THE STRANGE FLOWERS – Pearls at Swine (Area Pirata)  

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Non è facile sorprendermi. Quando hai ascoltato certa roba per decenni, diventi un po’ snob. Cammini con la puzza sotto il naso. Poi, ti si para dinanzi un disco come Pearls at Swine e ti accorgi che quella puzza che sentivi, era la tua.

Quanti dischi hanno fatto gli Strange Flowers? Boh. Non importa. Quello che conta è che Pearls at Swine, quello nuovo, è il migliore di tutti. Come vuole il luogo comune dei comunicati stampa e delle veline promozionali. Solo che stavolta non ci sono ancora ne i primi ne’ le altre. Non ancora. Sto ascoltando il nuovo album del gruppo pisano in una modalità a me desueta come il Soundcloud. Sarebbe quella piattaforma in cui uno può godere della musica come su XXNX.com del sesso. Se la modalità è inadeguata al piacere, purnondimeno Pearls at Swine raggiunge quel punto G che tutti possiamo fingere di avere, maschi e femmine, tanto nessuno ha mai ben capito dove si trovi. Un disco di psichedelia strabordante e catalizzante che forse farebbe mordere le mani a gente più (Robyn Hitchcock) o meno (Bevis Frond) giustamente osannata. L’avvento della “Terza Repubblica degli Strange Flowers” (con l’arrivo dell’organista fiorentino Giacomo Ferrari) non poteva celebrarsi sotto una bandiera migliore, con un lavoro ricco di suggestioni “floreali” e di canzoni eccellenti piene di nomi di donne e di uomini. Un po’ come era per i primi Pink Floyd. Che rimangono lì come suggestione, assieme a tante altre. Come i Creation e i Misunderstood ad esempio, che sono i primi nomi a venirmi alla mente mentre sfrondo i petali di questa margherita.

Un lavoro che potrebbe, e dovrebbe, piacere ad un sacco di gente. Dai fanatici del garage agli amanti del pop più acido e visionario fino, perché no, a chi ha agitato le zazzere ai tempi del brit-pop (ogni tanto le smorfie di Blur e Ride sembrano saltare fuori come folletti da questi campi di fragole).

Dio voglia che sia così. E che sia sempre primavera.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SIMON & GARFUNKEL – Wednesday Morning, 3 AM (CBS)    

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“Exciting new sounds in the folk tradition”.

Così viene venduto nell’Ottobre del 1964 il disco di debutto di Paul Simon e Art Garfunkel. Perchè è vero che i Beatles sono già arrivati.

Ma a quell’epoca è ancora Bob Dylan il più forte di tutti.

Soprattutto per la Columbia.

Eppure la timidezza gentile e autunnale di Wednesday Morning, 3 AM non riesce a confrontarsi ne’ con l’angst giovanile dei primi ne’ con il vocabolario forbito del secondo.

Il folk del duo newyorkese è ancora fin troppo educato, e lo rimarrà per gran parte della lunga carriera. Ma su questo disco di debutto è addirittura sommesso e, causa la scelta di un repertorio tradizionale fin troppo legato ai canti spirituali, la musica di Simon & Garfunkel sembra quasi parrocchiale.

Un rigurgito da sagrestia mentre tutto intorno si agita una rivoluzione di costumi senza pari. I tempi stanno cambiando insomma. E Simon e Garfunkel se ne rendono conto solo alla fine, quando il minutaggio del loro primo disco volge quasi al termine.

Il pubblico invece se ne accorge subito, lasciando i due a suonare in quel terminal della subway newyorkese situato sotto la Fifth Avenue. Passando loro accanto senza però avere la voglia e il tempo di fermarsi ad ascoltarli.

Certo, in un pezzo come Sparrow ci sono già dentro tutti i Kings of Convenience e i Turin Brakes che verranno. Ma questo ancora nessuno può saperlo.

E dentro The Sounds of Silence (al plurale, in questa sua prima versione) si affronta il tema dell’incomunicabilità che verrà sviscerato da schiere e schiere di musicisti di ogni estrazione per interi decenni. Cantata con le pattine ai piedi, per non turbare la quiete di chi ci è vicino ma ugualmente irraggiungibile.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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