THE WILDEBEESTS – Gnuggets (Dirty Water)    

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Vi chiedevate quando sarebbe mai uscito il 13° volume delle Nuggets?

Be’, eccovelo: sono le Gnuggets.

Dodici anni di singoli infilati uno dietro l’altro come le perline delle collanine hippie per gli eredi naturali del trash rock dei Mighty Caesars.

Dodici anni e sfido oGNUno di voi a datare correttamente ciascuno di questi 33 pezzi.

Nessun algoritmo vi verrà in aiuto, nessun indizio acustico potrà facilitarvi il compito.

I Wildebeests viaggiano dentro una capsula ermetica che il tempo non può neppure scalfire, una palla da bowling da sei libbre lanciata con misurata precisione sui loro bersagli preferiti: Link Wray, Willie Dixon, Eyes, Rolling Stones.

Ma qui dentro ci sono pure Stooges, Public Image, Devo, Heartbreakers, Clash e una bellissima cover di She Lives dei 13th Floor Elevators, tutti calpestati da questa mandria di GNU.

Pepite di garage rock ignorante, legnoso e fracassone, totalmente de-evoluto ed incivile. Roba che hai già avuto in mano cento volte ma che ogni volta ti fende le pareti dello stomaco come se inghiottissi una pietra lavica.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BOTTLE ROCKETS – Brand New Year (Doolittle)

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I Bottle Rockets sono attualmente la più americana delle bands americane, fedele esteticamente e stilisticamente a ciò che nell’immaginario collettivo è associabile alle stelle e alle strisce ormai sbiadite della bandiera su cui i cowboys si sono puliti il culo per anni.

Scaricato dall’Atlantic all’indomani di 24 Hours at Day, Brian Henneman (già ospite a casa dello Zio Tupelo ai tempi di March 16-20, NdLYS), da buon guardiamandrie, si è rimboccato le maniche e ha confezionato l’ennesimo disco immerso nella tradizione statunitense fino al nocciolo, inseguendo le orme lasciate ai bordi della palude da gente come Creedence, Little Feat, Bob Seger.

Chitarre Fender che tratteggiano uno stomp-boogie energico spesso di maniera (Nancy Sinatra Dead Dog Memories giocano su riffs e armonie sentite cento volte) ma capace di riscattarsi attraverso gli episodi dal taglio più obliquo come le due versioni della title-track di cui la prima, lenta e spasmodica, è percorsa da un’elettricità statica di distorsioni aperte e la seconda invece, assolutamente spettrale.

Gotta Get Up suona invece come se i Ramones fossero cresciuti ascoltando i Canned Heat invece che i Beach Boys mentre la martellante Helpless picchia sodo sulla sfavillante slide di Eric “Roscoe” Ambel.

Uno di quei dischi inutile per molti ma prezioso per chi non si è mai rassegnato a dover trascinare la pingue della propria moglie su e giù per l’Autostrada del Sole invece di scorrazzare con un bel carico di fica per quella Route 66 che spacca in due le chiappe di Mamma America.

                      Franco “Lys” Dimauro

 

COUNTING CROWS – This Desert Life (Geffen)

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1999. L’autunno, ancora una volta.

This Desert Life è il disco che ci riconcilia con i Counting Crows splendidi intrattenitori del primo album, dopo il fosco Recovering the Satellites. Un disco che vibra dell’America più populista e ordinaria.

Quella di John Fogerty, di Springsteen, di Mellencamp.

Un album che riesce a riconquistare i fans grazie al carisma empatico di Adam Duritz ma che lascia ancora una volta dubbiosi quanti hanno visto nei Counting Crows solo l’ennesima rock band da campeggio. Arrangiamenti e partiture tornano ad essere più essenziali a dispetto della lunghissima lista di ospiti che occupa un’intera pagina del booklet splendidamente illustrato da Dave McKean. Se brani come HanginaroundMrs. Potter’s Lullaby o Four Days ben rappresentano l’ovvietà di una scrittura che mostra evidenti debiti verso il più classico suono americano, la ferite esibite su pezzi come Amy Hit the Atmosphere o Colourblind riescono ancora una volta a catturare le anime tormentate che si dibattono nel limbo fino a trascinarle giù dentro il taccuino magico di Mr. Duritz. Uno che per qualche anno è riuscito davvero a diventare come Bob Dylan e che adesso non riesce più a chiudere occhio la notte.

Come me.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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