WIRE – Pink Flag (Harvest)  

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Fare rumore. Farne tanto.

E dargli ordine e disciplina, pur lasciandolo libero di far male.

Issare una bandiera, un vessillo di appartenenza giocando coi simboli ma con una austerità che non lascia spazio al sorriso.

I Wire esordiscono così.

Su Harvest, l’etichetta dei tanto contestati (dai punk) Pink Floyd.

Alzando al vento una bandiera Rosa che si agita sotto il forte vento del punk.

I Wire arrivano per smontarne la struttura riassemblandola secondo un’etica provocatoria da catena di montaggio. E’ una mutazione post-industriale di quella carica eversiva ed irriverente non molto dissimile da quella operata dai Joy Division. È l’esfoliazione della livida carne punk e la batterizzazione esogena delle sue scorie e delle sue cavità. La truce disciplina che si prende carico di mettere in fila il gregge lasciato allo stato brado dai maleducati pastori del punk.   

Non frequenta le strade, la musica dei Wire. Sceglie di disertarle e osservarle dal fortino di mattoni rossi che si nasconde sotto l’ombra irrequieta di quel brandello di stoffa rosa.

Si barrica, protetto dal suo filo spinato.

E spara fuoco nemico. Come un cecchino beffardo.

Ventuno proiettili.

Ogni colpo, un bersaglio caduto.

L’amore stramazza per ultimo.

Appena dopo la speranza.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

     

      

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SIMON & GARFUNKEL – Bookends (CBS)  

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La visibilità che la celluloide dà alla musica di Paul Simon proietta il duo americano nell’Olimpo dello star system. Alimentato dalla febbre de Il Laureato e dall’assalto discreto ma deciso al carrozzone di Monterey, Bookends è un successo annunciato e confermato. Il disco ribadisce l’adesione al modello folk ma ne rielabora la forma con una scelta di arrangiamenti, vocali e strumentali, molto più elaborati. E’, per la prima volta, un disco di “ricerca” anche se preferisce tenersi fuori da ogni sommossa, come nella tradizione del duo, tutto sommato tra i più conformisti tra i “rivoluzionari” degli anni Sessanta. Paul Simon è un esistenzialista che predilige guardare dentro lo specchio piuttosto che fuori dalla finestra. I maglioni a dolce vita agli striscioni.

Eppure…

Eppure una sorta di strisciante e amara disillusione sembra affiorare tra le pieghe di un disco che si svincola in maniera decisa dalle influenze dei primissimi anni (gli Everly Brothers su tutti) e che sembra una presa di coscienza sull’inevitabile scorrere del tempo. Un disinganno che sembra avvolgere anche quella che dovrebbe essere (e lo è) una bella canzone da “mondo dietro i finestrini” come America. Come se quel mondo lì fuori non avesse più un posto accogliente per accoglierci. Come se si cercasse altrove quello che non riusciamo a trovare dentro.

Sono vuoto e ho paura. E sto contando le auto sulla New Jersey Turnpike” confessa il protagonista della canzone. Viaggiare scorrendo le crune di un rosario.

Partiti per cercare un’America. Sperando di ritrovare se stessi.

Il ritorno a casa è a fianco di Mrs. Robinson, che qui svela quello che su The Graduate lasciava solo intravedere. Ed è davvero di una bellezza incantevole.

Tanto da schizzare in vetta alle classifiche e di trascinarsi dietro un disco che di commercialmente appetibile ha in realtà quasi nulla.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LILITH AND THE SINNERSAINTS – RevoLuce (Alpha South)  

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La sua “rivoluzione” Lilith l’ha già fatta. E l’ha fatta tanti anni fa. Quando, col cadavere dei Not Moving ancora in rigor mortis, ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco puntando carte per nulla facili. Rinunciando ad essere quello che tutti si aspettavano restasse e avventurandosi alla ricerca di se stessa.

Creando fastidio. Punk per sempre. Per chi sa cosa vuol dire.

Poi, dieci anni fa, sono arrivati i Sinnersaints. Amici vecchi e nuovi con cui condividere rabbia e dolore. Come dovrebbe essere con gli amici veri. E che in genere invece non è.

E, con loro, una serie più o meno regolare di dischi più o meno irregolari. Dischi dove la riscoperta delle proprie radici a volte si avvicina alle nostre ma, sempre, coincidono con le sue. Che si tratti degli Stooges, di Adamo, di Robert Johnson, del dialetto del suo paese o del linguaggio universale del blues, dei Not Moving o dei Television, di Violeta Parra o degli Statuto, poco importa. Perché Lilith riesce a trasformarsi restando sempre se stessa, portandoci in dono una voce che ha la stesso rauco e sgraziato tormento asociale di Rosa Balistreri, Gabriella Ferri e Nada. Perché se ogni uomo è un’isola, le donne vere sono un arcipelago di scogli sommersi. E solo chi sa annegare riesce ad approdarvi.

RevoLuce, nel suo infinito gioco di parole, è il nuovo disco di Lilith con i santi peccatori di turno. Un album in cui ognuno può trovare le suggestioni che vuole. Io ci ho trovato i La Crus degli esordi, il Santo Niente di Umberto Palazzo, il Ferretti meno ingombrante, Nada, il Gran Teatro Amaro, Piggei Harvey, i Calexico.

Ma soprattutto Lilith. Bella come sono belle le cose che hanno il coraggio di stare nude mentre tutti sono attenti a coprirsi. Rivoluzione, appunto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro    

    

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THE MAHARAJAS – Yesterday Always Knew (Low Impact)  

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Un’attesa lunghissima. Poi, di colpo, rientrano in pista i Maharajas. Con un disco, e un suono, nuovi. Stendendo un po’ di lucido power-pop sulla patina di malinconico folk-rock che era il tratto tipico dei loro dischi precedenti e che qui espande i suoi vapori su pezzi come Hands of Tyme e Water to Wine, la band svedese dà nuova verve al proprio song-writing. Canzoni come It Doesn‘t Matter AnymoreAre You Ready to ShopFamily ProviderTake Me HomeInto the UnknownNine-One-OneNothing In ReturnYesterday Always Knew danno la nuova misura di questo ritrovato gusto per la melodia a presa rapida e le chitarre scintillanti che vola tra Beatles, Raspberries e Hoodoo Gurus e che porterà sicuramente nuovi adepti alla corte dei marajà. Se le riviste che vendono ancora qualche copia riusciranno a fare il loro lavoro. E se chi le compra saprà leggere a dispetto di una copertina che forse meritava un po’ di cura in più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MORRISSEY – Years of Refusal (Decca)  

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Per lo scatto di copertina del disco che inaugura (e chiude…NdLYS) il nuovo contratto con la Decca, Morrissey sfoggia una delle sue pose più virili.

Orgogliosa e mascolina, come lascia intendere il barattolo, è gran parte del contenuto del disco che, dopo la parziale delusione delle aspettative per le orchestrazioni Morriconiane e la produzione “rinomata” di Tony Visconti che il precedente Ringleader of the Tormentors aveva fomentato ma non soddisfatte, rimette nuovo vigore nella ormai consolidata carriera del paroliere di Manchester che, dal canto suo, affidato come di consueto ad altri l’onere delle musiche, ci mette dentro tutti i deliri che gli sono abituali, porgendo le sue richieste d’amore nella forma Leopardiana ed estrema che conosciamo (sfiorando il patetico nell’“Ho deciso che getterò le braccia al collo tutt’intorno Parigi, perché solo pietra e acciaio accettano il mio amore” declamato in I‘m Throwing My Arms Around Paris) ma caricandole spesso su una cartucciera di suoni a tratti così vigorosi da risultare quasi altere e superbe. E’ il caso della riottosa All You Need Is Me recuperata dal Greatest Hits dell’anno precedente e che Jesse Tobias ha scritto con foga quasi garage ma anche della fiesta mariachi di When Last I Spoke to Carol, della One Day Goodbye Will Be Farewell che Boz Boorer sembra aver scritto ripensando ai tempi gloriosi del rockabilly dei suoi Polecats o della inaugurale Something Is Squeezing My Skull dove Moz può sfoggiare l’istrionismo che i suoi cinquanta anni gli hanno portato in dono e che è uno degli ultimi brani a portare la firma di Alain Whyte (il quale si affermerà da subito come autore di successo per “insospettabili” come Madonna, Kelis, Rihanna, Black Eyed Peas e will.i.am.) che è stato volutamente eclissato dopo il tour per You Are the Quarry prima di essere cacciato in malo modo davanti ai Conway Recording Studios, proprio come era già successo per Andy Rourke più di venti anni prima.

Gli anni del rifiuto, appunto.

E dell’arroganza.                                                                       

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro 

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THE LAMBRETTAS – Beat Boys in the Jet Age (Salvo)  

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Il nome scelto non lasciava adito a dubbi. Nella mitizzata diaspora fra rockers e mods, i Lambrettas si schieravano decisamente tra la schiera di questi ultimi.

Siamo nell’East Sussex. A Lewes per la precisione. A poche miglia da Brighton, scenario dei famosi scontri del 1964 tra le due fazioni e set di quel Quadrophenia che rappresenta, ideologicamente e storicamente, il passaggio di consegne del testimone della fede mod dai vecchi padri ai nuovi figlioletti cresciuti sotto la grande fiammata del punk e che alle provocazioni e alla maleducata sovversione dei Sex Pistols preferisce ripristinare l’eleganza della vecchia e imperitura iconografia di Who e Small Faces. Jez Bird e Doung Sanders sono due ragazzi che si dilettano a suonare vecchie cover di standard R ‘n B in una band chiamata Shakedown. Le ambizioni dei due li portano presto a scrivere del materiale proprio e a darsi una identità più definita che li leghi in modo indissolubile a quell’immaginario che il successo dei Jam sta riaffermando con vigore tra le nuove generazioni di musicisti inglesi e Lambrettas è un nome che non da adito a nessun equivoco.

Quando il 13 Agosto del 1979 si esibiscono al Global Village, gli A&R della Rocket Records di Elton John che in quei giorni sono alla ricerca di band che rappresentino il “sound of today” (ovvero, il power-pop, il two-tone sound, il neo-mod) offre loro un contratto immediato che frutta due album e una manciata di singoli, tutti adesso racchiusi in questa che, presentata come la riedizione di Beat Boys in the Jet Age, è in realtà la raccolta integrale di tutta la loro vicenda discografica. Il suono dei Lambrettas ha poco di guerrigliero, adagiandosi piuttosto su un power-pop abbastanza ordinato o addirittura sugli svagati ritmi in levare che altre band dello stesso periodo stanno sperimentando con successo e che l’aggiunta dei fiati suggerita dal produttore Peter Collins rende ancora più vicina alle intuizioni dei gruppi dell’area Two-Tone. La ska-version di Poison Ivy che regalerà al gruppo un bel successo di classifica e una lettera di congratulazioni firmata dallo stesso Elton John e la leggerissima Watch Out, I‘m Back sono le tracce che, sul disco di debutto, rivelano questa attitudine e questa impronta fortemente ritmica esaltata sul palco di Top of the Pops con la scelta di posizionare il drum-kit di Paul Wincer proprio davanti al muso del pubblico. La produzione di Collins lima le piccole asperità del singolo di debutto (Go Steady/Cortinas/Listen Listen) ed esalta le qualità pop della scrittura del quartetto facendo di Beat Boys un disco che non ha nessun intento rivoluzionario se non quello di offrire una mezz’oretta di sano intrattenimento new-wave. Ancora peggio, se vogliamo, fa Steve James per Ambience, il disco registrato dopo il tour europeo a fianco dei Madness. L’album è ormai proiettato verso derive synth-pop e nel funky di plastica tipici del periodo (Decent Town, Someone Talking, Ambience) con buona pace di Lambrette, Vespe, parka e tutto l’immaginario evocato solo un anno prima. Ancora peggio, se possibile, fanno i singoli (Steppin’ Out, Lamba Samba, la ripugnante cover di Somebody to Love) che chiuderanno la vicenda Lambrettas prima delle varie operazioni-nostalgia che porteranno a svariate reunion, ad un annunciato nuovo album previsto proprio per questo 2015 e ad una nuova tourneè. Magari stavolta sui TravelScoot.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro      

      

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ROBERTO RUSSO – Too Much Too Boohoos (Crac Edizioni)  

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Quando vivi una storia così, prima o poi devi tirarla fuori dalle viscere, per liberartene totalmente. E così, ecco venir fuori Too Much Too Boohoos. Un diario di bordo che è una seduta terapeutica dove Roberto Russo racconta non solo i cinque intensissimi anni della sua “band venuta da Marte” ma trenta anni della sua vita. Come se gli uni non potessero prescindere da tutti gli altri. È questo, a dare la vera chiave di lettura di Too Much Too Boohoos e a dare la giusta prospettiva di cosa fosse “vivere” nella dimensione Boohoos, vivere per intero dentro il sogno del rock ‘n roll e dei suoi eccessi.

Fino a portarne addosso le cicatrici.

Anche dopo che il sogno è finito.

Quello dei Boohoos è finito ventisei anni fa. Nel Settembre del 1989. Di colpo. Spento come un’abat-jour fulminata.

Anche se aveva lentamente preso le forme di un incubo, devastando anima e corpo di chi presto sarebbe stato costretto a ridestarsi.

I Boohoos, Dio buono. Il fuoco di Sant’Antonio del rock ‘n roll italiano. Passati come un uragano a spiegarci che ogni cosa era possibile. Un mini LP che radeva al suolo tutto il plotone garage-punk italiano, un album che soffiava lacca e paillettes sul palco funesto del Michigan Palace, un ultimo disco di sano e robusto street rock ‘n roll che si pensava fosse lo shuttle che li avrebbe rispediti su Marte e che invece era una zattera di naufraghi che scivolava a fatica dentro un mare di merda.   

Un libro su di loro, alla fine, poteva scriverlo solo uno di loro. Pisciando fuori tutti i calcoli della vescica, col dolore urticante che accompagna una minzione di questo tipo.

Chi non ha vissuto quegli anni, e in quegli anni non ha vissuto l’uragano Boohoos non lo comprerà. E magari, rigirandolo tra le mani in libreria, si chiederà se fossero davvero arrivati da Marte, questi signori qui. Poi lo rimetterà sullo scaffale. E se ne tornerà a casa. Felice di essere nato quando gli alieni avevano già lasciato la Terra tornandosene da dove erano arrivati. Infischiandosene.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SONICS – This Is The Sonics (Revox)  

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Le precedenti reunion erano state un mezzo disastro. Operazioni di chirurgia plastica che avrebbero dovuto lenire le rughe sul viso di Cinderella e che in realtà sono riuscite nell’intento di ridurre quella maliziosa ragazzina che si attarda a rientrare a casa in una delle tante innocue bamboline da mettere in esposizione su una mensola. L’annuncio del nuovo disco dei Sonics non ha quindi suscitato in me nessuna emozione degna di tale nome se non una qualche forma di curiosità da guardone simile a quella provata quando ti spingi a voler mettere alla prova l’aguzzina ferocia dello scorrere del tempo curiosando tra le foto degli amici di un tempo per vedere quanti solchi gli anni hanno lasciato sulla loro pelle. E quanto essi siano simili ai vostri. L’approccio a This Is The Sonics è stato dunque impermeabilizzato da cinismo e scetticismo. Mi sono messo fuori e ho atteso piovesse, cosparso di NeverWet. Poi, ha piovuto. E la magica vernice ha svelato la scritta The Sonics. Segno che Dio li aveva riconosciuti e io pure.

This Is The Sonics è un disco che rende onore al passato della miglior garage band della storia. La prima ad aver capito che non è l’amore a muovere il mondo, ma il desiderio, lasciando ad altri il compito di illuderci del contrario e di raccontarci di eroi buoni e dell’età dell’Acquario.

Nessuna poesia, dentro questo disco.

I loro post non verranno taggati da chi legge Coehlo e Màrquez e da chi mostra al mondo la Stele di Rosetta per nascondere un cuore che ha la forma di un salvadanaio e vorrebbe far credere che invece è un vaso fiorito.

Gli hippie sono morti. Così i punk. Il grunge ha svuotato la sua coppa.

Gli unici ad avere ragione, alla fine, erano Little Richard e Fats Domino.

E i Sonics.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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ERIC BURDON AND THE ANIMALS – Winds of Change / The Twain Shall Meet (Sundazed)  

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Dopo il transitorio, orchestrale Eric Is Here, Burdon e Jenkins ricostruiscono gli Animals con un rinnovato spirito psichedelico. “Candeggiato” l’amore per la musica nera, Eric Burdon si abbandona ai colori vividi dell’estate dell’amore.

Quelli tangibili della soleggiata California e quelli irreali dei fumi lisergici.

Il risultato è quanto di più lontano dallo spirito “carnale” dei vecchi Animals.

Winds of Change, il primo frutto della nuova stagione, è una sorta di “chiamata alle armi”. E i “nuovi Animals” non ne fanno mistero, già dalle note di copertina e dall’“omelia” recitata della traccia inaugurale.

Winds of Change si piega dunque alle nuove dottrine freak e Burdon, smessi i panni di cantante, si limita a fare da cronista dei “venti di cambiamento” che spirano nel rock. Cita nomi (tanti, da Bessie Smith a Dylan passando per Zappa, Duke Ellington, Ray Charles, Ravi Shankar, Chuck Berry, Eric Clapton, Miles Davis, Muddy Waters, i Beatles e gli Stones), luoghi (San Francisco, soprattutto) e canta di “esperienze”, di sesso e di morte (come nel funereo mantra di The Black Plague, esasperante variazione sulle dissertazioni lugubri della Still I‘m Sad degli Yardbirds) su un tappeto di sitar, campanacci e percussioni che in realtà sembrano evocare più il Libro Tibetano dei Morti che la Summer Of Love.

Le scosse migliori arrivano dalla lunga rilettura della stonesiana Paint It Black e dall’ultima, abrasiva e vibrante It‘s All Meat ma in generale Winds of Change non è affatto uno dei dischi “imperdibili” della stagione freakedelica. Meglio fa, pur senza scostarsi molto dalla linea inaugurata l’anno prima, The Twain Shall Meet.

È un disco molto più “corporeo”, pur muovendosi dentro i già ampi confini del precedente. Raga-rock, blues sfigurato, divagazioni acide, richiami etnici (indiani ma anche greci e scozzesi), ma pure un piccolo capolavoro di R ‘n B pronto per le bancarelle degli happening di quegli anni e che proprio ad uno di quelli è dedicato. Monterey è il ricordo febbrile di quella tre giorni in cui Hendrix, gli Who, i Byrds, i Buffalo Springfield, i Grateful Dead, i Moby Grape e i Jefferson Airplane bruciarono per la prima volta su un palco il grande sogno di un mondo nuovo.

Lo stesso sogno che qui viene annientato, solo cinque tracce dopo, dalle visioni apocalittiche del “ponte” infernale di Sky Pilot.

È il tragitto più credibile lungo la strada del flower-power percorsa dagli Animals nel triennio ‘67/’69. Ora li ristampa Sundazed. Se non vi siente ancora stancati di mettere i fiori nei vostri cannoni, potrebbe essere l’occasione propizia, prima che ve li intreccino a forma di ghirlanda.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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