THE BEACH BOYS – Pet Sounds (Columbia)  

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Nonostante la rivalità (presunta e montata ad arte) tra Beatles e Rolling Stones, la vera sfida artistica della metà degli anni Sessanta è quella lanciata fra i baronetti di Liverpool e i biondi principi della musica californiana. La staffetta creativa fra le due “fazioni” produrrà quella breve ma sfavillante scia di capolavori intitolati Rubber SoulPet SoundsRevolverSmileSgt Pepper‘s Lonely Hearts Club Band che hanno cambiato, imprimendole una accelerazione deflagrante,  la storia della musica moderna. Una “scossa” talmente violenta che in qualche modo devasterà Brian Wilson conducendolo alle soglie della follia. Una pentalogia dove ammirazione e invidia generano una sequenza di meraviglie psichedeliche infinite.

La genesi di Pet Sounds, summa dell’arte di Brian Wilson, credo sia nota a tutti: impegnato a dare un seguito al clamoroso successo di Party! e del tormentone Barbara Ann, il più grande dei fratelli Wilson rimane stregato dall’ascolto di Rubber Soul e impone a se stesso e ai suoi fratelli di superare quel raffinato capolavoro di arte pop che i Beatles hanno fatto piovere sul mondo, giurando alla moglie che quello che ne verrà fuori sarà il più bel disco pop di sempre. Non solo tra i suoi, ovviamente. Perché Brian ha ambizioni e sogni smisurati.
Nove mesi di gestazione danno vita ad un album in cui i Beach Boys, smessi i panni di bagnini (vista la loro proverbiale imbranataggine non solo a cavalcare le onde ma anche a fare qualche bracciata nell’oceano) diventano alchimisti.

Dopo un’estate che sembrava non dovesse finire mai, i Beach Boys strappano via gli ombrelloni, indossano le loro giacchette autunnali e diventano malinconici. Dopo aver parlato per anni di auto, donne e spiagge californiane, Brian decide che è il momento per parlare un po’ di se stesso, rivelando al mondo un po’ del suo tormento. Ma Brian è un esteta ed un egocentrico e così decide di addobbare il suo dolore con ninnoli e gingilli. E con una lunga catena di campanelli e luci gialle e verdi. Come un albero di Natale. Perché la gente possa credere sia sempre un giorno di festa, anche quando a tintinnare sono bemolli e diesis di dolore.  

Dopo aver speso anni sul filo del mare, i Beach Boys decidono dunque di lavorare ad alta quota, potenziando ulteriormente le armonizzazioni già perfette delle loro voci e setacciando le spiagge ora deserte col filtro fine della stravaganza.  

Affidato ai fratelli l’onere di occuparsi delle date dal vivo, Brian si butta a capofitto nella stesura di musiche e di arrangiamenti sempre più arditi, con l’aiuto del paroliere Tony Asher, in grado di elaborare in prosa quello che Wilson rimugina con ventriloqua insofferenza. Pet Sounds suona come un enorme carillon fatato. Una giostra in cui ogni oggetto prende vita e suona come un ingranaggio perfetto. Anche se lo è solo per lui.

Nessun altro, a parte Brian, crede che possa funzionare.

Ne’ dentro la sua band, ne’ intorno ad essa.

Tanto da costringere Wilson a pubblicare a proprio nome il singolo che ne anticipa l’uscita e “invitando” gli altri a disertare le sedute di registrazione, chiamando al loro posto la Wrecking Crew.

E invece, funziona. Diventando uno dei dischi più influenti di sempre. Costringendo a contare le caprette non solo ai Beatles ma anche a Nick Drake, Radiohead, My Bloody Valentine, XTC, Weezer, R.E.M., Flaming Lips, Fleet Foxes e chissà quanti altri. Senza riuscire a far loro prendere sonno. Come la più subdola delle vendette.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Freedom Tower – No Wave Dance Party 2015 (Bronze Rat)  

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Non lasciatevi intimorire. Della No Wave evocata dal titolo dentro il nuovo lavoro della Blues Explosion c’è poco o nulla. Il nuovo disco di Jon Spencer ha dentro tutta quella fottutissima miscela stonesiana e funky dei loro dischi più amati e meno estremi (Acme, Now I Got Worry, Orange).

Tredici canzoni con cui Mr. Spencer sembra volersi riappropriare della corona di principe ranocchio del rock ‘n roll che Jack White gli ha sottratto da qualche annetto. E, senza volermi vestire da pubblico ministero ne’ da difensore di nessuno, Freedom Tower le da sul muso a Lazaretto inanellando una serie di numeri funk ‘n roll davvero esplosivi (Wax Dummy, il Biff! Bang! Pow! di Dial Up Doll, l’orgia stradaiola e Richardsiana di Crossroad Hop, il cuore di ferrovia metropolitana che stantuffa sui binari di Betty Vs. The NYPD, quella sorta di Loose umiliata dalle frustate delle veneri in pelliccia di White Jesus, il trascinante soul di Down and Out, la strisciante Cooking For Television e i groove assassini di Tales of Old New York: The Rock Box e Born Bad le migliori di tutte) che riciclano all’infinito la formula del terzetto newyorkese, che è comunque ormai talmente consolidata e riconoscibile da potersi autocelebrare fino alla parodia ruffiana e vanitosa di cui Spencer è maestro.   

E così ecco lì tutti i “c’mon” e i “get down” che vi aspettereste da uno che ha deciso di suonare Elvis mugugnando come Robert Earl Bell.

E i cani, e le galline, e tutte le altre bestiole della fattoria del rock ‘n roll.  

Che puoi sempre sperare in un mondo migliore. Ma poi ti rompi i coglioni e torni a piazzare la tenda nel peggiore.

Che è l’unico che conosci. E quello che ti fa sentire a casa tua: questo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LOONS – Inside Out Your Mind (Bomp!) – THE LOONS – Miss Clara Regrets / Alexander (Dirty Water)  

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Malgrado siano trascorsi cinque anni dal lavoro precedente, ovvero discograficamente un tempo infinito, nulla sembra essere cambiato tra i Loons di Red Dissolving Rays of Light e quelli di Inside Out Your Mind. Identica line-up e medesima produzione affidata a Mike Kamoo che della band californiana è anche colui che si occupa della batteria e, all’occorrenza, di qualche inserto di piano o di chitarre acustiche. Medesimi sono anche il fotografo e il lavoro estetico affidato a quella gra(n)fica della signora Stax.

Il suono dei Loons conferma il ventaglio di influenze dei dischi precedenti andandosi a collocare, per affinità elettive, a fianco delle produzioni dei Plasticland di trenta anni fa (che alla Alexander degli Electric Banana affidarono l’apertura del loro meraviglioso album di debutto, NdLYS). È dunque soprattutto il magico mondo della scena freakbeat inglese a venir rievocato dentro il caleidoscopio magico dei Loons, anche se non mancano richiami a formazioni americane come Love o Choir. Un patrimonio che Mike, cultore incallito di chincaglieria sixties, conosce benissimo e ripropone con stile impeccabile.

Se il singolo mette a nudo il lato più ruvido ed arrogante del quintetto di San Diego facendo leva su suoni fuzzati di chitarra e un basso che su Miss Clara Regrets (dedicata all’attrice Clara Bow) si fa pesante come un macigno, la scaletta dell’album sceglie una produzione più elaborata che in canzoni come Out of the Frame, Head in the Clouds, Cruel Grey Fog e soprattutto As the Raven Flies raggiunge vette di pregiatissima sartoria freakbeat.

A placare questa incessante pioggia psichedelica ci pensa Silence, l’argentea ballata acustica che taglia in due il disco raggomitolandosi attorno alle Mosrite di Arthur Lee, Bryan Maclean e John Echols e mostrando l’unico soffio autunnale in un disco che è invece una esplosione primaverile di colori.

Personalmente avrei preferito un attacco più frontale ed immediato. Alla stregua, appunto, della Miss Clara Regrets scelta per preparare il pubblico inglese all’assalto della band sul palco del Beat Bespoke Festival.

Poi pioverà anche lì.

Gocce colorate sotto il plumbeo cielo di Londra.

Bentornato a casa, Mike.

 

                                              

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LE MUFFE – “Penna, tornio & salame” (autoproduzione)    

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Ognuno ha un angolo buio della propria adolescenza che non ha voluto mai condividere con nessuno.

Nel mio ci stavano le vignette di Jacovitti e le canzonacce degli Squallor.

Non c’entrano ne’ le une ne’ le altre, con l’esordio de Le Muffe.

Eppure, appena tirato fuori dall’anonima busta postale con cui mi è stato recapitato, sono affiorate entrambe.

In realtà Le Muffe sono il nuovo frutto dell’amore per la decomposizione di Douglas G. Pjpa, già alla guida de I Vermi dal cui beat velenoso il suono e l’ideologia della nuova band non si discosta più di tanto.

È sempre l’organo Farfisa a dettare legge dentro questo aggiornamento metropolitano al vecchio vocabolario del beat italico che ha sostituito i capelloni con maniaci sessuali, boss di quartiere, becchini e beoni alcolizzati.

Insomma, l’Italia dello sfascio finanziario e del degrado morale contrapposta a quella del boom economico raccontata con ironia amara e con perfido cinismo.

Siamo più dalle parti della Paolino Paperino Band che dentro i comodi nidi del beat ribelle degli anni Sessanta, dunque.

Avrebbero potuto suonare punk, Le Muffe.

Avrebbero potuto scegliere di essere gli Atrox.

E invece hanno scelto di tormentarvi suonando uno scalcinato beat.

Senza dover per forza illudervi che stiamo ancora in fila per andare sulle nostre 500 a Milano Marittima a rimorchiare qualche ragazza.

Che poi al rientro vi lanciano un sasso dal cavalcavia mentre state cantando Mettete dei fiori nei vostri cannoni  e non riuscite a farvene una ragione.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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OUT OF TIME – Stories We Can Tell and More (Area Pirata)  

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Uscito la bellezza di trent’anni fa, Stories We Can Tell rappresentò in assoluto il primo tentativo concreto per una formazione taliana di abbracciare le intuizioni restauratrici del Paisley Underground portate avanti da formazioni americane come R.E.M. e Long Ryders. Cinque ragazzi della provincia piemontese che, come quelli, sognano di poter scrivere canzoni che profumano di Byrds, Flying Burrito Bros., Love. Nelle mille difficoltà di una stagione che vive ancora sotto il lungo cono d’ombra del post-punk, gli Out of Time si “rifugiano” sotto l’ala di colui che, più di ogni altro, sembra il più credibile profeta delle nuove musiche di ispirazione sixties.

È infatti all’indirizzo di Claudio Sorge che viene recapitata la prima demotape della formazione di Bra. È il momento giusto, perché Claudio sta mettendo in piedi quello che sarà il primo documento storico della sommersa ma effervescente scena neo-garage e neo-psichedelica italiana. Per Eighties Colours gli Out of Time scrivono e registrano Have You Seen the Light Tonight scopiazzando un po’ il ritornello alla Rockville dei R.E.M.

L’eco della compilation della Electric Eye suscita l’interesse della Mail Records di Cairo Montenotte che si converte temporaneamente da negozio di dischi in etichetta discografica per produrre l’album di debutto degli Out of Time che, in pochi mesi, dimostrano di essere diventati autori sopraffini piazzando subito in apertura una incalzante e iridescente cavalcata jingle-jangle degna di Tom Petty come Take My Time, uno dei brani più belli non solo del disco ma di tutta la stagione neo-psichedelica italiana. Più avanti, lungo la scaletta del disco, scintillano la pacata One More Chance impreziosita dalla pedal steel di Ricky Mantoan (l’amico fraterno di Skip Battin che dieci anni sarebbe entrato nella line-up dei Byrds per il loro primo tour europeo, NdLYS), la I Can Ride che pare tirata fuori dal cilindro magico dei Long Ryders, la When I Will Be Gone Away (primo pezzo in assoluto scritto dal gruppo) giocata su una bellissima sovrapposizione tra le Rickenbacker di Giancarlo Trabucco ed Emilio Bavagnoli che, abbinate all’incalzante incedere del basso di Giuseppe Napoli, evocano subito l’immaginario sonoro scandagliato dei R.E.M. così come da alcune contemporanee formazioni britanniche che guardano a Roger McGuinn come a un Dio (Commotions, Felt, Smiths, Weather Prophets) e la brevissima It‘s Only a Song For You che apre ancora una volta lo scandaglio dentro il mare di Younger Than Yesterday. A supporto del disco, la formazione inanella una serie di date di spalla a nomi altisonanti come That Petrol Emotion, Doctor & The Medics, Go-Betweens, Dream Syndicate e Long Ryders ritagliandosi lo spazio per chiudersi in studio per abbozzare le tracce del nuovo album ma l’improvvisa defezione di Giuseppe Napoli impone una pausa che si traduce quasi immediatamente nello scioglimento del gruppo. Di quelle sessions, solo una incredibile cover di A House Is Not a Motel dei Love verrà pubblicata, in allegato alla prestigiosa fanzine Lost Trails. Un po’ a sorpresa, nel 1990, un loro inedito (qui incluso assieme a tutto quanto prodotto dalla band di Bra) viene inserito in uno dei volumi della Armando Curcio Editore curati da Renzo Arbore e dedicati alla musica italiana.

Solo pochi mesi dopo, i R.E.M. danno alle stampe il loro disco di maggior successo. Intitolato, per ironia della sorte, Out of Time.

Oggi Area Pirata ci da la possibilità di riascoltare quel piccolo prodigio della provincia italiana e l’occasione per bacchettare Giovanni, Emilio, Giancarlo e Giuseppe per non averci creduto fino in fondo, a quel sogno.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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SKY SAXON – Transparency (Jungle)    

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Personaggio spigoloso e inquietante Saxon continua a girare il mondo sfornando dischi senza svendere il proprio sedere e torna, in contemporanea al nuovo tour dei Seeds, con questo album in proprio. Solista solo apparentemente, visto che è l’intera sezione ritmica dei Barracudas e le chitarre e tastiere di Scientists e Spacemen 3 a stendere il tappeto ai piedi dei suoi sermoni visionari e out-of-mind. In realtà il disco promette più di quanto mantenga e per quanti mal sopportano il cantato monocorde di Sky risulterà piuttosto irritante. Non ci sono salti alla gola, come accadeva sul Red Planet dello scorso anno e la psichedelia circolare e spiraloide dei Seeds lascia il posto a un suono più mellifluo, blando o sofficemente Diddleyano che purtroppo provoca qualche sbadiglio di troppo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JENNIFER GENTLE – Funny Creatures Lane (Silly Boy)

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Se già I Am You Are era un bislacco campionario di folk onirico deformato da un prisma psichedelico, questo secondo album dei padovani Jennifer Gentle ne amplifica il tono stravagante e irriverente.

La viuzza popolata dalle divertenti creature di cui il tiolo ci narra è una parata circense di folletti imbevuti di acido lisergico.

Una giostra impazzita dove gli uccellini di Ummagumma si sono trasformati in anatre dal becco di coccodrillo, l’Astronomy Domine si schianta con l’Hurricane Fighter Plane, Lucifer Sam fuma la pipa con Suzy Creemchese, il pifferaio apre i cancelli dell’alba e si trova inghiottito dai muschi della Virgin Forest, i post-head-pixies del Camembert Elettrico fanno jug music con Wee Tam e il Grande Huga.

Mi piace immaginare queste siano le canzoni intonate all’asilo da Albany e Avalon, le bionde figlie del druide Julian Cope ma forse è più lecito supporre siano le ninne-nanne che cantava loro il folletto Droolian nelle notte umide di luna calante.

O che Barrett farfuglia ancora tra i denti per allontanare gli spettri che gli danzano attorno.

È però certo che se avete dimestichezza con tutto ciò che suona realmente out-of-mind questo sarà il vostro giardino delle delizie, pronto a trasformarsi un una giungla degli orrori per quanti quelle stradine non le hanno mai percorse e lasciano briciole di pane dietro i loro passi come Gretel perdute nelle proprie angosce.

Inafferrabile e moralmente malsana la musica dei Jennifer Gentle: nessuna casetta dai comignoli fumanti nella bucolica anarchia di questi suoni deviati, piuttosto dei cespugli che sembrano volerti salire addosso come belve fameliche, come dietro i labirinti verdi dell’Overlook Hotel.

 

                       Franco “Lys” Dimauro

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THE BLUE VAN – Man Up (Iceberg)

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Tempi di vacche magre in ambito rock, inutile nasconderlo. Il 2008 ha regalato dischi avvilenti. Il nuovo Blue Van arriva finalmente a darci qualche good-vibe, seppure nel segno di un rock ‘n roll da Piccolo Chimico. Fatto sta che il quartetto danese con questo Man Up può tranquillamente prendere a calci in culo decine di bands coi sederini lucidati dalla critica. Un suono moderno e classico allo stesso tempo come sempre, solo che qui tutto esplode con una potenza da far tremare le pareti e un calore da autentica soul-band.

Una band soul come poteva concepirla Shel Talmy in epoca beat. Furiosa e bianca. E con un appeal radio-oriented da lasciare attoniti e irritati i “puristi” del suono vintage. Costruito per parcheggiare col minimo danno (qualche striscio sulla carrozzeria e qualche ammaccatura ai paraurti giusto per dare un’aria di “vissuto” NdLYS) il furgoncino blu in zona chart. Scontati, ma ti tengono in ostaggio per un’ora

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ROLLING STONES – It‘s Only Rock ‘n Roll (Rolling Stones)    

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Licenziato Jimmy Miller prima del Natale del 1973, Jagger e Richards decidono di curare in proprio la produzione dell’annunciato ritorno al rock ‘n roll dopo l’incerto Goats Head Soup. È l’ufficializzazione dei Glimmer Twins, nomignolo nato quasi per caso sei anni prima durante una traversata oceanica verso il Brasile. Ma It’s Only Rock ‘n Roll è anche l’addio di Mick Taylor che abbandona gli Stones con un capolavoro come la delicata Time Waits For No One arricchita da una chitarra “sintetica” artefice dell’atmosfera sospesa del brano. Sarà proprio il mancato riconoscimento come autore che porterà Taylor a lasciare i gemelli mangiasoldi e a versare loro royalties ogni qualvolta (spesso) si accingesse a suonare quel pezzo nei suoi show in solitario. È il segno di una eccentricità che torna in diverse fasi di un disco che se da un lato (più nelle intenzioni che nei risultati, a dire il vero) vuole riappropriarsi del linguaggio asciutto del rock ‘n roll basico, dall’altro cerca di evolversi verso nuove forme di black music, tracciando di fatto il ponte verso i successivi Black and Blue e Some Girls. I sintomi di questa metamorfosi, sottile e strisciante in molte tracce del disco (il Philly Sound che riveste If You Really Want to Be My Friend e la cover di Ain‘t Too Proud to Beg, per esempio) si rendono manifeste su un paio di brani: il funky torbido e purpureo di Fingerprint File che svela l’influenza di due recenti dischi di Stevie Wonder come Talking Book e Innervisions e Luxury, un brano rock “alleggerito” dalle sincopi reggae assorbite durante il recente soggiorno giamaicano per la registrazione di Goats Head Soup. Sul versante “tradizionale” del rock basico si pongono invece If You Can‘t Rock Me, il manifesto programmatico della title track e lo street-rock ‘n roll di Dance Little Sister dove Richards elargisce uno dei più alti esercizi di stile della sua carriera.

Un colpo al cerchio, uno alla botte.

Fuori dai Musicland Studios di Monaco, la disco music aspetta per aggredirli.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

    

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THE CYNICS – Spinning Wheel Motel (Get Hip)    

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Tre album in un decennio rispetto ai tre pubblicati in appena quattro anni ad inizio carriera sono un dato deficitario, considerato pure che non sempre l’ispirazione è stata ai massimi livelli. Spinning Wheel Motel dà però un’impennata alla verve dei Cynics, con l’apertura affidata a una I Need More che contiene il codice genetico della band e altre delizie disseminate lungo il disco come il brutale maximum r ‘n b di Rock Club o il morbido tappeto jingle jangle di Gehenna srotolato prima di accogliere una Bells & Trains campagnola come i Chesterfield Kings di I‘ll Be Back Someday. All Good Women bacia il clitoride a Joan Jett mentre Zombie Walk sputa sui riff lerci di Premiers e degli Iguanas, Crawl stupisce col suo bel gioco di chitarre e la title track per la sua verosomiglianza con le dolci ballate di Wally Tax. Spinning Wheel Motel mi riappacifica con i Cynics. Mentre fuori soffiano i soliti venti di guerra. Anzi ventuno, che stavolta ci siamo pure noi.

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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