicati l’uno sull’altro ma un album dal vivo che suona con una dinamica e un bilanciamento dei suoni che ha poco da invidiare alle registrazioni in studio del periodo. Una bella mezz’oretta di festa beat. Per quanti vogliano credere ancora ad un mondo migliore.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ONE-MAN BAND

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One man band: l’uomo-orchestra.

La macchina perfetta.

Dita, testa, bocca, piedi, braccia e gambe che si muovono seguendo l’istinto primordiale per il ritmo. Organi vivi in un organismo vivo.

L’arte di bastare a se stessi. Sempre e comunque.

Una esigenza che, prima di essere artistica, è tuttavia economica.

La figura dell’one-man band nasce infatti assieme a quella del busker, dell’artista di strada, del musicista vagabondo. Gente capace di fare di necessità virtù e della virtù un’arte.  

L’one-man band è un uomo libero. E come tale può permettersi di dire quello che vuole, quando vuole, con ogni mezzo che ha a disposizione.

È questa figura rivoluzionaria e solitaria ad essere adottata agli inizi del XX Secolo da altri uomini soli e ribelli: i bluesmen e i folk singer sono le prime one-man band dell’era moderna. Le chitarre diventano armi per uccidere i fascisti e l’armonica un grido di dolore che ricorda lo stridere delle ruote d’acciaio dei treni carichi di merce nera sulle rotaie della First Transcontinental Railroad.

Doctor Ross, Joe Hill Louis, Tex Williams, Bob Dylan, Jimmy Reed, Hasil Adkins sono i predicatori che danno vita alla nuova immagine dell’uomo-orchestra, quella che influenzerà i moderni cantastorie armati di chitarra, armonica, tamburello e qualche altra suppellettile. Roba poco ingombrante, da infilare dentro una valigia di cuoio logorato e una custodia a forma di donna.  Pestati a morte dalle montagne di watt che hanno dominato il rock negli anni ’70, ’80, ’90 e dei primi anni del nuovo secolo, le one-man band risorgono ammaccate e tumefatte nell’ultimo decennio, adunandosi soprattutto attorno al maniero svizzero del Reverend Beat-Man. John Schooley, il re King Automatic, Urban Junior, Delaney Davidson, Bob Log III, Zeno Tornado, lo stesso Reverendo sono i nuovi sovrani dell’onanismo rock ‘n roll.

Teppisti che salgono sul palco e ti rovesciano addosso la loro merdosa massa di rumori, flatulenze, rutti e parolacce per invitarti poi a proseguire la festa nei camerini, dove la one-man band diventa un’orchestra a due, tre, quattro corpi.

Perché anche se i fascisti non sono ancora tutti morti, vale sempre la pena fermarsi un po’ per scoparsi una bella figa e insegnarle a cosa serve la destra.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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JAMES WILLIAMSON – Re-Licked (Leopard Lady)  

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Forse è così che si invecchia.

Mettendo su un disco di James Williamson senza avere un’erezione.

Ascoltandolo attraverso le feritoie di un pc, da una piattaforma digitale che ogni tanto passa qualche spot e condendolo con qualche beep che ti avverte di un qualche messaggio che qualcuno che finge di volerti bene ti manda su un social network. Un poke che bussa sulla spalla di un Pokemon che ride solo quando ne è costretto. E anche allora, di malavoglia.

Re-licked è la riproposizione, riveduta e corretta, dello storico materiale scritto da Williamson con l’amico Iggy Pop durante gli anni Settanta. Roba bootlegata negli anni più e più volte, titoli che conoscete tutti, se avete seguito l’epopea in parte sommersa degli Stooges: Rubber LegCock in My PocketI‘m Sick of YouI Got a RightOpen Up and Bleed, ecc. ecc.

La novità vera è che però, nonostante la paternità condivisa delle canzoni e malgrado anche Steve Mackay e Mike Watt si siano rimboccati nuovamente le maniche per mescere nel torbido della storia dell’Iguana, Iggy si sia rifiutato di partecipare alle registrazioni del disco, lasciando ad altri l’onere di ruggire o latrare sui pezzi che rappresentano forse uno dei momenti più dolorosi della sua stessa vita. Ne viene fuori una sorta di anomalo disco-tributo. Che non è un tributo agli Stooges ma a quel soul eroinomane e metropolitano che fu appendice alla violenta e veloce vicenda della band di Detroit.

A rendere omaggio, nomi di prima grandezza: Jello Biafra, Mark Lanegan, Nicke Andersson, Ariel Pink, Bobby Gillespie, Carolyn Wonderland, Lisa Kakaula, J.G. Thirlwell, Mario Cuomo degli Orwells, Alison dei Kills e così via.

Tutta gente che pare aver fretta di andare. E che, nonostante tutto, rimane.

A lanciare uno sputo, a versare un po’ di sangue, a camminare sulle schegge di vetro del Michigan Palace, come fachiri.

Quattordici brani (due dei quali riproposti però in due versioni analoghe per base strumentale ma con vocalist diversi) che hanno ancora una loro scellerata potenza. Malgrado Spotify. Malgrado Itunes. Malgrado il mondo invecchi e io con lui.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE ROLLING STONES – Out of Our Heads (Decca)    

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Il graduale processo di personalizzazione del repertorio e di fiducia nelle proprie abilità di compositori e non solo di interpreti passa attraverso un anno cruciale per il gruppo britannico: il 1965.

La tripletta di singoli di quell’anno, tutti firmati da Mick Jagger e Keith Richards (The Last Time(I Can’t Get No) Satisfaction e Get Off of My Cloud), sono la testimonianza di una scrittura sempre più graffiante in grado di competere con le canzoni degli amici-rivali Beatles in termini di successo e popolarità.

Il 1965 è l’anno in cui, emblematicamente, scompare anche l’“entità” Nanker Phelge utilizzata per autografare le canzoni scritte dalla band, seppellendo di fatto la prima parte della vicenda Stones.

Il momento è dunque propizio per dare il via all’assalto del mondo.  

Tuttavia, quando si tratta di mettere insieme il loro terzo album e a spregio di un titolo che lascia presagire chissà quali ingegni la band e il loro manager preferiscono essere prudenti, affidandosi ancora una volta al repertorio altrui e riservando a se stessi le “note a margine” di un disco che è soprattutto un omaggio alla musica soul ed R&B.

Dentro ci sono Sam Cooke, Don Covay, Marvin Gaye, Salomon Burke, O.V. Wright, Barbara Lynn, Larry Williams e l’eroe di sempre: Chuck Berry. Presenti nei loro vestiti più eleganti, tra l’altro (meglio faranno, con repertorio similare, i Pretty Things del dimissionario Dick Taylor, NdLYS).

E pochi Rolling Stones.

Sono brani perlopiù trascurabili, considerata la potenzialità espressiva testata sul piccolo formato, con un Brian Jones rannicchiato in un angolo dello studio a fare ancora una volta la sua smorfia Nanker e ad inghiottire le pillole che la mamma gli ha vietato.    

Mamma mamma, ho comprato un disco di musica nera.

Però c’ho messo la varicchina.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

   

 

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KIM FOWLEY  

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Ogni tanto qualcuno alza il culo dalla sedia e se ne va.

Che il rock dicono che è morto e invece muore solo chi ne ha fatto quella storia fantastica che ancora oggi ci affascina come bambini davanti alle favole dei fratelli Grimm.

Kim Fowley era uno di questi. Uno che di storie incredibili ne aveva, da raccontare.

E che è passato attraverso la storia della musica contemporanea in maniera così tenace e persistente da togliersi lo sfizio di inaugurare gli anni Sessanta sparando al primo posto delle chart una canzone idiota come Alley Oop (una di quelle cose per cui Ringo Starr gli sarà grato per tutta la vita) e chiudere la carriera producendo dischi anche dal suo ultimo giaciglio (Ariel Pink, altra testa matta quasi quanto la sua).  

Poi, come dicevamo, il 15 Gennaio del 2015 Kim si alza, chiude la porta e se ne va.

Lasciandoci decine e decine di produzioni, regali e cameo eccellenti (le Runaways, soprattutto, ma anche Mothers of Invention, Gene Vincent, Seeds, Blue Cheer, Kiss, Belfast Gypsies, Alice Cooper, Modern Lovers, Paul Revere and The Raiders, Warren Zevon, Soft Machine, St John Green), tanti pessimi LP e un solo album- capolavoro intitolato Outrageous, “una striscia madreperlata di seme maschile che incolla Jim Morrison a Iggy Pop” ebbi a scriverne. E lo ribadisco qui.

Un album dove il buon gusto viene seppellito da una pioggia di insulti, mugugni, rutti, orgasmi, provocazioni, accuse, incitamento ad ogni tipo di abuso. Nel 1968.

Dopo aver incontrato i Beatles, i Byrds, Jimi Hendrix, Eric Clapton.

Voleva morire dopo una bella cena, Kim Fowley.

In una camera con le lenzuola candide.

E si augurava di finire all’Inferno. Perché aveva paura che in Paradiso avrebbe incontrato Pat Boone e gli Osmonds.

Dio voglia che sia stato così.

E anche se ora pensate di potervene dimenticare, prima o poi lo spirito di Kim tornerà in qualche forma che non ci è data sapere. E vi piscerà nei cornflakes.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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