LILITH AND THE SINNERSAINTS – RevoLuce (Alpha South)  

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La sua “rivoluzione” Lilith l’ha già fatta. E l’ha fatta tanti anni fa. Quando, col cadavere dei Not Moving ancora in rigor mortis, ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco puntando carte per nulla facili. Rinunciando ad essere quello che tutti si aspettavano restasse e avventurandosi alla ricerca di se stessa.

Creando fastidio. Punk per sempre. Per chi sa cosa vuol dire.

Poi, dieci anni fa, sono arrivati i Sinnersaints. Amici vecchi e nuovi con cui condividere rabbia e dolore. Come dovrebbe essere con gli amici veri. E che in genere invece non è.

E, con loro, una serie più o meno regolare di dischi più o meno irregolari. Dischi dove la riscoperta delle proprie radici a volte si avvicina alle nostre ma, sempre, coincidono con le sue. Che si tratti degli Stooges, di Adamo, di Robert Johnson, del dialetto del suo paese o del linguaggio universale del blues, dei Not Moving o dei Television, di Violeta Parra o degli Statuto, poco importa. Perché Lilith riesce a trasformarsi restando sempre se stessa, portandoci in dono una voce che ha la stesso rauco e sgraziato tormento asociale di Rosa Balistreri, Gabriella Ferri e Nada. Perché se ogni uomo è un’isola, le donne vere sono un arcipelago di scogli sommersi. E solo chi sa annegare riesce ad approdarvi.

RevoLuce, nel suo infinito gioco di parole, è il nuovo disco di Lilith con i santi peccatori di turno. Un album in cui ognuno può trovare le suggestioni che vuole. Io ci ho trovato i La Crus degli esordi, il Santo Niente di Umberto Palazzo, il Ferretti meno ingombrante, Nada, il Gran Teatro Amaro, Piggei Harvey, i Calexico.

Ma soprattutto Lilith. Bella come sono belle le cose che hanno il coraggio di stare nude mentre tutti sono attenti a coprirsi. Rivoluzione, appunto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro    

    

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THE MAHARAJAS – Yesterday Always Knew (Low Impact)  

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Un’attesa lunghissima. Poi, di colpo, rientrano in pista i Maharajas. Con un disco, e un suono, nuovi. Stendendo un po’ di lucido power-pop sulla patina di malinconico folk-rock che era il tratto tipico dei loro dischi precedenti e che qui espande i suoi vapori su pezzi come Hands of Tyme e Water to Wine, la band svedese dà nuova verve al proprio song-writing. Canzoni come It Doesn‘t Matter AnymoreAre You Ready to ShopFamily ProviderTake Me HomeInto the UnknownNine-One-OneNothing in ReturnYesterday Always Knew danno la nuova misura di questo ritrovato gusto per la melodia a presa rapida e le chitarre scintillanti che vola tra Beatles, Raspberries e Hoodoo Gurus e che porterà sicuramente nuovi adepti alla corte dei marajà. Se le riviste che vendono ancora qualche copia riusciranno a fare il loro lavoro. E se chi le compra saprà leggere a dispetto di una copertina che forse meritava un po’ di cura in più.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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