JANIS JOPLIN – Pearl (Columbia)  

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Muore qui dentro, dentro questa ostrica, il sogno hippie di una musica libera da ogni compromesso, lanciata contro il sistema e voce di una generazione che crede in un sogno così grande e bellissimo da cui ci si sveglia solo passando dal sonno alla morte.

Pearl trova la Joplin già desta.

Stroncata da un dolore più forte dei tanti che lo hanno preceduto, da un bisogno vecchio che torna a farle visita, quando pensava l’avesse abbandonata per sempre, sostituito dalla carezza confortevole di un amore.

Per registrarlo Janis “La Perla” ha dovuto rinunciare alla sua band, come le è stato imposto dalla casa discografica, venendo meno al patto etico della sua comunità. Perché da sempre ciò che è scritto conta di più di ogni accordo tacito. In qualunque epoca. Pure in quella hippie.

E poi ha dovuto rinunciare a molto altro. Mascherando ad esempio la sua dichiarata bisessualità dovuta in larga parte ad un bisogno famelico di amore e di sesso difficile da saziare.

Tutto in nome di un successo al quale qualcuno le fa credere di poter sperare. Perché tutto è vendibile.

Anche un personaggio scomodo e dicotomico come la Joplin.

Anche la morte.

Ed infatti Pearl viene ultimato anche se la sua protagonista ha già lasciato il proscenio lasciando solo una bottiglia di Southern Comfort semivuota e i pochi spicci avanzati dall’acquisto del suo ultimo pacchetto di sigarette.

Bruciata viva nel blues. Anzi, di blues.

Ironia beffarda, quel pezzo lì Janis non potrà cantarlo. Ne’ durante le sessions del disco, ne’ mai. Se Pearl, nella sua interezza, rappresenta dunque l’ultimo domicilio conosciuto della sacerdotessa californiana, Buried Alive in the Blues può essere a ragione essere considerato il sepolcro lasciato vacante, ad annunciare una resurrezione che è ovviamente solo simbolica e del tutto pagana ed inverosimile.

Per il resto, Pearl è il disco che tutti si aspettano di ascoltare da una come la Joplin: un blues rock che la Full Tilt Boogie Band rende con meno follia freak rispetto a quello delle band che l’hanno vista diventare la regina dell’era di Monterey e di Woodstock (e che la produzione di Paul A. Rothchild avvicina, più o meno intenzionalmente, a quello dei suoi “protetti” Doors e Butterfield Blues Band, NdLYS) e che la sua voce domina in maniera vibrante ed appassionata, con una espressività che è per metà istinto viscerale e per l’altra capacità virtuosa di modularne le sfumature mostrando filigrane, opalescenze o nervi scoperti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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