BARTÓK – The Finest Way to Offend You (Gammapop)    

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E la Gammapop non sbaglia un colpo. E si che qualcuno si ostina ancora a considerare l’Italia la periferia dell’impero e via con la solita, trita serie di puttanate secondo cui il rock fatto in Italia è solo un derivato, un succedaneo, una discarica abusiva e fuori legge di idee saccheggiate altrove e incenerite alla meno peggio. Poi scopri che magari il tenace sostenitore di tali giudizi ha mestoli e padelle pieni della solita fuffa a base di Marlene kuntz untz e altre amenità similari e ti girano le balle. I Bartók sono di Varese, un’età media, suppongo, non troppo bassa e un taglio new wave complesso, intelligente, articolato, insolito. Lontani da certe pastosità indie grazie anche alla scelta di eliminare il suono della sei corde dall’economia del gruppo, i Bartók ci smaliziano con un disco che anche nei momenti più canonicamente rock ‘n roll (Slacker, Black Car White Shoes, Conversational Exercise) conserva i tratti noir e sinistri a cui altrove si arriva per vie più complesse e laboriose sfiorando addirittura costrutti cameristici (Untitled) o avvicinandosi in quella sorta di straniante downbeat che è Vertigo, ad una specie di incontro ombroso tra Massive Attack e New Wet Kojak.

È il post punk che bacia in bocca il jazz, i Velvet Undeground chiusi in accademia nella stessa classe con Clock DVA e Girls Against Boys. Disco nuvoloso e limaccioso, ingombro di grandi intuizioni, unico ed irresistibile.

Franco “Lys” Dimauro

 

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FUGAZI – 13 Songs / MINOR THREAT – Complete Discography / SHUDDER TO THINK – Get Your Goat / JAWBOX – Novelty / LUNGFISH – Talking Songs (Dischord)

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La recente opera di recupero e rimasterizzazione del catalogo Dischord ci da l’opportunità di rificcare il naso dentro suoni e dischi che hanno marchiato indelebilmente i primi anni novanta. La Dischord è stata e continua ad essere una fucina, un esempio di reale indipendenza mentale e gestionale. Un cazzo in culo a tanti lecchini che girano (e governano) il music-business.
Cosa siano stati capaci di costruire i Fugazi sin dal primo EP del 1988 è dominio pubblico per i nostri lettori, quindi saprete certo che 13 Songs raccoglieva in un unico supporto i primi due mini (Fugazi + Margin Walker). Dentro c’era già gran parte (ma non tutto) di quello che il gruppo di Washington userà come clichè per il proprio marchio di fabbrica. I Fugazi sono stati i Clash della generazione emocore, una autentica macchina da guerra che metabolizzava roba diversissima come l’hardcore, il noise, il raga-rock, la psichedelia (che emergerà in dischi tardi come Red Medicine o End Hits), il reggae (avete mai ascoltato attentamente le linee di basso di Joe Lally?, NdLYS), il dub, finanche la musica da camera e da sonorizzazione e ne faceva un’altra cosa, una creatura epilettica e mutante. La nevrosi urbana dei Fugazi è il singhiozzo della nostra civiltà, insieme rabbiosa e meditabonda, furiosa con gli altri e melodrammatica con se stessa e The Waiting Room rimane tra le dieci punk songs più belle di sempre.

Chi li ha seguiti conoscerà, di striscio o profondamente, i Minor Threat. Una vita brevissima come i loro pezzi ma che segnerà le coordinate, stilistiche e soprattutto concettuali, per tutto il movimento straight edge. Una furia esaltante contro i lifestyles autolesionisti e distruttivi. Lucidità mentale e fisica anteposte ad ogni altro valore. Essere punk per Ian e soci voleva dire esserci davvero, nel pieno delle proprie facoltà mentali. Complete Discography, facile capirlo, ne raccoglie tutta la carriera. Forse l’opera omnia più veloce e breve in cui vi possa capitare di imbattervi. Ma fatela vostra.


Sicuramente meno diretti gli Shudder to Think, mai amatissimi dai seguaci del nocciolo duro del punk rock. Il loro powerpop, a tratti molto vicino a quello di una band come Urge Overkill, anche se immerso sovente in un soffice feedback memore dei Dinosaur Jr., risulta spesso troppo lambiccato, costruito, arty. Get Your Goat, pur non avendone lo “spessore” storico, è un po’ il Pet Sounds del punk di Washington e dell’american rock tutto. La fantasia al potere è lo slogan, e questo molto prima che il Bollettino Soffice del Flaming Lips divenisse il disco più sopravvalutato degli anni novanta tutti.


Altri intellettuali dell’hardcore furono i Jawbox di Jay Robbins, nati dalle ceneri dei Government Issue. Potrei azzardare che Novelty sia l’album più accessibile dell’intera discografia Dischord e non credo di discostarmi molto dalla verità. E se l’Atlantic, fiutandone le capacità commerciali, avrebbe loro offerto da lì a breve un buon contratto, forse non sono l’unico a pensarlo. Ma erano gli anni dell’azzardo post-Nirvaniano, e tutto andrebbe ridimensionato all’equazione allora vigente tra le majors indie rock=dollari. Putroppo per loro avrebbero fallito il colpo, con esiti disastrosi. Ad ogni modo, il loro epitaffio per Dischord fa peso su un punk da college-radio che sarebbe stato copiato da una marea di indie bands. Provate a fare un salto a casa Crank! o Deep Elm per sincerarvene.


Più crudo il secondo album della lunga carriera dei Lungfish, prodotto tra l’altro proprio da McKaye: convulso, malsano, contorto, rumorosamente impervio, sofferto. Rispetto alle prove di Jawbox e Shudder to Think sopra citate, Talking Songs è un disco che ha retto meglio l’urto del tempo, forse proprio per una questione meramente anatomica: il sound dei Lungfish era fisicamente robusto, guadagnando in capacità di penetrazione ciò che perdeva in eleganza rispetto a tanti compagni di etichetta. C’è la serpe nera del blues che striscia dentro questo disco, ecco cosa. La vedi passare mentre Friend to Friend in Endtime o Parthogenesis ti si muovono dentro. E il Diavolo, nonostante tutto, non può mai sbagliare.

Franco “Lys” Dimauro

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SIMON & GARFUNKEL – The Graduate O.S.T. (CBS)  

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La colonna sonora de Il Laureato chiude finalmente in misura definitiva l’apparentemente interminabile operazione di riciclaggio del primo canzoniere di Paul Simon. Alternate alle musiche di Dave Gruisin, Simon la volpe e Garfunkel il gatto offrono alla CBS un mazzo dei loro piccoli classici (The Sound of Silence, Scarborough Fair, April Come She Will, The Big Bright Green Pleasure Machine) prima di calare l’asso. Che si intitola Mrs. Robinson e che però mostrerà le gambe per intero solo sul successivo Bookends. Qui, si limita a mostrarne solo una parte, come nel famoso scatto di copertina con un Dustin Hoffman che guarda il polpaccio di Anne Bancroft con le mani dentro le tasche. Due frammenti, uno strumentale, uno cantato, di quello che è destinato a diventare il nuovo tormentone del duo più famoso d’America, dopo Gianni e Pinotto. Musicalmente insomma, niente di rilevante. Una semplice sega da voyeur in attesa della grande orgia che i due stanno per regalare al mondo.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

The-Graduate