ALICE COOPER – Love It to Death (Straight)  

Il rientro di Mr. Vincent Furnier e della sua band a Detroit a chiusura del soggiorno Californiano segna l’esplosione e l’ascesa vertiginosa del fenomeno Alice Cooper dopo il fiasco commerciale dei primi due dischi pubblicati sotto l’egida di Frank Zappa e il definitivo abbandono della “merda psichedelica” in favore di un hard rock gotico e stradaiolo che la sua voce sgraziata svuota di ogni ulteriore, possibile residuo di umanità e che, abbinato all’effetto shockante delle scenografie di dubbio gusto che Furnier sceglie come veicolo provocatorio per sottolineare i passaggi più macabri del suo nuovo repertorio (Black JujuHallowed Be My NameBallad of Dwight Fry) contribuiscono a tirare fuori dal cilindro magico del rock ‘n roll il nuovo personaggio estremo in grado di catalizzare occhi e orecchie di tutti coloro che hanno piantato semi di girasole sul prato di Woodstock e non hanno più visto nascere alcun fiore, finita la stagione dell’Amore.

La vita sregolata di “Alice” nel suo mondo delle meraviglie (all’epoca capace di spendere oltre 250.000 Dollari l’anno per imbottirsi di alcol) associata ad uno spettacolo truculento che sazia i suoi fan con una apoteosi di oltraggio trash dove sesso, horror e provocazione religiosa vengono estremizzati fino a trasformarsi in catarsi collettiva, diventano, nel reflusso storico e sociale dei primi anni Settanta, un nuovo modello di edonismo esasperato e volgare, una “messa a terra” delle tensioni che si agitano in quegli anni.
Love It to Death, il disco che inaugura questo nuovo corso, alimentando il bisogno post-Vietnam della gioventù americana di esorcizzare il demone della violenza attraverso la sua spettacolarizzazione diventa un fenomeno che conquista centinaia di migliaia di anime e disegna l’archetipo per tutto il metal che verrà ma diventa pure fortissima seppur non dichiarata fonte di ispirazione per il punk (e certo garage-punk dalle tinte dark) e per un musical come The Rocky Horror Picture Show. Un album dove la teatralità è già parte pregnante di ogni singola traccia anche se Bob Ezrin ha la capacità di dare identità egocentrica ad ogni pezzo, costruendo uno dei migliori, ineffabili puzzle rock mai realizzati e anche il primo tassello della sua lunghissima storia di produttore. Un lavoro che, pur inserendosi alla perfezione nel solco della musica del Michigan (Still Got a Long Way to Go sarebbe stata benissimo dentro Back In the USA degli MC5, così come I‘m Eighteen si proietta già dentro il suono decadente della chitarra di James Williamson) rivela una personalità non solo già ben definita ma addirittura ingombrante. Quella di Alice Cooper, ovviamente.

Nato Vincent Damon Furnier. Ma solo per caso.  

Morto strega, verosimilmente.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro       

  

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