THE FLIES – On the Other Side of the Tracks (and more) (High Rise)  

Nel 1990, a suggello e sigillo di un’epoca, arriva nei negozi il mini-LP dei romani Flies. Un disco di una bellezza indicibile che chiude il periodo d’oro del Sixties-revival italiano sulle ali di un beat-folk in cui è facile cogliere analogie col piumaggio di band come Turtles, Rokes e, soprattutto, Love secondo uno stile che  verrà presto adottato da altre formazioni romane come Others e Head + The Hares (che, oltre a raccoglierne l’eredità stilistica, ospiteranno in formazione anche Roberto Sarais, il chitarrista della primissima line-up delle Mosche, NdLYS).

Anticipato dalle solite demo che allora servivano da “canale promozionale” e da un paio di pezzi autoprodotti pubblicati rispettivamente su uno degli ambiti sette pollici allegati alla fanzine Lost Trails e su una raccolta di band romane (Garbages, Cyclone, Hot Riviera e Ned Ludd a tener loro compagnia, tra gli altri), On the Other Side of the Tracks arriva a valle di quello che sarebbe dovuto essere il vero debutto in proprio per i Flies, ovvero un EP di tre pezzi su etichetta Electric Eye che in realtà non vedrà mai la luce e per il cui aborto clandestino Claudio Sorge si scuserà pubblicamente al momento di recensire su Rockerilla proprio questo disco uscito per la High Rise del “collega” Federico Guglielmi. È il 1990 e il punk di derivazione Sixties è già stato messo alla porta dall’arrivo del grunge e del crossover. Un disinteresse che non gioverà di certo alla sorte del disco nonostante le meritate e lusinghiere recensioni che piovono un po’ ovunque, sulle riviste specializzate dell’epoca.

Sette brani in cui, oltre ai prepotenti richiami al folk-rock delle splendide, sognanti e dolorose Wrong Sunset, Lazy Sleeply Love, Dreams Have Gone, Eleven in the Morning, Shadows Come Down on Me, emergono due perle di vivace garage come Black Stars e Shout at Your Doll. La prima spaccata da due inserti chitarristici acidissimi che sembrano, ironia del destino e beffa delle stagioni, voler proiettare gli Yardbirds dentro l’epoca dei Mudhoney e la seconda spinta dalla formidabile armonica di Stefano Giustiniani.

Influenze che lungo il corso di questa corposissima ristampa vengono non solo ribadite dalle tracce frugate dagli archivi della band (la ballata stonesiana Touched By Your Kindness, il goliardico yè-yè di Girl of the Night, quell’altra perla rubata dal muco dell’ostrica di Arthur Lee che è Sweet Lover, il jingle-jangle di Deep Blue River che scintilla uguale-uguale a quello del Marr di William, It Was Really Nothing, l’alticcia Looking at the Morning Sunrise) ma affiancate da altre passioni come il selvaggio R ‘n B bianco alla Shadows of Knight (Baby Baby, la cover di I Just Wanna Make Love to You, la Burning Time che sembra mimare le acrobazie beat dei Tell-Tale Hearts) e la finale cotta per il beat moderno dei Charlatans con cui i Flies (la comunque apprezzabile Good Times che chiude la carriera e la scaletta di questa attesa ristampa) chiuderanno la loro parabola artistica.

Non so in quanti l’aspettassimo, questa reissue. Mi auguro davvero che si sia in tanti, stavolta, a cacciare le mosche. Chiunque vi porterà lontano da qui, vi sta portando in un posto sbagliato. Sappiatelo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro    

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