PATTI SMITH – Horses (Arista)  

Come Joan Baez per la stagione folk e Janis Joplin per quella psichedelica, anche la generazione immediatamente successiva, quella che vive i giorni inquieti del punk, adotta la sua musa. Si chiama Patricia Lee Smith ed è nata a Chicago. Ma quando arriva a New York nel 1967, tutti la chiamano Patti. Non sa suonare nessuno strumento. E non imparerà mai. Ma ha un fiume di parole dentro. Le prime le regala agli amici dei Blue Öyster Cult. Poi, decide di metterci oltre al nome, pure la faccia. Un viso che non esprime alcuna sessualità, sotto quel cespuglio di capelli malpotati e incorniciato da un abbigliamento tipicamente maschile. In un bianco e nero rubato ai fotoritratti degli scrittori esistenzialisti. Così la consegna al pubblico americano e alla storia Robert Mapplethorpe.

È lo scatto di Horses, il disco con cui Patti debutta nel mondo della discografia incidendo su vinile le sue poesie sbilenche. Dietro di lei ci sono Lenny Kaye, Ivan Krahl, Jay Dee Daugherty e Richard Sohl. Davanti a lei, dall’altra parte del vetro degli Electric Lady Studios, John Cale. All’occorrenza, ci sono pure Tom Verlaine e Allan Lanier a dare man forte a questa poetessa che non paventa nessuna carnalità ma che in realtà elargisce dosi di sesso e amore a molti di loro.

Quando Horses si affaccia sul mercato nel Dicembre del 1975, non esiste ancora uno scaffale dedicato al punk malgrado sia stato proprio Lenny Kaye a sdoganare il termine cinque anni prima, sulle liner-notes delle sue Nuggets, raccolta-chiave per celebrare le minuscole garage-band degli anni Sessanta. Esiste però tutto il fermento che farà esplodere la scena di lì a breve. Il CBGB’s è già attivo da due anni esatti e il Max‘s Kansas City, sotto la direzione di Tommy Dean Mills, vuole Patti Smith e la sua band come ospiti fissi accanto a Mink DeVille, Television, Suicide, Ramones e Talking Heads, per dare dimora artistica a chi, partendo da arterie diverse, sta facendo coagulare in grumi la nuova musica della città. Fra di loro, è proprio il gruppo di Patti ad esordire per primo su disco, consegnando alla Arista otto reading di quella che viene da subito definita come la “poetessa punk” su una base strumentale che flirta col reggae (Redondo Beach) e col rock (Free Money, la rendition stravolta di Gloria) ma che, fondamentalmente, lavora su strutture molto aperte e sperimentali, su crescendo nevrotici e rivolti dai toni quasi drammatici che creano un mantra disarticolato perfetto per la liturgia intellettuale e fuori dagli schemi della signorina Smith. Che deciderà poi di diventare Signora Smith, lasciando al destino l’ingrato compito di farla diventare vedova Smith a soli 48 anni.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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