HEAVY BALLOON – 32,000 Pound, 16 Tons (AUA)

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I giganti di cristallo della Grande Mela custodirono, a cavallo tra gli anni sessanta e il decennio successivo, alcune tra le più eccentriche, sfuggenti, insolite creature che mai abbiano solcato i pentagrammi che ci hanno catturato nel corso degli anni come mosche in una ragnatela. Gente come Fugs, Mandrake Memorial, Lothar and The Hand People, i Velvet Underground o quel poeta strambo della Lower East Side che rispondeva al nome di David Peel. Proprio tra le pieghe del suo terzo album Pope Smokes Dope andrò a planare il chitarrista Christian Osborne dopo il disfacimento degli Heavy Balloon, autori di uno dei più rari tasselli dell’intricato mosaico hard/blues del crepuscolo dei sixties.

Pubblicato in origine nel ’69 dalla Elephant V e ora miracolosamente ristampato, 32,000 Pound 16 Ton schierava una formazione di ben venti musicisti (sulle reali identità celate dai tanti alias disseminati qui e là, non saprei dirvi, NdLYS) alle prese con nove composizioni che, partendo da uno schema blues (occhio, blues in quegli anni era la radice per fronde dai furti assortitissimi come Led Zep, Hendrix, Captain Beefheart, Blue Cheer, Iron Butterfly, Canned Heat, ecc.) ne ridefinivano la forma talvolta esasperandone la robustezza in chiave hard come nelle overtures degli originali lati A e B ad esempio, brani elettrici e asciutti, altrove sfruttando invece il suo fascino acustico (Sixteen Ton col suo giro di basso spezzettato simile a quello di una Fever per la generazione acida, NdLYS), fino ad esorcizzarne i demoni nel ludo vaudeville di My Very Own Sweetheart. Un disco preziosissimo, una ristampa doverosa.

 

Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – Rebetiko Gymnastas (La Cùpa)

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Stanco e perduto. Ma ero felice quando me ne andai di casa.

Così Vinicio cantava nel 1990.

E da allora, Capossela è uno spirito errante.

New York, Livorno, Amburgo, il sudamerica, Cabo Verde, il Salento, Lubecca, Spessotto, Mosca, la Jugoslavia, Scicli, la Sardegna.

Sopra e sotto il mare.

L’inquietudine che lo spinge alla continua ricerca di approdi lo fa ora attraccare in Grecia, ad un anno dai viaggi epici di Marinai, profeti e balene.

Il capitano Capossela scende così dalla sua imbarcazione con accanto l’ammiraglio Marc Ribot e i sottotenenti Alessandro Stefana e Glauco Zuppiroli. Ad attenderli, sulla riva ellenica, gli indigeni Kaiti Ntali, Socratis Ganiaris, Manolis Pappos, Vassili Massalas e Ntinos Chatziiordanou.

I primi portano in dono alcune delle loro pietre preziose, gli altri i loro tesori.

La spiaggia di Atene si colma di gemme rebetiche.

Ecco affiorare una Misir Lou come l’avevamo ormai tutti dimenticata.

Ecco l’infinita solitudine di una Los Ejas de mi carreta caduta dal barroccio scassato di Atahualpa Yupanqui.

Ecco i ciondoli di Rebetiko e Contratto per Karelias.

Ecco l’amore inesauribile di Canciòn De Las Simples Cosas e Con una rosa, così forte da non poter essere colmato.

Ecco una Contrada Chiavicone popolata di tekedes e Caffè Aman.

Ecco la zoppicante marcia funebre dedicata alla Signora Luna.

Ecco il passo a stantuffo di Corre il soldato e quello d’atleta di Gimnastika.

Ecco disseppellita una Morna prigioniera della sua stessa ruggine malinconica.

Ecco i falsi inviti alla fuga di Non è l’amore che va via e Scivola vai via dove, in tempi non sospetti, Vinicio indagava uno dei temi pregnanti del rebetico ovvero quello dell’assenza subìta.

Ecco arenarsi sulla spiaggia greca la bottiglia di Come prima, lanciata dal mare ligure da Tony Dallara nel lontano 1957.

Rebetiko Gymnastas è l’ennesima tappa inquieta del viaggio interiore di Capossela.

Noi si resta qui a meravigliarci della bellezza.

Come se fosse stata inventata solo ieri.

Come se dovesse sfuggirci di mano, veloce ed irripetibile come un giro di bouzouki.

Come se domani fosse già troppo tardi.

Alleniamoci, dunque.           

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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BUZZCOCKS – Beating Hearts (Get Back)

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Venerdì 27/10/1978: sono passati 27 mesi dal debutto, Howard Devoto ha già lasciato il timone nelle mani di Pete Shelley per dar vita ai mai troppo celebrati Magazine e i Buzzcocks non sono più una colorata gang di teppistelli fra le tante che affollavano le stradine di Manchester ma il gruppo che più di tutti era riuscito ad innestare su una base punk nervosa e robusta un gusto melodico degno delle migliori pop bands dei sixties, regalando alla storia del punk inglese una serie pirotecnica di sette pollici ed un album di debutto tra i più musicalmente longevi della storia britannica e, col senno di poi, tra i più influenti del punk tutto. È con questo bagaglio che i Cocks salgono dunque sul palco dell’Agorà Balloroom di Manchester per uno dei concerti più cocenti della loro storia, documentato dalle 19 tracce racchiuse su questo doppio Beating Hearts. Una scaletta da brivido che comprende gioielli come BoredomWhat Do I Get?, SixteenWalking Distance e Nostalgia. Pubblico in ovazione, band al massimo della forma, incisione e masterizzazione con dinamica eccezionale. Roba da tingersi i capelli di rosso e sputare sull’immobilità intellettualoide che regna tra i fantasmi di quest’epoca del day after.

 

Franco “Lys” Dimauro

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MUCK AND THE MIRES – A Cellarful of Muck (Dirty Water)

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Il Jeff Conolly del nuovo secolo si chiama Evan Shore inteso Muck, un ragazzone bostoniano che ha tirato su dal nulla una delle migliori retro-band americane degli ultimi anni. Uno che in dieci anni e cinque album è stato capace di imporsi come Best New Act ai Boston Music Awards, vincere la battle of the bands di Mr. Little Steven, farsi produrre da Kim Fowley e aprire per Cyril Jordan, Monks, New York Dolls, Chesterfield Kings, Downliners Sect, MC5, Stooges, Bo Diddley o Roky Erickson difficilmente può essere un bluff. E infatti non lo è. Anche questo nuovo disco, prodotto da Jim Diamond, è una miscela incredibile di armonie beat e ruvida attitudine garage.

Mr. Muck sa dire tutto in pochi minuti. E, per chi volesse fare il sordomuto, lo ripete ben tredici volte, fino a tirar fuori dalla cerniera una Laura‘s a Liar che può davvero zittire tutti, anche chi invece ciarla troppo, spesso a vanvera, di rock ‘n roll.

Aprite il vostro piccolo manuale sul rock ‘n roll e mettete i buoni a destra e i cattivi a sinistra, come in Parlamento. E poi date fuoco al lato che vi piace di meno.

       Franco “Lys” Dimauro 

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TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS – Il mondo è strano (Teen Sound)

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Divertente, dai.

Lo storico bitt italiano che torna a farsi vivo dopo il crollo della mitica triade Avvoltoi-Barbieri-Sciacalli che lo tenne in vita durante l’agonia che sembrava doverselo portare via definitivamente. Fin dalla scelta di dipingere in inglese maccheronico la propria insegna è chiaro dunque l’invito porto da Tony: buttarsi a capofitto tra gli scaffali di memorabilia beat che stipano gli scaffali del negozio dei suoi Flauers.

L’approccio del gruppo salernitano è autenticamente retrò, scevro da certe concessioni verso il garage punk americano che infettarono le ultime produzioni del neobeat e lontano, negli intenti ma pure nella sostanza, dalle tentazioni di sperimentare forme pop più evolute e pesantemente barocche. Anche la rendition di Era un beatnik delle Testedure, uno dei brani più violenti di tutta la stagione bitt, piuttosto che fare leva come nell’originale sulla sporcizia di una chitarra maltrattata, si affida al saltellante groove del Farfisa di Gabriele.

I Flauers sono insomma un autentico complesso da festa (a proposito, non fate mancare la Bossa for Tony nella vostra, potrebbe contribuire ad aumentare considerevolmente la vostra collezione di upskirts, NdLYS), pronto a farvi saltellare come giullari sui vostri tacchi cubani.

I matusa rimangano fuori ad agonizzare nei loro doppiopetto, grazie.

Franco “Lys” Dimauro

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