ERIC BURDON AND THE ANIMALS – Winds of Change / The Twain Shall Meet (Sundazed)  

Dopo il transitorio, orchestrale Eric Is Here, Burdon e Jenkins ricostruiscono gli Animals con un rinnovato spirito psichedelico. “Candeggiato” l’amore per la musica nera, Eric Burdon si abbandona ai colori vividi dell’estate dell’amore.

Quelli tangibili della soleggiata California e quelli irreali dei fumi lisergici.

Il risultato è quanto di più lontano dallo spirito “carnale” dei vecchi Animals.

Winds of Change, il primo frutto della nuova stagione, è una sorta di “chiamata alle armi”. E i “nuovi Animals” non ne fanno mistero, già dalle note di copertina e dall’“omelia” recitata della traccia inaugurale.

Winds of Change si piega dunque alle nuove dottrine freak e Burdon, smessi i panni di cantante, si limita a fare da cronista dei “venti di cambiamento” che spirano nel rock. Cita nomi (tanti, da Bessie Smith a Dylan passando per Zappa, Duke Ellington, Ray Charles, Ravi Shankar, Chuck Berry, Eric Clapton, Miles Davis, Muddy Waters, i Beatles e gli Stones), luoghi (San Francisco, soprattutto) e canta di “esperienze”, di sesso e di morte (come nel funereo mantra di The Black Plague, esasperante variazione sulle dissertazioni lugubri della Still I‘m Sad degli Yardbirds) su un tappeto di sitar, campanacci e percussioni che in realtà sembrano evocare più il Libro Tibetano dei Morti che la Summer Of Love.

Le scosse migliori arrivano dalla lunga rilettura della stonesiana Paint It Black e dall’ultima, abrasiva e vibrante It‘s All Meat ma in generale Winds of Change non è affatto uno dei dischi “imperdibili” della stagione freakedelica. Meglio fa, pur senza scostarsi molto dalla linea inaugurata l’anno prima, The Twain Shall Meet.

È un disco molto più “corporeo”, pur muovendosi dentro i già ampi confini del precedente. Raga-rock, blues sfigurato, divagazioni acide, richiami etnici (indiani ma anche greci e scozzesi), ma pure un piccolo capolavoro di R ‘n B pronto per le bancarelle degli happening di quegli anni e che proprio ad uno di quelli è dedicato. Monterey è il ricordo febbrile di quella tre giorni in cui Hendrix, gli Who, i Byrds, i Buffalo Springfield, i Grateful Dead, i Moby Grape e i Jefferson Airplane bruciarono per la prima volta su un palco il grande sogno di un mondo nuovo.

Lo stesso sogno che qui viene annientato, solo cinque tracce dopo, dalle visioni apocalittiche del “ponte” infernale di Sky Pilot.

È il tragitto più credibile lungo la strada del flower-power percorsa dagli Animals nel triennio ‘67/’69. Ora li ristampa Sundazed. Se non vi siente ancora stancati di mettere i fiori nei vostri cannoni, potrebbe essere l’occasione propizia, prima che ve li intreccino a forma di ghirlanda.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Sundazed_LP5487_300

 

SC 6330_300mini

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