THE BLUEBEATERS – “Everybody Knows” (Record Kicks)  

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Stavolta metto il mi piace. Che, per un post dei BlueBeaters non era mai successo.

E non credo sia dovuto esclusivamente alla nostalgia d’estate che quest’umido inverno ha portato nel mio cuore e al confortevole senso di calore caraibico che il bluebeat riesce ad infondere.

Usciti fuori dal cono d’ombra della “Palma”, i BlueBeaters ridanno verve ad un’avventura musicale che dagli entusiasmi iniziali si era via via adagiata sul fin troppo facile e scontato trucco della cover stucchevole in salsa caraibica (Messico e nuvoleTestarda ioTutta mia la cittàPer una liraIl cuore è uno zingaro e via banalizzando). Un’operazione nostalgia del tutto superflua dal punto di vista artistico ma molto funzionale per modulare il gusto del pubblico, notoriamente permeabile all’effetto deja vu.

“Everybody Knows”  riporta indietro la storia dei BlueBeaters a quell’energico e furbetto bluebeat del disco d’esordio, tornando a cimentarsi con un repertorio meno banale e fabbricando sul bagnasciuga delle spiagge giamaicane piccoli castelli di sabbia che hanno le sagome familiari di Teenage KicksHungry HeartGirlfriend in a ComaGladThe ModelRoll with It.

Portandoci in dono il buonumore e qualche raggio di sole.

E una faccia a skacchièra.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BRIAN ENO – The Man Who Fell to Earth (1971-1977) (MVD Visual)

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Esce orfano del beneplacito di Eno e della sua partecipazione diretta al progetto questo documentario sui primi otto anni dell’incredibile parabola artistica del marziano piovuto sulla Terra nel lontano del 1971 e destinato a cambiare l’asse di rotazione della musica terrestre.

In realtà Eno non è l’unico latitante (anche se dentro ci sono degli estratti di intervista risalenti a qualche anno prima) del progetto. Nessuno dei “grossi nomi” con cui Brian ha condiviso quegli anni della sua carriera è stato in alcun modo trascinato nella realizzazione del DVD. Non c’è Bowie, non c’è Byrne, non c’è Fripp, non c’è Manzenera e neppure Bryan Ferry. Ovvero tutto quello che avrebbe reso appetibile The Man Who Fell to Earth pure a chi Eno lo ha sfiorato solo di striscio, senza manco saperlo. Come si incrocia qualcuno per strada mentre si guardano le vetrine del centro. Peccato, perché per il resto, dagli splendidi video d’epoca agli aneddoti sulle sue macchine prodigiose raccontati dagli altri nomi coinvolti (che vanno dal biografo ufficiale di Eno a Jon Hassell dal critico Robert Christgau a Lloyd Watson) siamo davanti a un ottimo lavoro di sartoria digitale, allo srotolarsi di una favola moderna di un eccentrico profeta dell’ arte pop.

Franco “Lys” Dimauro

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NEW BOMB TURKS – At Rope‘s End (Epitaph)

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Succede che i New Bomb Turks cambiano etichetta.

E succede che giocano a fare i Black Crowes.

Non per tutta la durata di questo quarto album sia chiaro, ma nei due episodi centrali (la ballata Bolan‘s Crash dedicata a quel 16 Settembre 1977 che chiuse in un feretro di metallo tutta la storia della musica glam e la successiva Raw Law con la voce di Eric doppiata da quella della bella Darchelle L. Williams come fosse una Remedy dedicata ai fans degli Stooges anziché a quelli degli Stones, NdLYS) sembra davvero di trovarsi davanti una versione lercia dei fratelli Robinson.

A me che ho segretamente amato i Black Crowes fin da quando suonavano nelle bettole di Atlanta per una manciata di dollari e qualche hot-dog la cosa non dispiace nemmeno ma sono curioso di sapere come la prenderanno i vecchi fan dei Turks, compreso Tim Warren che sul rock da highway americana di taglio seventies ci ha sempre pisciato sopra. Aspettiamo e vedremo.

Il resto del disco però scorre via col consueto sgarbo della band più figa del mondo, in fuga dal primo disco dei Damned e in cerca di rifugio dentro un singolo qualsiasi della Dangerhouse.

Punk trasandato e feroce che odora di birra, giornaletti porno e benzene.

Brillantina anni ’50, Farfisa anni ’60, linguacce anni ’70.

Il solito rottamaio di carcasse rock ‘n’ roll dove è bello rintanarsi per farsi le foto con le dita nel naso e le chiappe fuori dai jeans.

Che sarà pure la cosa più stupida del mondo ma che, come tutte le cose più stupide, sono quelle che rimpiangeremo di più quando saremo diventati tanto anziani da pensare di essere troppo intelligenti per dedicarci alle idiozie.

Wir sind die Turken von Morgen.

Franco “Lys” Dimauro

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