DI VIOLA MINIMALE – Niente fascino (autoproduzione)  

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Una lunga striscia irrequieta di chitarre lunari legano Di Viola Minimale a quel rock italiano cinico e perverso che fu, molti anni fa, di formazioni oblique e trasverse come Umberto Palazzo e il Santo Niente, Marlene Kuntz, Disciplinatha, Massimo Volume. Formazioni cresciute a valle dell’uragano Sonic Youth e che con quell’elemento disturbante condividevano lo stesso numero chimico. Che è quello del rumore. Ordinato secondo un gusto che ha però una disciplina tutta europea, affine quindi a quello che su qualche enciclopedia del rock potreste ancora trovare sotto la voce “shoegazer”.

Gente che preferiva guardarsi le scarpe per osservare se davvero quel fluire di elettricità crepitante potesse staccarle da terra.

Che sceglieva di guardare dentro i propri sogni se proprio era necessario guardare da qualche parte, tra le feritoie che lasciano passare squame di luce che sembrano scaglie di psoriasi regalate alla propria stanza degli affanni.   

Il sogno come il punto G delle proprie emozioni.

Dimora esclusiva.

Anello di carne rosea che non si mostra al mondo.

Nido tremulo vibrante come piuma di usignolo.

Niente fascino gioca fra sussurri e “continue ripetizioni” con la zona erogena della nostra fase rem, rivelando il fascino che il titolo gli nega in otto canzoni mutevoli alle beffe umorali del tempo, volubili e capricciose. Come le donne. Come gli uomini che le amano. Come il Dio che governa le nuvole che passano sulle loro teste e concede loro il lusso cagionevole degli ombrelli.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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