THE BEASTS OF BOURBON – Little Animals (Albert Music)

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Il sole nero dei Beasts of Bourbon di nuovo tra noi. Dopo l’assalto live di Low Life, riecco le bestie dietro le sbarre di uno studio, dieci anni dopo la fuga dalla gabbia.

Il suono dei Beasts è oggi meno contorto e famelico rispetto ai capolavori Sour Mash e The Axemen‘s Jazz, forse il gruppo soffre un po’ la mancanza della chitarra di Kim Salmon, e ripiega così su un rock blues sempre arrapato e volgare, ma meno bavoso. Se vogliamo usare il bilancino diciamo che l’ago pende più sui lavori solisti di Spencer P. Jones (I‘m Gone, I Told You So, The Beast I Came to Be) che verso quelli di Tex Perkins, il cui peso si avverte invece sul timbro scuro della title track, riuscitissima folksong noir.

I Beasts of Bourbon più marci affiorano invece solo in parte: sul blues vischioso di Master and Slave ma soprattutto su Sleepwalker, un porno-stomp degno di These Are the Good Old Days. Comunque sia, un graditissimo ritorno. 

                                                                      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro


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MOTORPSYCHO – Angels and Daemons at Play (Stickman)

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All’inizio del 1997 i Motorpsycho sparano sul mercato, con sequenza settimanale e senza alcun preannuncio, tre EP in tiratura limitata di cinquecento copie: BabyscooterHave Spacesuit Will Travel e Lovelight. Qualche mese dopo vengono raccolti e pubblicati tutti insieme su un doppio album intitolato Angels and Daemons at Play, come un vecchio e allucinato disco di Sun Ra, costruendo l’ennesimo capolavoro della band norvegese. Scesa dal cielo o salita dagli inferi a tracciare la via del nostro leviatano, facendolo prorompere dagli abissi di ogni nostra paura, fino a vederne aprire le fauci e venirne inghiottiti. Angels and Daemons at Play è pervaso da questa bellezza e da questo terrore che squassano le viscere. Un disco crespo e circoncentrico. Un mandala che disegna in forme concave e convesse ogni turbamento loro e nostro. È il più umorale tra i dischi dei Motorpsycho, in grado ormai di veicolare le malinconie (In the FamilySideway Spiral IStalematePills, Powders and Passion Plays) con la stessa maestria con la quale vomitano fuori potentissimi uragani sonori capaci di alzare il livello degli oceani (la rovina di acque melmose di Timothy‘s Monster), di sputare rumore catarroso figlio dei Dinosaur Jr. (Like AlwaysWalking on the Water) e di ibernarsi volontariamente mettendosi a petto nudo sotto le folate dei venti del nord (Un Chien D’Espace).

Votandosi al supplizio volontario, pur di liberare la Bestia.

…me ne farò carico io, Timmy. Porterò a spasso i tuoi angeli e i tuoi demoni, stasera.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

 

   

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ANDRE WILLIAMS – Rib Tips & Pig Snoots (Soul-Tay-Shus)

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Tornato alle cronache recenti con le sortite per labels come In the Red e Norton accanto a gentaglia come Matt Verta-Ray, Miriam Linna, Mick Collins, Dan Kroha, Green Hornet, Robert Quine o Jim Diamond Andre Williams è uno dei primi niggaz a rivoluzionare la Detroit degli anni Sessanta. Siamo in territori Chess/Motown tanto per intenderci anche se l’approccio di Andre alla materia soul sarà sempre quello del gran bastardo, un po’ volgare (Sweet Little Pussy Cat recitava uno dei suoi pezzi gloriosi) e molto groovy. Un pappone del funky-soul con una cattiva reputazione in fuga perpetua tra mille etichette. Questa bella raccolta del periodo 65-71 raccoglie un po’ di quella merda funky (il ritmo snodato di Pig Snoots è una visione premonitrice di tutto il Jon Spencer che verrà poi) rendendola disponibile per i nuovi adepti del dirty-soul.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DIAMOND DOGS – Black River Road (Smilodon)

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Real 70’s-flavored rock è quello di cui odora Black River Road degli svedesi Diamond Dogs: piani barrelhouse (Autopilot), fiati da anthems northern soul (Hand On Heart, Stand Up), bottlenecks scivolosi (Black River Road), ruvidi riffs Stonesiani (New Set of Wheels), boogie jumps poderosi (Lift It Up) e un paio di ballate alcoliche: Sulo e Bobba spingono per i corridoi dell’hard market lo stesso carrello a lungo trascinato dai Black Crowes prendendo un po’ dagli stessi scaffali: Humble Pie, Faces, Free, Allman Brothers, Stones, Band. E come i fratelli Robinson si fanno aiutare nella scelta da qualche bravo addetto al reparto (là era Chuck Leavell degli Allman, qui Randy Bachman dei Bachman Turner Overdrive). L’operazione deja-vu fa già parte del progetto iniziale per cui non stupitevi per il gioco di rimandi e citazioni, sarebbe sciocco pretendere chissà quali rivoluzioni da una musica che ha il vezzo di nutrirsi di siffatte prelibatezze. Bravi, e tanto ci basta.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro