HAMMERLOCK – Anthems for Outlaws (Man’s Ruin)

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Tornasse il Proibizionismo, per gli Hammerlock sarebbero cazzi.
Dissipatori e puttanari, li ritroveremmo schiacciati da qualche fottuto tavolo verde basculante, in mezzo ai cocci di bottiglie alle quali sembrano aver votato l’esistenza.
Anthem for Outlaws raccoglie tutti i “difetti” di cui il gruppo di Travis Kenney è fortemente, è il caso di dirlo, “imbevuto”. Rock ‘n’ roll fiero e secco, elementare e sudicio abbastanza per essere punk, veloce e triviale per leccare il culo a Lemmy che di dischi così potrebbe comunque inciderne uno a settimana.
Sono venti i proiettili in canna stavolta, quasi tutti a bersaglio anche se forse, alla lunga, si rischis di distrarsi più con le nuvole di passaggio che con i piattelli centrati.
Sia chiaro, il treno degli Hammerlock è capace di spezzare le gambe anche ai buoi ma il debito fortissimo dovuto ai Motörhead non è ancora stato saldato.
Meglio, molto, quando il taglio diventa quello da siparietto alcolico (When Our Laws Are Outlaws, ad esempio, o Battle of New Orleans, NdLYS) o il boogie ‘n roll diventa irrefrenabile facendo somigliare gli Hammer a dei Reverend Horton Heat incarogniti per il rincaro del prezzo del Jack Daniel’s.
Nessuna cazzo di novità, ma perchè il rock ‘n roll dovrebbe sforzarsi di trovarvene qualcuna?

Franco “Lys” Dimauro

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JEFF MILLS – Lifelike (Music Man) / GEMINI – The Music Hall (Cyclo)

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Prendete Lifelike e spaccatelo in due: vi si parerà dinanzi la grazia solenne di Minnia, una delle cose più riuscite dello sterminato campionario di Jeff, un ottimo compromesso casalingo all’ascolto di un album che, come è ovvio per un disco di stampo techno, vive la sua dimensione naturale in contesti meno domestici.

È solo uno degli episodi che fanno del nuovo disco di Jeff Mills, veterano della scuola techno americana, un manifesto peso e vibrante dell’abilità maturata dal trentaseienne di Chicago a muoversi sobrio su scale di pattern ritmici, a costruire sintassi sul sillabismo metronomico, fedele al suo stile disadorno, minimale, rigoroso ma pulsante. L’agilità scattante che gli permette di tirar fuori da una Roland 909 il massimo della sua propulsione ritmica e di unirlo al funambolismo tecnico che ne ha fatto l’attrazione principale di un appuntamento storico come il Sonar.

Certo, l’impatto spettacolare delle sue performances live soffre un po’ le costrizioni dettate dal supporto fonografico ma la classe emerge sopraffina, oltre lo stile.

Più avvolgente, profondo, stratificato il disco di DJ Gemini, che torna a firmare in autonomia, dopo aver ceduto alla corte di tante donne in odore di venerazione (non ultimi i Basement Jaxx che lo hanno voluto accanto sul loro Remedy per firmare Gemilude, NdLYS). Il suo doppio The Music Hall (singola la versione CD) è saturo di merda funky così come di loop ambiguamente dub pur senza perdere di vista una traiettoria vigorosamente house, sprigionando le possibilità offerte dall’apparato logico e logistico cui Gemini fa affidamento.

Grooves a soffietto che scivolano ammaccandosi l’un l’altro, come attratti da una forza di gravità che li comprime al suolo, insinuandosi melmosi tra i beats e rendendo vischioso il pavimento, creando suggestioni ipnotiche multiformi, evanescenti ma dense.

Due facce di un suono ormai sdoganato dal ghetto dei clubs e pronto alla sua rappresaglia tecnologica.

 

Franco “Lys” Dimauro

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JAMES CHANCE & THE CONTORTIONS – White Cannibal (ROIR)

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James Chance.

Lui.

L’eretico.

Il contorsionista.

L’isterico.

Il cannibale.

Il bulimico del funk in grado di inghiottire porzioni pachidermiche di James Brown e di rivomitarle fuori in preda ad uno spasmo gastro-epilettico.

Personagio istrionico, nevrotico come la sua musica, James White/Chance fu uomo chiave di quanto Eno documentò nel ’78 come No New York. Ambiguo ed irriverente, fu l’uomo che portò il jazz nei locali equivoci della Grande Mela dandolo in pasto ai randagi, gli aprì la gabbia e lo costrinse a prostituirsi.

E ancora oggi è uno dei magnaccia più celebrati e riveriti della storia (pensate solo alla scuderia Pandemonium o  gran parte del giro Off italiano, tanto per avere prove tangibili della sua scomoda eredità, NdLYS).

White Cannibal mette su nastro i Contortions in forma smagliante “ripresi” sui palchi dell’Eighties e del Peppermint Lounge all’alba degli anni Ottanta con una formazione che in parte ritroveremo su Sax Maniac.

Sette composizioni sputate sulla dolla che dimostrano come James sia stato l’anello chiave tra disco, funky, jazz e punk. Attorno a lui, tutto roteava come un’enorme, ammaccata ruota panoramica. La nevrosi di una metropoli che voleva racchiudere il mondo era tutta qui (e nelle movenze psicotiche dei balletti dei Talking Heads, NdLYS), nei rigurgiti di sax che sporcavano di succhi gastrici il mantello di James Brown, nella cancrena che logorava lo scheletro del jazz, nel vociare atonale di un dissacrante e blasfemo maestro di cerimonia, nell’avvinghiarsi taoistico del bianco e del nero a creare uno scontro pieno di lividi.

                                                  Franco “Lys” Dimauro

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STEVE WYNN AND THE MIRACLE 3 – Northern Aggression (Blue Rose)

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I Miracle 3 non sanno fare miracoli.

In questo erano più bravi i Dream Syndicate a fabbricare sogni.

E so che il paragone è goffo e spietato ma inevitabile, quando davanti al microfono hai la sagoma di Steve Wynn. Uno che continuerà inutilmente a scacciar via quel fantasma e i cui passi vengono sempre misurati con un metro sbagliato.

Quel metro si chiama Medicine Show.

Noi cecchini aspettiamo ormai da un quarto di secolo che lui metta il naso fuori, zoomiamo col mirino e ci accertiamo che abbia una copia nuova di quel disco da offrirci. Dopodichè spariamo. E in genere spariamo minchiate, ancora oggi inebriati dall’alcol di quel vino e dall’ odore di quelle rose che ci prepararono a quello spettacolo.

Che però era di una vita fa, per Dio. Motivo per cui, prima di chiederci se Steve sia ancora in grado di scriverne uno uguale, dovremmo chiederci se, qualora riuscisse, saremmo in grado di divertirci allo stesso modo.

Conosco gente una volta innamorata di quel disco che oggi ha messo lo stereo in soffitta perché “tanto non ho tempo per ascoltarlo” e che ha relegato la musica a un passatempo di ultima categoria, zona retrocessione.

Ne conosco altra che ascolta musica seduta al pc, “per avere compagnia”.

Tutta gente che aspetta un altro Medicine Show e che, quando arriverà, non si accorgerà nemmeno del suo passaggio.

Smettetela di aspettare treni su cui tanto non salirete e prendete questo nuovo disco di Steve Wynn per l’energia che si porta ancora dentro. Ascoltate la forza di una On the Mend o di una Resolution, il Lou Reed nervoso che serpeggia tra le grinze di We Don‘t Talk About It o la malinconia che scorre sulla pedal steel di St. Millwood o che scivola tra le ombre di The Death of Donny B e lasciatevi trascinare via da questo nuovo spettacolo e non siate ossessionati dalle medicine.

Anche perché, fateci caso, da qualche anno sono le uniche cose che comprate ancora.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE YARDBIRDS – Over Under Sideways Down (Get Back)

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Prosegue la serie di ristampe della Get Back dedicata al recupero della discografia degli Yardbirds. Ultima in ordine di tempi quella dedicata ad Over Under Sideways Down, primo album organico dei maestri dell’R ‘n B inglese e paradossalmente inizio del loro tracollo commerciale.

Quello creativo verrà di lì a poco e culminerà con lo sfaldamento del gruppo e la nascita dei New Yardbirds, ma quella sarà un’altra storia. La ristampa Get Back è molto ben fatta, nel solito vinilaccio robusto e si rifà alla versione mono originariamente pubblicata nel ’66 su Epic (l’album verrà ristampato in duplice versione mono/stereo col titolo di Roger The Engineer dalla Edsel con copertina diversa e scaletta “alterata”, NdLYS). Musicalmente Over Under Sideways Down è lavoro più che dignitoso, il taglio della chitarra di Jeff Beck che da lì a poco verrà rilevato da Jimmy Page è ancora in bella evidenza e in forma strepitosa. L’adesione al blues standard dei tempi del Crawdaddy si fa meno scolastica e rispettosa pur non perdendo di autenticità e mordente (The Nazz Are BlueLost WomenJeff’s Boogie) ma altre inclinazioni turbano la mente dei cinque e si insinuano tra le pieghe del loro suono. Sbocciano fiori psichedelici (Happening Ten Years Time Ago, il singolo-icona del periodo qui incluso tra le bonus, Ever Since the World Began), si aprono raga (Over Under Sideways DownHot House of Omagararshid), il nero si stinge e lascia posto a girandole multicolori e cangianti (He’s Always There). Bellissimo.

Franco “Lys” Dimauro

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BIG EYES – Clumsy Music (Pickled Egg)                    

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Parlano di rado, i Big Eyes. Qualche sparuta storia impigliata fra i denti.

È la loro musica a parlare, a raccontare di viaggi tra oceani e le mira piene di muffa della propria stanza. Musica da camera la chiameremmo, se solo talune volte non sembrasse di venire trasportati dalle onde di certe derive Morriconiane (Cruisers, Threeleftfeet) o di affogare nella sabbia secca di qualche deserto Cooderiano (Back Seat) anche se spesso è la malinconia eterna di un violino morso dal tarlo dello spleen a riportarci il cuore tra i ceppi di casa (Sleep, Bechorovka, Pappy).

Quelle di Clumsy Music sono musiche che hanno il garbo di una Penguin Cafè Orchestra, gli abissi di malinconia dei Tindersticks, la soave liricità dei Rachel‘s anche se agli splendidi crescendo del gruppo di Louisville il quartetto di Leeds preferisce la sfuggente bellezza di piccoli ritagli, di lanciare uno sguardo fugace fuori da una tapparella scostata, sprofondando nel girovagare notturno e mesto tra le spire dei Bark Psychosis.

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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