THE FROWNING CLOUDS – Listen Closelier (Off The Hip)

Non è facile galleggiare nella merda musicale che dilaga in questi anni, neanche per stronzi come me. Voglio dire, occorre essere ben motivati per sopportare l’overdose di barbiturici che il mercato ci propina, vestendola addirittura da evento planetario. Sono ad esempio stato invitato dalla Warner per un preascolto del nuovo album dei Baustelle (quelli che scrivono le canzoni per Irene Grandi) da un bunker sotterraneo in Viale Mazzini 112, con la clausola che, oltre a portare i respiratori artificiali, le recensioni sarebbero state “embargate” a data imposta dalla stessa Warner. Capite? Di queste pacchianate ci nutrono, per illuderci che siamo i prescelti tra i Profeti. Naturalmente ho declinato l’ invito, non sono abbastanza disciplinato per stare chiuso in una camera con altri idioti che prendono appunti per poi dire cose che avrebbero detto comunque.

Mi sono invece chiuso in casa ad ascoltare qualcosa che mi salvasse da questo pattume. E alla fine la Off the Hip mi ha lanciato il salvagente. Con i nuovi dischi di Wylde Oscars e Frowning Clouds. I Clouds li avevo incrociati un paio di volte. La prima sul # 2 di Antipodean Screams, la seconda con un singolo uscito per una piccola label spagnola che adesso stamperà il vinile di questo loro debutto.

Un disco che è fatto di poche, ignobili cose. Quelle cose che tengono vivo il rock ‘n roll che viene dal basso. Ascoltandolo, ho rivissuto lo stesso entusiasmo che provai al debutto dei Wylde Mammoths, dei Crawdaddys e dei Gravedigger Five, duecento anni fa. 

Il suono dei Frowning Clouds non ha quell’impatto deragliante, è più composto. Però è infettato fin dentro le ossa di quell’inquieta urgenza giovanile che si dimenava su quei dischi.

O, andando alle radici, dentro i primi due album degli Stones o dei loro fratellini cattivi Pretty Things. Quelli zeppi di canzonacce da bettola anni Sessanta. Prendetene un paio a caso, anche se io vi suggerisco She‘s Gone Away o I Got a Bone For You, piccole pepite che paiono disseppellite dalle macerie del Crawdaddy, vulve che si scuotono sotto le botte falliche di Elmore James e Slim Harpo.

I richiami al suono scomposto e depravato delle minuscole garage bands sono invece palesi nel trittico iniziale, con titoli di coda affidati alla Do Like Me degli Uncalled For ma anche sulle piccole gemme tagliate storte che risplendono nel finale. Piccoli anfratti dove si sono sedimentate le scorie delle bands del New England. Una spiaggia da Teenage Shutdown dove sono state bandite le radio con i banali successi dell’estate. 

Altrove emerge l’amore per il R ‘n B europeo di bands come Beat Merchants e Fairies con quei mantelli di maracas che avvolgono Please Yo’ Self o Snake Charmer come pellame di mammuth. Puro beat primitivo, non merendine fatte con gli OGM. Tenetevi la vostra tecnologia un tanto al chilo, a noi lasciateci dischi fatti ancora così.

                                                                      

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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