ALESSANDRO BONINI & EMANUELE TAMAGNINI – I classici del rock (Gramese Editore) / ALESSANDRO BONINI & EMANUELE TAMAGNINI – Garage Rock (Gramese Editore)

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Con questi primi due volumi la Gremese inaugura una serie di uscite dedicate alle “Guide Discografiche” con l’obiettivo di condurre, appunto, l’avventore discografico attraverso la giungla delle produzioni discografiche che hanno segnato la storia e definito i generi musicali. Com’è norma per queste operazioni il cliente-tipo non è il fanatico ne’ il completista ma il musicofilo alle prime battute di caccia, cui abbisogna una guida che gli indichi le prede più o meno succulente. I due autori stanno attenti a non cadere nell’errore Scaruffiano del giudizio critico limitandosi a segnalare, a consigliare, ad indicare. Magari colorando con qualche bell’aneddoto e usando un dosaggio “light” di riferimenti storici e capacità di sintesi.

Il primo volume è propedeutico ai volumi specifici divisi per “settore”, lavora per macrosistemi temporali (gli anni ’60, i ’70, gli ’80 e i ’90) cercando di indicare i 200 artisti “imprescindibili” per ogni nuovo adepto alla setta del rock. I nomi sono quelli che immaginate: Doors, Beatles, Velvets, Clash, Nirvana, Dylan, Stones, Clash, Hüsker Dü, Sonic Youth, Faith No More, Korn, Beach Boys e via discernendo. Certo, risulta difficile capire quale oscuro meccanismo abbia permesso a una band inutile come gli Stone Temple Pilots di rubare spazio a gruppi come Tuxedomoon o Pavement ma sono sbavature comprensibili comunque, visto il “taglio” globale e globalizzante del saggio.

Il primo volume specifico è invece quello dedicato al Garage Rock, colmando una lacuna della editoria musicale italiana. Anche in questo caso si parla di un rapido vademecum che può essere utile a chi sta cominciando oggi, dopo il successo di bands come White Stripes o Hives ad avvicinarsi al concetto di Garage-Punk.

Iniziativa lodevole e in perfetta sincronia coi tempi che corrono. Magari qualcuno scoprirà fuori tempo massimo la grandezza ASSOLUTA di una band come i Miracle Workers e allora si capirà di non aver sprecato la propria fatica.

Anche qui il volume è diviso per decenni e anche qui qualche peccatuccio è venuto a galla. E anche pesantuccio. Ci si chiede perché ad esempio un novizio, per quanto tale, debba sconoscere in toto la scena olandese dei mid-60’s (nomi come Q65, Outsiders, Cuby + Blizzards, Golden Ear-rings saltati a piè pari) o privarsi di una istituzione della cultura garage più selvaggia come i Missing Links oppure perchè debba andare a cercare i dischi dei Long Ryders o di bands trascurabili come Tryfles o Cheepskates invece che quelli di gente come Creeps, Stomachmouths, Wylde Mammoths, Crimson Shadows (ovvero una delle più grandi scene garage degli eighties, quella scandinava, che viene completamente taciuta fatta eccezione per gruppi come Nomads o Union Carbide Productions, NdLYS). Rammarica pure vedere come una grande band contemporanea come i Solarflares non venga menzionata neanche di striscio, neppure nelle vicende post-Prisoners della scheda dedicata al gruppo britannico. Il volume presenta inoltre delle piccole interviste a gente come Dave Allen, Electric Prunes, Sick Rose, Sillies e altri e un buon campionario di riproduzioni di copertine da tutte le epoche. Scorrevole e anche ben scritto, nella sua sinteticità forzata. Ma ad alcune pecche come quelle sopra accennate non conto di passare sopra come invece può venir concesso alle discografie approssimative di Yardbirds e JSBX sul primo volume o per altre minuzie tutto sommato perdonabili (la raccolta Ampology degli Hoodoo Gurus indicata solo con un generico Anthology o i Gories costretti a rubare qualche riga ai Dirtbombs, tanto per dirne di due). Attendiamo ora di vedere cosa i due autori sapranno tirare fuori per altri campi minati come la new wave o l’indie-rock. Intanto, per chi voglia avere una prima indicazione dei dischi che si è perduto mentre MTV gli lobotomizzava il cervello con il nu-metal e il posthardcoremelodicskaemogrindputtanat del momento, cominci a comprarsi il libro e a scegliere di che dischi morire.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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THE STANDING 8 COUNTS – Greatest Hits (Merenoise)

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Dalle nostre parti non sono conosciutissimi gli Standing 8 Counts ma nella loro città (Brisbane) hanno camminato sullo stesso tappeto rosso steso per Jon Spencer, Hellacopters, 5 6 7 8’s e Make-Up, tra i tanti. Così è giusto che ve ne parli, no? Dunque. Tre chitarre e una batteria, per fracassare le ultime ossa rimaste sane alla carcassa del rock ‘n roll, dopo aver subito le botte di gente come Birthday Party, Blues Explosion o Railroad Jerk. Broke Neck Blues del resto rende appieno l’idea. Nati nel ’97, hanno atteso fino al 2004 per incidere un pezzo su un vinile. Se non è pervicacia questa, ora che tutti incidono prima ancora di suonare dal vivo……

La Merenoise mette assieme tutte le loro registrazioni, da quelle in studio del ’98, attraverso quelle private del ’99/2000, fino al rientro in studio del 2001 e 2003 e assembla così questo Greatest Hits, che tale dunque è, in barba alle furberie delle multinazionali che speculano sul formato.

Il suono dei Counts è contorto, rumoroso, rovinoso. Ascoltate un pezzo come Come On Strong: sono appena 55 secondi in cui Bo Diddley viene preso per il bavero, defraudato degli occhiali, violentato dall’armonica a bocca, appeso per il collo e ritirato giù come se niente fosse successo. Le corde sono accordate quanto basta per restare attaccate al ponte della chitarra senza scivolare via. Nessuna finezza. Blues buono per uccidere Eric Clapton, come profetizzavano i Pussy Galore di Historia de la Musica Rock. Lasciato decantare per anni nelle botti buone di Beasts of Bourbon e Scientists, tanto per restare in zona. Tanto lo sapete che un giorno verremo tutti disintegrati da un caterpillar che brucia la musica del Diavolo no? Allora? Perchè non cominciate a sdraiarvi?

 

Franco “Lys” Dimauro

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