THE RESONARS – That Evil Drone (Burger)

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Bravo e sfortunato, Matt Rendon.

La sua rara capacità di creare agili canzoncine immerse nel Merseybeat non ha mai trovato le giuste fortune. Ne’ con i Knockout Pills, ne’ con gli Okmoniks o i Foolscape Fire e neppure con i Vultures. Tantomeno con la sua creatura più longeva e brillante ovvero quei Resonars dei quali torno a tessere le lodi.

Accasatosi ora presso questa piccola label californiana pubblica un altro disco pieno di riferimenti ai Beatles e agli Who, le bands che, ammette lo stesso Matt, gli hanno cambiato la vita. Un altro altissimo esercizio di stile dove armonizzazioni beat, strumming power-pop, arpeggi jingle jangle e vibrati surf convivono fianco a fianco. Canzoni che ai tempi d’oro del neo-beat non avrebbero sfigurato dentro una Battle of the Garage. Come la criptica Black Breath che, ascoltate bene, con quei riverberi ossessivi, quel clap-handing deciso e quelle vocalizzazioni fa tornare alla mente una delle più belle meteore di quella stagione: gli Headless Horsemen.

  

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro 

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SONIC ASSASSIN – State Is Enemy, Forever!!! (Freak Show)

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Lungo e accidentato è il percorso artistico che segna la nascita dei Sonic Assassin. Un albero genealogico che affonda le radici negli A-10. Molte cose sono successe attorno a loro ma la loro fede nel più selvaggio Aussie-sound è incrollabile come documenta questo loro “ennesimo debutto”.
I santini sull’altare sono sempre gli stessi, così come i luoghi deputati al culto: Detroit e l’Australia dei primi anni Ottanta su tutti. Dalla loro i Sonic Assassin ci mettono una classe inarrivabile sviluppata attorno ad un suono potente e roccioso nella ritmica quanto supersaturo nelle orge chitarristiche, forgiato lungo anni di totale dedizione a questo tipo di patrimonio genetico.
Per chi non dorme la notte senza ascoltare prima un pezzo dei Birdman o degli MC5, un obbligo.

                                Franco “Lys” Dimauro

 

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THE GERMS – (GI) (Slash)  

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Quando (GI) arriva a casa mia, col suo nitido cerchio di dolore, Darby Crash è già morto da un bel po’ di anni. Il 7 Dicembre del 1980, per l’esattezza. Meno di ventiquattro ore prima di John Lennon. Che di anni ne aveva però quasi il doppio. E che la morte non se l’era cercata. A differenza di Derby, John la morte non l’aveva inseguita. Eppure l’avrebbero raggiunta quasi in contemporanea, ognuno a modo suo.

Erano forti i Germs. Forti ed estremi. Era già il 1979, quando mettono insieme il loro unico album. E il punk era già finito. Loro, infatti, sono il punk allo stadio terminale.

Niente caramelle, com’era invece nei dischi dei Ramones.  

E nessuna portata elaborata da nouvelle cuisine come sui piatti di Talking Heads, Television e tutta quella roba intellettuale di New York.

Dentro Germs Incognito c’è solo tanto fracasso e tanta follia.

Suonano tutti fortissimo, dentro i Germs. Pat Smear, Don Bolles e Lorna Doom non si risparmiano. Anche se le attenzioni sono tutte per lui, la belva Crash, che quando sale sul palco vomita tutta l’infanzia che gli è stata negata e quando ne scende torna a cercarla. Dentro una siringa, dentro un letto, tra le pagine di Nietzsche, nei cartoni animati dell’Archie Show, dentro i dischi di Bowie. Ovunque. Senza trovarla. Non su questa terra almeno. 

Eppure dentro le canzoni dei Germs quella fanciullezza, svanisce. Del tutto. Non ci sono chewing gum e lecca lecca, non ci sono gelati alla vaniglia ne’ burro di arachidi. Di quel paradiso di saccarosio, tra le loro canzoni, resta solo lo sdegno, l’intossicazione da zuccheri. La musica dei Germs si spinge ben oltre la “restaurazione” di tante formazioni punk e si fa voce di un disagio che non è sociale ma autenticamente, visceralmente individuale e dunque ancora più pernicioso, fino a sfociare in un narcisismo paradossale e suicida.

Canzoni come Manimal, We Must Bleed, What We Do Is Secret, Richie Dagger‘s Crime, Communist Eyes, Strange Notes, Lexicon Devil con la loro assurda ferocia che a volte si colora più o meno consapevolmente di tinte dark ma che si esprime soprattutto attorno ad una massacrante collisione di distorsioni e di una reiterata umiliazione del teorema di costruzione melodica hanno dentro tutto il disgusto e la perversione masochista che è possibile contenere dentro una striscia di bava e vomito di una manciata di secondi.

La voglia scellerata di shockare del primo punk diventa esigenza di fare, e farsi, del male. Tanto, tanto male.   

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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