BARTÓK – The Finest Way to Offend You (Gammapop)    

E la Gammapop non sbaglia un colpo. E si che qualcuno si ostina ancora a considerare l’Italia la periferia dell’impero e via con la solita, trita serie di puttanate secondo cui il rock fatto in Italia è solo un derivato, un succedaneo, una discarica abusiva e fuori legge di idee saccheggiate altrove e incenerite alla meno peggio. Poi scopri che magari il tenace sostenitore di tali giudizi ha mestoli e padelle pieni della solita fuffa a base di Marlene kuntz untz e altre amenità similari e ti girano le balle. I Bartók sono di Varese, un’età media, suppongo, non troppo bassa e un taglio new wave complesso, intelligente, articolato, insolito. Lontani da certe pastosità indie grazie anche alla scelta di eliminare il suono della sei corde dall’economia del gruppo, i Bartók ci smaliziano con un disco che anche nei momenti più canonicamente rock ‘n roll (Slacker, Black Car White Shoes, Conversational Exercise) conserva i tratti noir e sinistri a cui altrove si arriva per vie più complesse e laboriose sfiorando addirittura costrutti cameristici (Untitled) o avvicinandosi in quella sorta di straniante downbeat che è Vertigo, ad una specie di incontro ombroso tra Massive Attack e New Wet Kojak.

È il post punk che bacia in bocca il jazz, i Velvet Undeground chiusi in accademia nella stessa classe con Clock DVA e Girls Against Boys. Disco nuvoloso e limaccioso, ingombro di grandi intuizioni, unico ed irresistibile.

Franco “Lys” Dimauro

 

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