THE BOX TOPS – The Original Albums 1967-1969 (Raven)  

I primi tre anni della carriera di Alex Chilton. Quelli che lo accompagnano dall’adolescenza alla maggiore età. Quattro album in un triennio. Perché le teen-band sono macchine per fare soldi e i Box Tops di dollari ne portano parecchi nelle tasche di Dan Penn, Spooner Oldham e Wayne Carson Thompson, il team che scrive i loro maggiori successi. Il primo, pubblicato nell’ estate del 1967, sale direttamente in cima alle classifiche. Anzi, vola. Sopra il rombo di motori dell’ “air ‘o’ plane” di The Letter, i Box Tops diventano i Signori del blue-eyed soul americano in virtù di quattro milioni di copie vendute. E regalano un sogno dolce ai soldati impegnati a morire in Vietnam. Un sogno che profuma di casa. Come le crostate di Nonna Papera e il seno delle donne lasciate al di là dell’Oceano. Negli anni successivi la rifaranno in tanti, quella tratta sopra le nuvole. Da Joe Cocker ai Beach Boys, dai Corvi ad Amii Stewart, da Peter Tosh agli Shadows. Senza tuttavia raggiungere la stessa altezza.

The Letter/Neon Raibow, l’album realizzato in fretta e furia per amplificare quel successo, non lesina altri effetti (stantuffare di treni, ululare di navi, scrosciare di pioggia, scampanellii e ancora rombi di aerei) e altre belle canzoni di rassicurante soul music (Gonna Find SomebodyShe Knows WhoI‘m Your PuppetNeon RainbowHappy Times le migliori).

Pur rimanendo negli stessi territori battuti dal precedente, Cry Like a Baby dell’anno successivo è un ottimo “fratello minore”, ancora irrorato di soul e di easy listening. Con due belle cover di Weeping Analeah e You Keep Me Hangin’ On al posto delle Trains & Boats & Planes e A Whiter Shade of Pale dell’anno prima e altre smarties assortite come Lost727Trouble With Sam e la title-track che sfiorerà la vetta delle charts e che i Box Tops tradurranno in italiano su etichetta Ricordi. Dan Penn si occupa della voce di Chilton plasmandola a dovere nota su nota, per ottenere l’effetto voluto, esattamente a metà fra un cantante soul e un crooner da rotocalco americano. Fino ad ottenere il risultato cercato.  

Il timido esordio di Alex Chilton come autore avviene sul terzo album della band, intitolato Non Stop e pubblicato sempre su etichetta Bell nel 1968 con un sincopato R ‘n B intitolato I Can Dig It che il cantante di Memphis rimasticherà assieme ad altri “minori” scritti per i Box Tops (Come On Honey e The Happy Song) per il suo primo album solista registrato in incognito prima di quello che sarà il canto del cigno della sua band. Al di là di questo, il terzo album dei Box Tops vede in azione l’ormai rodato team di produttori e autori dei due che lo hanno preceduto. Il tentativo di bissare il colpo gobbo di The Letter viene affidato a due autori amici di Dan Penn che trasferiscono la sceneggiatura dall’aeroporto in stazione con la Choo Choo Train che apre l’album e che viene dunque scelta per anticiparne l’uscita di ben tre mesi. Non Stop mostra un Chilton ormai conscio del proprio istrionismo vocale e in grado di passare con nonchalance dal timbro roco di Yesterday Where‘s My Mind e Rock Me Baby al rassicurante tono gospel di I Met Her In Church, di cimentarsi con  toni confidenziali su una ballata come Rollin’ In My Sleep o col sangue freddo di un cowboy sulla cover di I‘m Movin’ On.

Per l’ultimo disco, dopo la dipartita di Bill Cunningham, a reggere le fila della band rimangono i soli Chilton e Gary Talley. Dimensions registra pure la fine della dittatura di Dan Penn. In sua vece arriva il più acquiescente Chips Moman che in quegli stessi studi (gli American Sound) ha appena finito di produrre quel capolavoro che è From Elvis in Memphis, di Sua Maestà Elvis Presley. Tre i pezzi autografi di Chilton mentre Wayne Carson Thompson regala al gruppo l’ultima top twenty della carriera con Soul Deep. Il resto è la solita manciata di cover tra cui una lunghissima reprise della Rock Me Baby già presente sul disco precedente.   

Un buon disco da intrattenimento. Come del resto ogni produzione della formazione di Memphis.

Poi la vicenda, così come la discografia, si fa meno emorragica fino a inaridirsi del tutto. Non prima di aver cercato con sotterfugi e rimpasti vari di prolungarne l’ agonia con la pubblicazione di qualche altro singolo (qui inclusi solo parzialmente) di un gruppo ormai fantasma e di una clamorosa reunion nel 1998. Ma quelle sono storie da ospizio. Qui, se volete, c’è l’adolescenza felice e feconda.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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