SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Kaleidoscope (Polydor)

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Dopo essersi chiusi addosso la pietra tombale di Join Hands, quello che resta dei Banshees mette fuori un disco come Kaleidoscope, album che sin dal titolo rende manifesta l’idea di sbarazzarsi dalla grevità plumbea del disco precedente e di cedere alla lusinga dei colori e della policromia stilistica. Una scelta parzialmente voluta ma in larga parte vincolata all’esigenza di dover supplire all’abbandono di Kenny Morris e di John McKay. Non avendo nessuna panchina degna di tale nome, il tour di supporto a Join Hands viene chiuso con l’aiuto zoppo di una drum-machine e della chitarra di Robert Smith dei Cure. Per il terzo album la formazione trova invece un nuovo assetto con l’ingresso di Budgie delle Slits e John McGeogh dei Magazine: poker!

Kaleidoscope è disco di rodaggio per la nuova formazione, e si sente. È un album frammentario, dove accanto a pezzi dalla fisionomia pop-dark definita (Happy House, Christine, Paradise Place) pare di incontrare degli abbozzi di canzoni non ancora sviluppati (Tenant, la lunga e piagnucolosa Hybrid, la gelida Lunar Camel dove pare di sentire i Banshees rifare i Nouvelle Vogue e non viceversa, l’inconcludente Clockface su cui si sente pesante la mano di Nigel Gray, produttore dei primi tre album dei Police, la languida Desert Kisses).

Kaleidoscope è un disco sfiatato, un caleidoscopio di colori stinti.

Il tetro castello di Siouxsie non ispira più orrore e sgomento ma la compassione dolorosa di chi si trova davanti a una bellezza fatiscente e grottescamente restaurata per sobillare gli idioti.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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