RICH ROBINSON – Through a Crooked Sun (Thirty Tigers)

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Quando uno dei fratelli Robinson apre la porta di casa, vale sempre la pena ficcarci il naso, nonostante la puzza di bollito che arriva dalla cucina.

Stavolta tocca al corvaccio giovane Rich accoglierci nel salotto della sua casa di Atlanta. Non succedeva dai tempi di Paper, il suo debutto solista del 2004.

La porta è aperta dunque e ora sta a voi entrare o meno.

Certo, dipende molto da quello che cercate.

Se sono i gioielli di famiglia quelli che vi fanno gola, sappiate che sono andati via da un pezzo. Anche quando, ciclicamente, i due fratelli riesumano la carcassa dei Black Crowes, lo fanno per dare una spolverata ad un’argenteria che ha ormai perso la sua patina di lucentezza.

Se invece cercate solo un po’ di calore familiare, qualche coccola che vi faccia sentire come a casa e quello stesso odore di bollito non vi ributta ma in qualche modo vi ispira un’ aria di domestico rifugio, allora qui troverete di che compiacervi.

Io onestamente ho assaporato il tepore fino all’abbraccio di All Along the Way, abbassato le palpebre su Follow Your Forever e infine mi sono abbandonato definitivamente al sonno sulla noiosissima Standing on the Surface of the Sun, prolissa e tediosa sin dal titolo.

Rich continua a mescere nel suo background musicale, rivolgendo lo sguardo un po’ a sud, un po’ ad ovest. E in tutto questo guardare pare spesso perdere la bussola finendo per girare un po’ troppo su se stesso.

L’EP Llama Blues a corredo della versione inglese dell’album è invece un convincente tributo appassionato al blues elettrico, sulla falsariga del Ramblin’ Jeffrey Lee di cui spero conservate memoria: quattro brani che vibrano di chitarre slide sporche, piani honky tonk, armonica a bocca e voce filtrata.

Ridestàti dal sonno, ci accucciamo davanti al camino di casa Robinson con una bottiglia di scotch whisky e qualche salsiccia messa ad arrostire sul barbecue, pensando a come quando le dieci dita di Rich sfiorino le sei corde della sua chitarra, valga sempre la pena di mettere piede in quella casa di legno di Atlanta, Georgia. 

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE VACANTS – This Is Punk Rock (Vanguard)

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Una band che è poco più che uno scherzo.

Un disco che è poco più che una ragazzata. Ma che viene pubblicato in Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Olanda, Australia e Italia. Su vinile, cassetta e Stereo 8.

Ogni uscita, una diversa copertina.

Per poi scomparire e raggiungere cifre da capogiro nel mercato del disco usato e delle rarità da collezione. Non lo comprate, non ci vale.

Però trovandolo a 1000 Lire in un negozio di provincia come capitò a me nel 1987, (in pratica sottocosto rispetto alle 3.000 Lire “IVA compresa” imposte sulla copertina) valeva la pena vederci chiaro. Non che servisse a molto.

Malgrado il titolo abbastanza esplicito (e che quindi odorava di magagna, NdLYS) e la presenza in scaletta di minor-hits come Beat on the Brat (Ramones), Pushin’ Too Hard (Seeds), Louie Louie (Richard Berry), Sometimes Good Guys Don‘t Wear White (Standells), il disco rimaneva ancora un’incognita.

Chi cazzo erano i Vacants? Boh.

E cosa suonavano? Legnose canzoni che riuscivano ad essere più piatte di quelle dei loro maestri ma non riuscivano ad eguagliare nemmeno un decimo del loro impatto.

Una mezz’oretta dentro una sala prove di una scalcagnata band di quartiere.

Tutto basico ed essenziale ma senza cuore.

Non che ad una punk band sia necessario averne uno.

Ma questo non può permettere loro di venirci a suonare una Louie Louie da asilo nido e vendercela come punk rock. A meno che non si tratti di uno scherzo. Di una speculazione furba su un fenomeno che tutti vogliono vendere e comprare, come si trattasse della nuova bibita gasata dell’anno. 

Una barzelletta incolore sulla grande truffa del rock ‘n roll. Una di quelle che per ridere devi fartela spiegare. E alla fine fai una smorfia, non è che ridi.

Un disco su cui non varrebbe nemmeno la pena porsi delle domande non fosse per quella che ti tormenta da quando lo hai comprato: e se il disco più pregiato della mia collezione fosse una burla? Una enorme bufala? Non puoi dormire sonni tranquilli, neanche se hai speso solo 1000 Lire rinunciando al tuo Cucciolone del giorno. E poi questi qui qualcosa l’hanno pure aver studiato se hanno capito che i Seeds e gli Standells erano già delle punk band. Non sono i Decibel, insomma.

Non possono pretendere di avere ragione.

Ma non hanno nemmeno completamente torto.

Però se tu entri in casa mia e non ti presenti, se permetti, indago io…

Ricerche lunghe ed infruttuose per una band di cui nessun libro e rivista parlava neppure di striscio e di cui nessuno, tra gli altri maniaci di vinile con cui intrattenevo all’ epoca rapporti epistolari e di tape-sharing, sapeva nulla.

Tutto quello che mi era dato conoscere era lì, su quel disco. E, come per la musica che vi era stata incisa, non era granchè.

Gli autori delle canzoni si chiamavano Greenhough, Ryan, Jansen.

Solo molti anni dopo scoprì i loro nomi completi: Guy Greenhough, Tim Ryan e Jeff Jansen. Scoprì pure che alla batteria si era seduto Martin Chambers prima di finire nei Pretenders e che Terry Clamson dei Downliners Sect era in qualche modo nell’orbita del gruppo e ancora che Guy lavorava nella sede londinese della RCA e che la frequentazione degli ambienti discografici gli era stata preziosa per ottenere credito artistico e permettere che la Beatt International licenziasse il disco in quasi tutto il mondo malgrado il rifiuto della band di mettere in piedi una sorta di juke-box del punk inglese come stabilito nei patti formali stretti tra Guy ed Eddie Bourne, proprietario dell’etichetta. La storia dei Vacants era tutta lì, dentro quelle sette ore di registrazione che avrebbero generato le dodici tracce di This Is Punk Rock e, per quello che valeva, non era il caso investigare di più. Caso chiuso.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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T. REX – The Slider (EMI)  

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The Slider è lo specchio d’acqua dove Bolan, perso nel suo delirio narcisistico, riflette la sua immagine e se ne bea, donando al mondo l’illusione di una bellezza che è in realtà una esasperata proiezione di se stesso.

Marc Bolan seduto in cima alle classifiche. A guardare un mondo sempre più piccolo e lontano. Scivolando su uno specchio. Con i capelli mossi dal vento.

Marc Bolan l’onnipotente, in grado di proiettare un’ombra che è un riparo dalle brutture del mondo. 

Marc Bolan che canta di amori dalla pelle delicata. Amori che non conoscono l’affanno della forza di gravità e che sono permeabili alle fasi lunari, che si alzano come le maree, fino a toccare quel cielo che sembra promettere la leggerezza e l’ampiezza adeguate ad accoglierli.

Marc Bolan che guarda in cielo cercando Dio fra le orbite di Saturno, dentro il cuore sanguinante di Giove, tra i crateri che deturpano la faccia buona della luna.

Marc Bolan che canta con una voce da arcangelo sostenuto da un coro di cherubini e suona senza recare fastidio, mentre una nevicata di lustrini avvolge il palco.  

Marc Bolan che recita se stesso. Vizioso e affamato di attenzione, più che di amore vero. Che si da in pasto alle folle, perché ha bisogno di quei morsi.

Tutto il mondo è sotto i suoi piedi, calpestato dalle sue scarpe da donna. Abbagliato dalle sue giacche da astronauta gentiluomo.

Anche Dio si innamora dei suoi riccioli, fino a venirselo a prendere.

Con una Mini 1275GT color porpora.

Guidata da un angelo nero senza spada.

    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ROUTES – Skeletons (Groovie) / THE ROUTES – Meant to Be (Hidden Volume)  

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Il Capitan Jack continua a circondarsi di ciurmaglia dagli improbabili nomi da supereroi giapponesi. Quelli assoldati per il quarto album dei suoi Routes sono Yuichiro Tomishige e Kensaku Muronaka.

Quella che non cambia è l’orbita dentro cui la sua navicella spaziale si muove da un decennio. I Routes sono, e Skeletons lo conferma, i migliori depositari del garage-punk più zozzo e sporcaccione di questo primo scorcio di secolo. Beat demente e qualche divagazione in territorio surf fino a chiudere col deragliante R ‘n B di Be My Jane messa su con la complicità di sua maestà Mike Spenser (Count Bishops e Cannibals, che voi orde di cavernicoli dovreste aver inciso con le vostre selci già dai tempi dell’invenzione del fuoco, NdLYS): questo il contenuto di Skeletons. Quattordici brani buoni per grigliarvi le carni durante le vacanze estive in cui vi metteranno a dura prova con il solito repertorio di improbabili canzoni cantate in sudamericano. Fuzz che ruggisce come la Danelectro di Link Wray, cori da party all’ospedale psichiatrico e un delizioso siparietto degno dei Gruesomes sornioni del post-debutto come Better Off che la Groovie aveva già messo in circolazione in piccolo formato un paio di anni orsono.

Se non dovessero bastarvi, la Hidden Volume gli affianca un sette pollici dove, accoppiata a Meant to Be, trovate due cover di Cryptica memoria.

Se volete far sgranchire le gambe agli scheletri che tenete nell’armadio, questa è la maniera migliore. E non fate finta di non averne. Se così fosse, avreste sprecato la vostra vita. Che anche alla luce del sole, non è poi tutto sto granchè.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE VELVET UNDERGROUND – The Velvet Underground and Nico (Verve)

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Eh…il rock…gran brutta faccenda.

Sempre un via vai di loschi figuri.

Sporchi, volgari, depravati, deviati.

Con alle spalle un’infanzia difficile e davanti un futuro incerto fatto di droghe, alcol, alito pesante.

E dietro di loro? I vandali, gli anarchici, i drogati, i figli di puttana, i truffatori, i maniaci, gli stupratori, quelli che non si lavano, che puzzano e che presto finiranno male, porca puttana. Potete giurarci.

E dietro ancora le mamme che “l’avevo detto che finiva così” e che “se l’avessi saputo prima…”.

Ecco, pensate ciò che deve provare una povera mamma che ha cresciuto il proprio gioiellino tra le comodità di casa nel sentirsi dire un giorno dal suo amato pargoletto… “sai mamma, ho comprato il primo album dei Velvet Underground!”.

The Velvet Underground and Nico è un disco difficile, malsano, inquieto, violento, pesante. Un’opera da ascoltare con le dovute precauzioni, coscienti dell’effetto stordente e claustrofobico che il tutto potrà avere sul nostro fisico e sulla nostra instabile psiche.

È il disco che chiude definitivamente la porta dei garage delle teen bands degli anni Sessanta.

La chiude a doppia mandata, e con le bands ancora dentro occupate a suonare la loro versione di Louie Louie e Fortune Teller.

È un disco di non ritorno, come Fun House degli Stooges e Bitches Brew di Miles Davis.

Sunday Morning apre il lavoro in maniera quasi “normale”: è una dolce nenia da carillon che fa da tappeto alla voce cantilenante di Lou Reed. Sarà spesso Nico a cantarla sul palco ma Lou impone che sia lui a farlo su disco. Lo stoicismo delle sue parole fanno da contrasto alla solarità della musica, adatta per accompagnare un dolce risveglio come le dolci ore del crepuscolo.

“Attento! Il mondo è dietro di te. Ci sarà sempre qualcuno che ti chiamerà. Non voltarti, non è nulla” ci assicura Reed ed in effetti nulla lascia presagire quello che da lì a poco ci si catapulterà addosso.

Un universo popolato da spacciatori, sgualdrine, eroinomani, feticisti e donne fatali.

Un universo dove il sole non varca mai la linea dell’orizzonte se non per allungare le ombre delle bestie metropolitane che lo abitano.

L’altra faccia dell’America Peace & Love.

Già, lo spacciatore. Come quello protagonista della fiaba di I’m Waiting for the Man.

Ovvero, l’inizio dell’incubo.

Su uno scheletro sonoro che ammicca al rock and roll e al rhythm ‘n blues viene edificata una impalcatura di suoni e ritmi ripetuti fino all’ossessione.

Femme Fatale è affidata a Nico, la chanteuse che Warhol ha voluto accompagnasse il gruppo in questo loro debutto e che proprio in questo pezzo fa il suo esordio da primadonna, è un momento di distensione che serve da controbilancia al materiale più ostico.

Venus In Furs è invece V. U.’s sound al 100%: tensione allo stato puro, corrente elettrica fuori dai fili conduttori, ossessione e dolcezza, tormento ed estasi, un’implosione di suoni che culmina in un orgasmo di dissonanze provocate dalla viola di John Cale e dalla Gretsch di Reed opportunamente modificata per produrre effetti particolari come l’automatica e progressiva sequenza di note scaturite dalla nota madre o la stereofonia armonica dei suoni sputati dal suo Vox valvolare.

Run Run Run è il successivo gradino verso l’inferno sonoro e verso la catarsi musicale, stavolta al passo di un boogie elettrico. Tutta la nervosa verve espressiva dei Velvet sta lì, in quell’incedere martellante ed ossessivo, in quei latrati di chitarra ricolmi di feedback e in quella voce dal tono nasale ed indisponente.

Le incredibili feste al 131 della 47ma di Manhattan dove sesso, pasticche, musica e luci stroboscopiche si trasformano in un unico, interminabile trip, sono il tema di All Tomorrow’s Parties, il lamento cantato da Nico che chiude, agonizzando il primo lato del disco.

Ma forse il peggio deve ancora arrivare.

I don’t know just where I’m going but I gonna try…“. Con queste parole biascicate si apre Heroin sulla seconda facciata. Una locomotiva che ansima e sprizza faville mentre accelera lentamente la sua corsa, in bilico tra pazzia sfrenata, morbosità furiosa e depravazione che esplode in un caos di rumore anarchico, mentre la batteria di Moe sfilaccia il suo ritmo fino a fermarsi sepolta nel caos, senza che nessuno se ne accorga, per poi riprendere lentamente ad avanzare, brancolando nel buio. Non un inno alla droga, solo la trasposizione sonora del suo incubo.

Se riuscite a sopravviverle tirerete un’ultima boccata d’aria da There She Goes Again, molto folksy e melodica, con un attacco rubato di peso da Hitch Hike di Marvin Gaye e un testo che invece di dolce ha poco o niente e da I’ll Be Your Mirror, canzone di amore devoto scritta da Lou per una sua fiamma e spentasi tra le pronunce imperfette di Nico, ultima oasi di tranquillità prima della violenza scura e contorta di The Black Angel’s Death Song ed European Son, dedicata a Delmore Schwartz.

La prima vive dello stridente incedere della viola elettrica di John Cale, straniante e vorticosa, la stessa che ha fatto arricciare i nasi ai papponi della Elektra e costretto la band ad accasarsi altrove e che invece è la rappresentazione urbana ma non meno terribile del maelstrom di Edgar Allan Poe. La seconda è un’elevazione a potenza del delirio musicale dei Velvet Underground. Otto minuti (ma in alcune edizioni del vinile il minutaggio degli ultimi due pezzi è invertito, NdLYS) di assoluta improvvisazione free che spostano i confini dell’accessibile in una terra confusa ed alienante.

European Son è la totale distruzione del rock e la sua ricomposizione attraverso canoni di totale abnegazione di una qualsivoglia forma precostituita. Tribalismo percussivo, anarchia totale, feedback incontrollato, deflagrazione sonora, catarsi ritmica fanno parte di un unico progetto di autodistruzione simulata.

Sopravviverle è una sfida ai sensi e ai nervi.

Come assistere inermi ad un nuovo Big Bang generatore di mostri, come tuffarsi in una corsa contro il tempo e le sue regole.

The Velvet Underground and Nico è il rock. La sua dannazione e sublimazione, la sua poesia ed il suo fragore.

La sua ascesa e la sua caduta. Estasi, delirio, inizio e fine, nascita e morte.

E resurrezione.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TUNAS – We Cut Our Fingers In July (Tre Accordi)  

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Ignoro il motivo per cui i Tunas si siano tagliati le dita. E perché sia successo a Luglio. Devono comunque averlo fatto senz’altro dopo aver messo mano al loro secondo album, per fortuna. Che non è un album qualunque ma una delle migliori produzioni di area sixties-punk che siano state prodotte da quando l’uomo ha messo piede sulla Terra e i tonni le pinne nei mari. Un lavoro che riesce, nella sua semplicità di linguaggio e di riferimenti (i Sonics, i Monkees, gli Unclaimed, i Cynics, i Rationals, i Dirtbombs, i Misanthropes), a mettere in sequenza dodici brani fulminanti dove ogni cosa sembra spettinata al punto giusto. Rispetto all’esordio We Cut Our Fingers In July sfoggia un suono meno deragliante e più incline ad assecondare certe inflessioni soul che prima restavano solo latenti. Non un solo pezzo debole, non una sola canzone che passi senza lasciare tracce di sperma o sudore. Una mattanza, davvero.

     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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OS PHANTOM SURFERS E DICK DALE – Conquer Your World! (Groovie)

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La nuova copertina è più bella di quella originale del 1996 col logo Crown stampigliato sopra. La scaletta è un po’ più lunga (tre le bonus track aggiunte in questa ristampa) e gli attori sempre gli stessi: quattro surfisti fantasma che giocano con lo spirito di Dick Dale fino a citarlo in copertina in una collaborazione plausibile ma falsa come i filmati dell’Istituto Luce durante gli anni del Regime.

Il disco è in realtà interamente suonato dalla band californiana sfruttando in parte i vecchi demo registrati da Dick Dale nel 1964, i primi senza i suoi Del-Tones.

Marpiona la scelta di sfruttare il nome del Re in piena febbre da Pulp Fiction ma Conquer Your World! già allora non regalava molti brividi e il mare agitato della copertina è in realtà più piatto del previsto.

Su quelle onde tanti altri già allora erano in grado di veleggiare meglio, senza bisogno di dover falsificare la lista della ciurma.   

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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ELECTRIC SHIELDS – Back Up # 11 – Live at The Joy Club (AUA)

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Continua il suo viaggio nella storia della neopsichedelia italiana la veneta AUA, ripescando, per l’11mo volume delle sue Back Up un live-set degli Electric Shields del 1988. Venuto fuori da Riva del Garda, il gruppo di Daniele Merello sembrò allora in grado di sviluppare il discorso troncato dai Sick Rose  con l’uscita di Shaking Street. Invece, quasi a sorpresa, la formazione si lasciò rapire dalla country music di International Submarine Band e Byrds esordendo a 33 giri con un album roots come White Buffalo County. Questo live ce li mostra invece nella loro prima fase, quella superelettrica e filo-texana di piccoli classici come Flames of Pain, Open the Window, Cry Baby Cry, Indian Path. Tra le bands più capaci della legione neo60‘s, gli Electric Shields meritavano una dose del nostro fosforo. Eccovela.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE DRONES – Further Temptations (Anagram)    

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I Drones furono il terzo asse della scena punk di Manchester, dopo il genio pop dei Buzzcocks e la furia di Slaughter and The Dogs, tagliando addirittura per primi il traguardo dell’album. Infiammarono la scena con un’esigua scorta di carburante, giusto per dare fuoco ai quattro pezzi di Temptations of a White Collar Worker e al già meno urticante LP di cui parliamo: spinto da qualche + o – brillante trovata promozionale (come quella di lanciare l’album con i famosi banner da prostituta con cui sono tappezzate le cabine telefoniche inglesi o regalando collari per cani come quelli indossati dalla massaggiatrice sulla celebre cover, NdLYS) Further Temptations aveva già intuito che il punk, come ogni merce, andava “venduto”, che l’involucro contava più del contenuto e che, a proposito di questo, gli Stooges (Movement) e i Velvet (The Underdog), se non addirittura Phil Spector (Be My Baby) avevano già detto tutto.

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FUCK – Gold Bricks (Homesleep)

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I Fuck fatti a pezzetti. Proprio loro che di questo vivono, di tasselli schizofrenici di pop malfermo a metà tra Pavement e Guided By Voices. Gente a cui se chiedi di farti un pezzo che vada oltre i quattro minuti ti tiene il muso per un mese ma che sa scrivere una pop song perfetta anche con in mano solo un rastrello e un cucchiaio da caffè. Gold Brick ovviamente ne è pieno. Belle pop songs lunatiche come i proprietari, che ti piangono addosso (il Lloyd Cole in camera coi Red House Painters su Flapper, Beauty Remains per solo basso e chitarrina, Blind Beauty) o che ti scaricano monodosi di adrenalina giocando con giri di accordi micidiali (Hide FaceSituationBrazen) o con soluzioni irriverenti (Agent 389, la cover di She’s a Rainbow con tanto di cameo finale di Arthur Lee, le trombette di Me So Horny). Geniali nella loro semplicità disarmante, le canzoni dei Fuck ti si appiccicano addosso come quelle chewing gums che stanno in agguato sulle panchine e che, tuo malgrado, ti diventano compagne di giornata. Un disco a corredo della loro discografia “maggiore” ma con pari dignità se non, oserei dire, superiore. Un (ap)plauso alla Casa che Dorme.

 

Franco “Lys” Dimauro

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