FLAMIN’ GROOVIES – Supersnazz (Epic)  

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A pochi mesi dall’esordio autoprodotto, i Flamin’ Groovies vengono ingaggiati da una major per essere prontamente risputati. Supersnazz, il loro unico titolo a fregiarsi del logo della Epic, arriva nei negozi nel 1969 ed è già un disco demodè in cui le vere potenzialità dei Groovies restano inespresse o, meglio, canalizzate nella riproposizione di uno stile (il rock ‘n roll basico degli anni Cinquanta, la musica tradizionale da avanspettacolo, certo R&B alla Fats Domino) che è stato già a lungo sviscerato durante la restaurazione beat ormai spenta di qualche anno prima.

Riprodotto con classe e stile impeccabili.

Che però è proprio quello che, in quel 1969 invaso da album come gli esordi di Stooges, Led Zeppelin, MC5, King Crimson, Abbey Road dei Beatles, Let It Bleed degli Stones, Hot Rats di Zappa, Trout Mask Replica di Captain Beefheart, Stand! di Sly e la sua Family, Ummagumma dei Pink Floyd o Tommy degli Who, non serve a nessuno. Il mercato, le etichette e il pubblico cercano potenza ed innovazione e rifiutano lo schematismo rispettoso ma per nulla eversivo alle cui regole Supersnazz è invece piegato. Tra i brani in scaletta solo Love Have Mercy, un trascinante boogie che sembra voler fare il verso al rockabilly acustico di Eddie Cochran e ai sermoni in salsa soul di Salomon Burke, rimarrà tra i classicissimi del gruppo californiano mentre il resto, dal grazioso scioglilingua vaudeville di Bam Balam alla morbida e stucchevole ballata A Part from That cadono subito nel pozzo oscuro della memoria. Da cui tuttavia è a volte piacevole ritirarle fuori, ora che la smania per il nuovo a tutti i costi è spesso piacevolmente sostituita dal rassicurante desiderio di concedersi una mezz’oretta di musica senza altra pretesa se non quella di accompagnarti con docilità ed eleganza, come le amicizie discrete.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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THE FALL – Sub-lingual Tablet (Cherry Red)  

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I Fall.

Di nuovo.

Come una maledizione.

Duri a morire come la Regina Elisabetta. E anche loro, anche se in maniera speculare, emblema di un’Inghilterra che non affonda. Caparbia ed irriducibile.

Quando ho iniziato a comprare dischi, loro erano già lì.

Quando ho iniziato a leggere riviste di musica, loro erano già lì.

Ora che ho smesso di comprare gli uni e le altre, loro sono ancora qui.

E mentre qualcuno ironizza sulle sorti di una delle riviste storiche dell’editoria musicale italiana chiedendosi se “esce ancora Rumore?”, nessuno osa fare dell’ironia sui Fall chiedendosi se siano ancora in giro. Non solo perché è sicuro ci siano,  ma pure per non scatenare l’irascibilità che è tra le doti umane di Mr. Smith che, dal canto suo, continua a cantare con la stessa grazia di un paziente invitato a scatarrare sangue e saliva dentro la sputacchiera del dentista.  

Il suono rimane quello classico da ossa slogate, con la sporadica aggiunta di qualche suono di tastiera a conferire un tono da casa infestata, anche questa non una novità nella lunghissima discografia della band. Che tuttavia di novità non ha alcun bisogno. Perché se compri un disco dei Fall, compri un disco dei Fall, porca miseria. E di certo non sei davanti a un espositore dell’Unieuro, davanti a quell’invitante orgia di smartphone che Mark E. Smith invita a spegnere in chiusura di Sub-lingual Tablet. Che è un signor disco ma che ovviamente è un disco per chi ha il palato aduso a masticare la musica dei Fall.

Che è simile al ronzio dell’ape. Al rumore del vostro pacco di wafer preferiti che si frantuma cadendo dalla dispensa. Allo schiocco delle cartilagini delle falangi, quando le dita scelgono di dare un senso musicale alla noia che vi attanaglia, condannandovi ad un masochismo da sala d’attesa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TURBONEGRO – Apocalypse Dudes (Boomba)

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Le sei teste della band più fracassona e turpe della restaurazione scandinava vengono rappresentate sfruttando il celebre logo della Symbionese Liberation Army in quello che è il “classico” della loro discografia. Un album che puzza di ACϟDC, Dictators, Alice Cooper, Rose Tattoo, Radio Birdman, Cheap Trick, KISS, Misfits, Stooges, di eccessi, volgarità, vodka e benzina. Un disco di hard-rock teppista e fumante che non lascia nulla all’immaginazione, neppure alla più perversa ed oscena. Tutto è ostentato e sovradimensionato, nei Turbonegro, già dalla scelta camp delle loro divise di rappresentanza che li fanno volutamente assomigliare alla versione druga dei Village People. E poi c’è questo muro di chitarre esagerato a dominare la città immaginaria dentro cui la band si muove con assoluta disinvoltura in un’apoteosi glam esuberante e parossistica che mette in mostra con orgoglio tutte le loro dipendenze psichiche e fisiologiche. Se gli indie-rockers arricceranno il naso davanti all’ennesima banalizzazione del triumvirato droga/sesso/rock ‘n’ roll, chi vuole un nuovo letto di chiodi dove lenire con tecnica da fachiro le inutili sofferenze quotidiane che la cronaca, domestica e massmediale, ci infligge, troverà qui il suo ristoro. Benvenuti, Cavalieri.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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BARTÓK – The Finest Way to Offend You (Gammapop)    

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E la Gammapop non sbaglia un colpo. E si che qualcuno si ostina ancora a considerare l’Italia la periferia dell’impero e via con la solita, trita serie di puttanate secondo cui il rock fatto in Italia è solo un derivato, un succedaneo, una discarica abusiva e fuori legge di idee saccheggiate altrove e incenerite alla meno peggio. Poi scopri che magari il tenace sostenitore di tali giudizi ha mestoli e padelle pieni della solita fuffa a base di Marlene kuntz untz e altre amenità similari e ti girano le balle. I Bartók sono di Varese, un’età media, suppongo, non troppo bassa e un taglio new wave complesso, intelligente, articolato, insolito. Lontani da certe pastosità indie grazie anche alla scelta di eliminare il suono della sei corde dall’economia del gruppo, i Bartók ci smaliziano con un disco che anche nei momenti più canonicamente rock ‘n roll (Slacker, Black Car White Shoes, Conversational Exercise) conserva i tratti noir e sinistri a cui altrove si arriva per vie più complesse e laboriose sfiorando addirittura costrutti cameristici (Untitled) o avvicinandosi in quella sorta di straniante downbeat che è Vertigo, ad una specie di incontro ombroso tra Massive Attack e New Wet Kojak.

È il post punk che bacia in bocca il jazz, i Velvet Undeground chiusi in accademia nella stessa classe con Clock DVA e Girls Against Boys. Disco nuvoloso e limaccioso, ingombro di grandi intuizioni, unico ed irresistibile.

Franco “Lys” Dimauro

 

FUGAZI – 13 Songs / MINOR THREAT – Complete Discography / SHUDDER TO THINK – Get Your Goat / JAWBOX – Novelty / LUNGFISH – Talking Songs (Dischord)

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La recente opera di recupero e rimasterizzazione del catalogo Dischord ci da l’opportunità di rificcare il naso dentro suoni e dischi che hanno marchiato indelebilmente i primi anni novanta. La Dischord è stata e continua ad essere una fucina, un esempio di reale indipendenza mentale e gestionale. Un cazzo in culo a tanti lecchini che girano (e governano) il music-business.
Cosa siano stati capaci di costruire i Fugazi sin dal primo EP del 1988 è dominio pubblico per i nostri lettori, quindi saprete certo che 13 Songs raccoglieva in un unico supporto i primi due mini (Fugazi + Margin Walker). Dentro c’era già gran parte (ma non tutto) di quello che il gruppo di Washington userà come clichè per il proprio marchio di fabbrica. I Fugazi sono stati i Clash della generazione emocore, una autentica macchina da guerra che metabolizzava roba diversissima come l’hardcore, il noise, il raga-rock, la psichedelia (che emergerà in dischi tardi come Red Medicine o End Hits), il reggae (avete mai ascoltato attentamente le linee di basso di Joe Lally?, NdLYS), il dub, finanche la musica da camera e da sonorizzazione e ne faceva un’altra cosa, una creatura epilettica e mutante. La nevrosi urbana dei Fugazi è il singhiozzo della nostra civiltà, insieme rabbiosa e meditabonda, furiosa con gli altri e melodrammatica con se stessa e The Waiting Room rimane tra le dieci punk songs più belle di sempre.

Chi li ha seguiti conoscerà, di striscio o profondamente, i Minor Threat. Una vita brevissima come i loro pezzi ma che segnerà le coordinate, stilistiche e soprattutto concettuali, per tutto il movimento straight edge. Una furia esaltante contro i lifestyles autolesionisti e distruttivi. Lucidità mentale e fisica anteposte ad ogni altro valore. Essere punk per Ian e soci voleva dire esserci davvero, nel pieno delle proprie facoltà mentali. Complete Discography, facile capirlo, ne raccoglie tutta la carriera. Forse l’opera omnia più veloce e breve in cui vi possa capitare di imbattervi. Ma fatela vostra.


Sicuramente meno diretti gli Shudder to Think, mai amatissimi dai seguaci del nocciolo duro del punk rock. Il loro powerpop, a tratti molto vicino a quello di una band come Urge Overkill, anche se immerso sovente in un soffice feedback memore dei Dinosaur Jr., risulta spesso troppo lambiccato, costruito, arty. Get Your Goat, pur non avendone lo “spessore” storico, è un po’ il Pet Sounds del punk di Washington e dell’american rock tutto. La fantasia al potere è lo slogan, e questo molto prima che il Bollettino Soffice del Flaming Lips divenisse il disco più sopravvalutato degli anni novanta tutti.


Altri intellettuali dell’hardcore furono i Jawbox di Jay Robbins, nati dalle ceneri dei Government Issue. Potrei azzardare che Novelty sia l’album più accessibile dell’intera discografia Dischord e non credo di discostarmi molto dalla verità. E se l’Atlantic, fiutandone le capacità commerciali, avrebbe loro offerto da lì a breve un buon contratto, forse non sono l’unico a pensarlo. Ma erano gli anni dell’azzardo post-Nirvaniano, e tutto andrebbe ridimensionato all’equazione allora vigente tra le majors indie rock=dollari. Putroppo per loro avrebbero fallito il colpo, con esiti disastrosi. Ad ogni modo, il loro epitaffio per Dischord fa peso su un punk da college-radio che sarebbe stato copiato da una marea di indie bands. Provate a fare un salto a casa Crank! o Deep Elm per sincerarvene.


Più crudo il secondo album della lunga carriera dei Lungfish, prodotto tra l’altro proprio da McKaye: convulso, malsano, contorto, rumorosamente impervio, sofferto. Rispetto alle prove di Jawbox e Shudder to Think sopra citate, Talking Songs è un disco che ha retto meglio l’urto del tempo, forse proprio per una questione meramente anatomica: il sound dei Lungfish era fisicamente robusto, guadagnando in capacità di penetrazione ciò che perdeva in eleganza rispetto a tanti compagni di etichetta. C’è la serpe nera del blues che striscia dentro questo disco, ecco cosa. La vedi passare mentre Friend to Friend in Endtime o Parthogenesis ti si muovono dentro. E il Diavolo, nonostante tutto, non può mai sbagliare.

Franco “Lys” Dimauro

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SIMON & GARFUNKEL – The Graduate O.S.T. (CBS)  

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La colonna sonora de Il Laureato chiude finalmente in misura definitiva l’apparentemente interminabile operazione di riciclaggio del primo canzoniere di Paul Simon. Alternate alle musiche di Dave Gruisin, Simon la volpe e Garfunkel il gatto offrono alla CBS un mazzo dei loro piccoli classici (The Sound of Silence, Scarborough Fair, April Come She Will, The Big Bright Green Pleasure Machine) prima di calare l’asso. Che si intitola Mrs. Robinson e che però mostrerà le gambe per intero solo sul successivo Bookends. Qui, si limita a mostrarne solo una parte, come nel famoso scatto di copertina con un Dustin Hoffman che guarda il polpaccio di Anne Bancroft con le mani dentro le tasche. Due frammenti, uno strumentale, uno cantato, di quello che è destinato a diventare il nuovo tormentone del duo più famoso d’America, dopo Gianni e Pinotto. Musicalmente insomma, niente di rilevante. Una semplice sega da voyeur in attesa della grande orgia che i due stanno per regalare al mondo.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BURNOUTS – Close to Breakevil (Bad Afro)  

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Tornato con un nuovo disco i Burnouts di Copenaghen, una delle prime band a licenziare un full-length per la benemerita Bad Afro. Rispetto all’ esordio si nota uno sforzo ad allontanarsi dal clichè Zeke/Puffball in cui quel disco era impantanato con qualche buon numero di rawk ‘n roll (o quasi garage, come in Just Like You) pur senza rinnegare la normale attitudine caciarona ed ultraspeed tipica del gruppo e valorizzando il contributo vocale della bassista Helle Hellcat, molto molto vicina timbricamente alla definta Paula Pierce. Auto da corsa, belle donne, il gusto dell’eccesso. Se questo è il vostro mondo, qui ci sguazzerete a meraviglia. Se invece preferite stare comodamente a casa a guardare il mondo dalla finestra fluorescente di un PC, potete sempre aspettare il nuovo Kings of Convenience.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DISCHARGE – Hear Nothing See Nothing Say Nothing (Clay)  

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In assoluto il più feroce commando di tutto il punk inglese. Che col punk delle origini non ha, ovviamente, più nulla a che spartire. Hear Nothing See Nothing Say Nothing, quasi una citazione anarchica del Tommy sordo cieco e muto portato in scena dagli Who, è puro delirio di velocità e ferocia che si definirebbe cieca, non fosse che la band inglese ha invece gli occhi ben aperti sulla barbarie che attanaglia il mondo moderno. E la urlano così come merita. Senza alcun filtro. Senza la presunzione di rappresentare un’alternativa agli eroi abominevoli del potere ma mostrando lo stesso spietato cinismo, la stessa violenza inaudita. Esasperando la velocità di esecuzione oltre ogni limite esplorato fino a quel momento, i Discharge abbassano di fatto i ponti che collegheranno il punk più deviato con il metal più violento.

Quel ponte si chiama hardcore.

Che nel caso del gruppo di Stoke-on-Trent diventa D-beat. Un massacrante, incessante, assordante cumulo di riff minimali su un ritmo che sembra trascinare con se tutto il male del mondo, assolo stordenti e iperveloci e poche, pochissime parole latrate con forza e con monotona insistenza, lanciate come bombe H su un mondo devastato dalla politica e dalla corsa agli armamenti.

Un disco eccessivo, brutale, emorragico.

Sbraitato in faccia a tutti gli uomini-scimmia che hanno sacrificato la propria vita mediocre sotto la bandiera del non vedo, non sento, non parlo. …macaco.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE HIVES – Tyrannosaurus Hives (Polydor)  

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Forti di un nuovo contratto major tornano, più eleganti che mai, gli Hives. Gli unici, non solo in Svezia, a calpestare il terreno fangoso del punk con le ghette ai piedi. Tyrannosaurus Hives mostra il quintetto in grandissima forma. Se la furia dozzinale degli esordi era già stata levigata con lo scorso Veni Vidi Vicious, il nuovo album ricompatta la loro formula attorno ad un suono curatissimo che pesca in maniera efficace dal power-pop, dal punk melodico degli Undertones e dei Buzzcocks, dalla surf music, dal beat, dalla bubblegum music o da certe bizzarrie new-wave con le chitarre che spesso tracimano dall’uno all’altro genere ma che vengono sempre tenute, come dire, sotto controllo, in un rifferama spietato fatto di accordi talmente asciutti da sfiorare in alcuni casi la pennata ska che fu cara ai gruppi mod-punk degli ultimi anni Settanta. Poi magari presto diventeranno i nuovi Green Day. O si estingueranno proprio come i tirannosauri. Io ne avrò comunque nostalgia.   

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

PiL – Metal Box (Virgin)

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Il secondo atto dei Public Image è un disco deforme e oltraggioso che si nega alla bellezza, schivandola con un atto supremo di abnegazione. Metal Box è il raschiamento uterino del ventre fecondo del dopo-punk. Particelle di suono che collidono e si sfregano mentre vengono risucchiate nel vortice ingordo di un buco nero. Public Image creano un disco insano e spettrale evitando la facile trappola della messinscena gotica ed ossianica dei nuovi vampiri del dark.

Per questo, per questa sua totale assenza di ogni “appiglio” letterario, il pozzo dentro cui ci fanno scivolare i PiL è ancora più infido e profondo. Ancora più osceno e crudele. Liberando i demoni interiori (tra cui quelli della morte di mamma Lydon, cui Johnny dedica un singolo tutto per lei intitolato Death Disco nell’estate dello stesso anno, NdLYS), Metal Box ci mette davanti allo spettacolo nudo delle nostre atrocità, scuoiando la musica bianca e innestando sotto la sua carne la polvere d’amianto liofilizzata del dub, creando un mostro macilento e sfigurato che si agita sotto una paranoia che ha la densità dell’acqua ristagnante. Un lavoro sfibrato e sfibrante anche nel formato (raccolte in tre dischi separati, le dodici tracce costringono l’ascoltatore a fare visita al piatto stereo ogni dieci minuti, come un cancro alla prostata, NdLYS) dove il salmodiare monocromatico e agonizzante di Mr. Lydon galleggia esanime come una rivoltante Leucòsia del disgusto sopra un fondale di rumori, sibili ed effetti di synth e chitarre che di Veleno non hanno solo il nome.

Metal Box è impermeabile ad ogni sorriso. Ad ogni anelito d’amore.

Non conosce la pietà ne’ la compassione, non conosce la misura del perdono e neppure i limiti del peccato. Non conosce l’alternanza delle stagioni, la lenitiva carezza del tempo, la saggezza delle rughe, la tenerezza di un abbraccio.

Solo l’austera e spietata disciplina della crudeltà.     

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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