THE SHADOWS OF KNIGHT – Live 1966 (Sundazed)  

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È un po’ una furbata, il “nuovo” Live 1966 appena pubblicato dalla Sundazed. Nel senso che di queste sedici tracce registrate dal vivo al Cellar Club di Arlington Heights nel Dicembre del 1966, ben tredici erano già state pubblicate dalla stessa label più di vent’anni fa, su Raw ‘n Alive at The Cellar Club ’66. Le aggiunte riguardano tre interpretazioni abbastanza trascurabili di Anytime That You Want Me (che finirà poi nel repertorio degli H.P. Lovecraft, la band che ingaggerà Jerry McGeorge come bassista, NdLYS), Peepin’ and Hidin’ (cantata, come da tradizione, da Joe Kelley) e Willie Jean (interpetata, anche questa secondo consuetudine e in maniera alquanto dozzinale, da Tom Schiffour).

Siamo agli sgoccioli della brevissima, fortunata avventura dei primi Shadows of Knight. Dopo il successo trionfale di Gloria, la band ha subito il flop clamoroso di Bad Little Woman e I‘m Gonna Make You Mine e il pubblico locale ha già voltato loro le spalle eleggendo i Cryan’ Shames come nuovi eroi di Chicago.

Warren Rogers è stato il primo a fare i bagagli. E infatti in questa esibizione, di lui non c’è neppure l’“ombra”. Al suo posto c’è David Wolinski che era stato chiamato come tastierista aggiunto per le registrazioni del secondo album.

Purnondimeno la musica del gruppo di Chicago è ancora furiosa e rovente (ne siano prova i pezzi che aprono e chiudono la scaletta), irrispettosa come impongono i tempi ma pure ossequiosa quando si tratta di inchinarsi ai piedi del Dio blues.

Nera che più nera non si può.

Nera come il carbone.

Nera come la notte.

Nera come le ombre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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FASTEN BELT – No Escape From Acid Hysteria (Lostunes/High Rise)  

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Delle ristampe dell’archivio High Rise se ne parlava da tempo. Ad accennarne fu lo stesso Federico Guglielmi in una intervista di…ehm…quasi dieci anni fa.

Chi ha avuto la tenacia di aspettare, è stato premiato.

No Escape From Acid Hysteria, il debutto dei romani Fasten Belt dell’ormai lontanissimo 1988, inaugura dunque questa nuova lista di acquisti obbligati.

Erano i miei diciotto anni. Che oggi riaffiorano. Come i ricordi e come gli stronzi.

E io ho imparato a trovarmi a mio agio tra gli uni e tra gli altri.

Da Roma, i Fasten Belt erano arrivati a bordo di un piccolissimo disco volante che in quegli anni in cui molti cominciavano a guardarsi le scarpe, pochissimi avevano notato solcare il cielo della musica (molto) indipendente. Tra questi, un sempre attento Guglielmi che i Fasten Belt li aveva già visti spavaldi ed elettrici aprire per i Naked Prey il 23 Aprile del 1987.

Federico, che aveva avviato la sua etichetta quasi per caso un po’ di anni prima e che adesso cominciava a fare sul serio, offre loro un atterraggio di fortuna sulla pista della High Rise.  Il risultato fu pubblicato nell’estate del 1988 con nove pezzi in scaletta tra cui una riedizione della No Dice che occupava il lato A del singolo di debutto e una rabbiosa versione di Safety In Numbers degli Adverts suggerita dallo stesso Guglielmi. No Escape From Acid Hysteria è un album corrosivo. Che è punk nella sostanza ma non nella forma. Perché i Fasten Belt ascoltano un po’ di tutto. Post e proto-punk, progressive, metal. Mettono tutto in caldaia. E lasciano bruciare.

Influenze che restano sottopelle. Subdole, insidiose. Incostanti e perfide. Le stesse che strisciavano, in quegli stessi anni, nella musica dei Celibate Rifles ad esempio. Che con la musica del gruppo capitolino aveva più di un’affinità.

La digitalizzazione della ristampa dell’album che inaugurava allora il loro breve ma intenso percorso e che oggi inaugura la serie di riedizioni della High Rise non toglie nulla della sporcizia di quegli anni ma ne aggiunge anzi dell’altra. Addirittura un intero disco. Messo insieme catturando alcune registrazioni dal vivo nel triennio ‘87/’89. Col sangue che schizza ovunque. Sugli Stooges, sui Mudhoney. Addirittura sui Violent Femmes. Tutta la prima fase della storia della formazione romana (quella con Claudio Caleno cui ovviamente questa ristampa è dedicata) è racchiusa adesso qui. Per i posteri e i padri dei posteri. Perché non ci sia silenzio, mai.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SIMON AND GARFUNKEL – Parsley, Sage, Rosemary and Thyme (CBS)    

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Prezzemolo, salvia, rosmarino e timo.

Con queste quattro spezie si ripresentano al pubblico Paul Simon e Art Garfunkel sul fare dell’autunno di quello che è l’anno decisivo per la coppia di folksingers newyorkesi.

Due album e cinque singoli in classifica, per festeggiare degnamente il Natale del 1966. Magari cantando sulle note di Silent Night mentre la radio passa il suo notiziario. Perché lo spettacolo atroce della vita non si ferma neppure durante la magia del Natale.

Prezzemolo, salvia, rosmarino e timo.

Ripetuti all’ossessione, nell’inaugurale Scarborough Fair. Come fossero erbe magiche che possono portarti nel paese incantato degli Elfi. Dunque lontano da qui.

Sono questi i “porti sicuri” che Paul Simon concede stavolta al suo pubblico.

Il resto, ora che il successo di The Sounds of Silence gli ha ridato quella sicurezza che aveva vacillato, è tutta farina del suo sacco. Scritte spesso in porti che sicuri non sono come la stazione Londinese dove scrive, di getto, Homeward Bound o come il Queensboro Bridge che proietta la sua ombra di asfalto e metallo sulla Welfare Island e che ispira The 59th Street Bridge Song.

Oppure recuperate, come per il precedente album, dal “libro di canzoni” soliste dell’anno prima, il nido sicuro dove Paul si ritira in attesa che il silenzio di cui ha cantato con tanta convinzione ma senza troppo successo ad inizio carriera, si trasformi nel rumore che poi sarebbe diventato grazie all’intuizione di Tom Wilson di elettrificarne lo scheletro.

Ignoro il perchè lo storico Bud Scoppa che si occupa, come del resto sul sito ufficiale di S&G, di redigere la succinta biografia del duo americano indichi PSR&T come il debutto di Simon e Garfunkel in veste di produttori visto che sarà di fatto necessario aspettare il successivo Bookends per salutare il Bob Johnston che per la seconda volta in quell’anno è invece fattivamente impegnato al banco di produzione per la coppia di folksingers. Le cui melodie e i preziosi arrangiamenti vocali non si discostano molto da quanto hanno già regalato nei due dischi precedenti con un’appena più marcata suggestione fiabesca a soffiare su questi accoglienti abbracci acustici.

Senza spine, il soffice cespuglio di Simon & Garfunkel.

Nessun aculeo minaccerà il piede degli ignari turisti.

Solo foglie di prezzemolo.

E di salvia.

E di rosmarino.

E di timo.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE SHIMMYS – Brunettes on the Rocks (Off The Hip)

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3 once di rum scuro, 1 oncia di liquore al caffè, 1 di liquore all’arancia, 1 tazza di gelato al caffè, cubetti di ghiaccio e scaglie di cioccolato sul bordo del bicchiere.

Questa la ricetta del “brunette on the rocks”. Provata, vi assicuro che è buonissima.

Soprattutto, ovvio, in compagnia delle Shimmys. Che fanno garage che non sporca, lungo l’asse che dalle Pleasure Seekers porta alle 5678‘s e che, quant’è vero che nessuno si ricorda più delle prime e delle seconde, nessuno si ricorderà più neanche delle terze. Tutto molto elementare e già sentito (Walkin’ Out On You è spiccicata Questa notte degli Avvoltoi, mentre Don‘t Give Me Lip è la versione idiota di You dei Wylde Mammoths, per dire), con le consuete covers di circostanza però alla fine il disco regge proprio in virtù di queste sue poche ambizioni. È buon rock ‘n roll da happy hour, insomma. E magari ce ne fossero di gruppi senza pretese…

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Eighties Colours (Electric Eye)  

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La febbre delle reissues non risparmia neppure lo scandaglio con cui la benemerita Electric Eye setacciava il nostro underground dei mid-80s: ecco dunque che ri-Sorge (il direttore perdonerà…NdLYS) quella che fu dapprima una potentissima cassa di risonanza e quindi una attenta cartella clinica e ago della bussola per la scena neo-psych italiana. Venuta però meno proprio lo stimolo che li aveva generato, i due volumi di Eighties Colours perdono oggi molto del loro fascino diventando pura delizia collezionistica, feticcio digitale di una stagione che ai giovani d’oggi sembrerà paleolitica. Anni in cui la “scena” non si autocelebrava come accade oggi (avanti, quanti gruppi-copia di Afterhours o Marlene Kuntz siete costretti a sentire ovunque?) ma guardava agli USA e all’Inghilterra come naturale fonte di ispirazione, e non solo a quella “storicamente corretta” degli anni ’60, ma anche a quella allora coeva del Paisley Underground (Have You Seen the Light degli Out of Time è, in pratica, un rifacimento di Rockville dei R.E.M.). Resta qualche brano memorabile, con Birdmen of Alkatraz e Pikes in Panic una spanna su tutti gli altri, e la nostalgia per anni bellissimi.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LAS ASPIRADORAS – Haciendo Amigos (Soundflat)  

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La Soundflat continua a pubblicare dischi ad un ritmo notevole e anche suicida, a giudicare il periodo di stanca. Tutta, o quasi, bella roba garage/beat/surf.

Con Haciendo Amigos siamo a circa sessanta uscite. All’incirca quelle che mi faccio io in un anno. Solo che sempre più capita che, sia nelle loro che nelle mie, al rientro ho sempre le mascelle bloccate in una smorfia perpetua molto simile allo sbadiglio. Mi annoio insomma. E me la prendo con tutto e tutti. Senilità, che volete farci. Stavolta tocca agli aspirapolveri. Che fanno il loro lavoro, col rumore che gli è proprio. Un pirulì pirulà di Farfisa e tante parole in spagnolo. Pure carino, per carità di Dio. Trenta anni fa (diciamo quando ero in fissa per Stomachmouths e Primates) per canzonette come Caramelos (la hit dei fratelli Josè e Delfin Amaya), No Hay Dolor Sin Placer (la migliore del lotto, con una bella armonica a colorare un po’ di più il troglodita beat del gruppo di Toledo, NdLYS), Toxico o Salvaje avrei rotto pure i vetri della finestra dei vicini. Ora passano senza fare ombra.

Ma voi sapete che sono loro, non io, ad avere ragione.

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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GIRL TROUBLE – The Illusion of Excitement (Wig-Out)

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Passati sorprendentemente indenni dalla sbronza grunge che investì tutto il Northwest americano nei primi anni novanta, i Girl Trouble continuano a far dischi per poca gentaglia. Il loro approccio goliardico e ludico al rock ‘n roll non ha regalato loro grandissime simpatie, nel corso degli anni: troppo poco “puri” per i fanatici del Pebbles-sound, troppo retrò per chi nel rock cercava novità, spinta innovativa, fusione/flessione di generi e stili, creatività e appendeva in camera, mese dopo mese, i poster di Mike Patton, Les Claypool, Tom Morello, Vernon Reid e altri divi del rock “progredito”. Ma per chi nel rock ‘n roll cerca sollazzo ed evasione, i Girl Trouble sono una garanzia di qualità, soprattutto sul palco. Ostinati e fedeli al loro stile, tornano a cavalcare l’onda del rock ‘n roll psicotico e demente con questa nuova carrellata di stomps gracchianti presi a morsi dalla voce baritonale e sgraziata di K. P. Kendall ed imparentati con il voodoo-rhythm dei Cramps e il trashabilly dei Raunch Hands. Belli gli inserti di sax che colorano Simulator e il ballatone fifties di Going Going For It, uniche dissertazioni su una ridottissima babele sonora fatta di chitarra-basso-batteria. Brandelli di un r ‘n r che ha fatto dell’essenzialità e del divertimento la propria icona. Perdenti, quindi belli da morire.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE EXPLODERS – The Exploders (Rubber)  

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È già accaduto e potrebbe succedere di nuovo. Il cupo presagio di memorie shoah è riferito agli avamposti rock australiani di bands come Jet e Wolfmother, negli scorsi anni capaci di conquistare platee planetarie coi rudimenti del r ‘n r più elementare.

La “sensazione” arriva ora da Lake Bolac, a uno sputo da Melbourne. Classico assetto chitarra-basso-batteria e chiare ascendenze nel beat cattivo di Kinks e Who e nel grassroots-sound dei Kings of Leon (i folk cafoni di My Country Brain o Cowboy Jim) giù giù fino ai Meat Puppets di Hugh’s Lullaby e ai Violent Femmes nascosti nello stomp della ghost track anche se gli accordi contratti e reiterati di Everybody Knows o Stepping Out flettono verso una versione meno metropolitana e più barbona degli Strokes. R ‘n r scompigliato e schietto, una mazzata sul cranio di quanti passano 365 giorni a frugare nelle pattumiere del rock finto-alternativo per trovare il proprio disco dell’anno e accontentarsi poi di quello che passa il governo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE MAD VIOLETS – Season of The Mad Violets (Tripwave)

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Nella metà degli anni Ottanta, in pieno fermento neo-psichedelico, Wendy Wild era una bella trentenne newyorkese che passava il suo tempo a fianco di Peter Zeremba nei suoi Love Delegation e con Deb dei Fuzztones nelle Das Furliners, oltre che alla guida della sua piccola band chiamata Mad Violets. L’ultima volta che ricordo di averla incontrata (musicalmente) fu nel 1994, dentro Crank degli Hoodoo Gurus. Tre anni dopo Wendy ci avrebbe lasciati per sempre, divorata dal cancro. Season raccoglie i cocci allora disseminati su svariate compilations più diversi inediti per un totale di 12 pezzi (più un alcolico vaneggiamento registrato durante la storica festa di matrimonio di Tim Warren durante la quale Wendy e Dino Sorbello si impasticcarono assieme agli infiltrati Rudi Protrudi e Deb O’Nair dei Fuzztones, NdLYS) di pop psichedelico e caramellato che non è invecchiato granchè bene e che vale più che altro come documento storico di un’epoca davvero perduta, quello delle “Battle of the Garages”.

 

                Franco “Lys” Dimauro

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THE BLUE VAN – Would You Change Your Life? (Iceberg)

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La vicenda artistica (mi verrebbe da scrivere “parabola”, ma ho rispetto per i Vangeli, da buon Reverendo, NdLYS) dei Blue Van mi ricorda quella di un altro gruppo scandinavo. Si chiamavano Creeps.  Nel 1986 incisero un disco di Sixties punk devastante. Uno dei migliori mai usciti in Europa. Poi un secondo disco altrettanto energico che cambiava traiettoria ma centrava l’obiettivo. Spietato Hammond-pop quanto il prima era stato inesorabile concentrato di beat-punk.

Dopodiché i Creeps precipitano nell’abisso del più becero pop d’alta moda.

Ecco, per i Blue Van vale lo stesso discorso.

Partiti come onesta band retro-rock hanno via via coperto la bella vernice vintage del loro furgone con più mani di smalto sintetico.

Oggi, i Blue Van sono un gruppo che non serve più a nessuno, credo. 

Sicuramente inutili per gli amanti del rock ‘n roll che di canzonette come Live o Dreamers non saprebbero cosa farsene, così come ai tempi non seppero cosa farsene di Rapture o Call Me nonostante a cantarcele fossero le labbra (superiori e inferiori, grandi e piccole) di Debbie Harry.

E superflui per chi è invece innamorato del synth-pop, che a fare una cosa come I Though You Liked Me sono molto ma molto più bravi i Maroon 5 e per una ballata come Weary Eyes lo erano molto di più i Cars, un millennio fa.

L’unico pubblico che potrebbe ascoltare queste stronzate qui oggi è il pubblico medio dei Muse.

Quello dei Pulp era già troppo sofisticato.

Quello dei Buggles troppo eccentrico.  

Quello dei Duran Duran troppo fanatico.

Quello dei China Crisis troppo esiguo.

Mi sto autodistruggendo.

Tra un po’ non mi faranno recensire neppure le canzoni dei cartoon.

E a leggermi saranno due dei dieci lettori che mi sono rimasti.

Ma in fondo all’intestino ho ancora una dignità.

E più me lo fate svuotare, più lei viene fuori.

Vorreste cambiare la vostra vita?

Io lo sto già facendo.

Intanto cominciate a cambiare recensore.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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