THE LOVIN’ SPOONFUL – Do You Believe In Magic / Daydream / Hums of The Lovin’ Spoonful (Sundazed)  

Dentro speravo di trovarci qualche bel libretto con le curatissime liner-notes che la Sundazed raramente ha lesinato. Invece, nulla. Le tasche ci sono, ma vuote. Come le mie. E come quelle dei Lovin’ Spoonful ad inizio carriera. Tanto da trasportare a piedi strumenti ed amplificazione lungo gli otto isolati che separano l’Hotel Albert dal Night Owl Cafè. All’epoca gli Spoonful sono poco più che una jug-band che ha già il muso ammaccato dalle porte a battente di diverse case discografiche. A fare da passpartù ci pensa, quasi a sorpresa, Do You Believe In Magic che apre quelle della Kama Sutra Records e diventa l’emblema della good-time music, felice connubio tra beat e folk-rock che cerca di sfruttare il fenomeno della nuova musica giovane senza tuttavia abdicare dalla tradizione che resterà nel caso del quartetto newyorkese sempre al centro del suo repertorio garbato e cortese. Il pezzo e l’omonimo album che lo segue li impongono da subito alla ribalta lanciando parallelismi, anche per le comuni radici “popolari”, con i Beatles. Tanto che, quando Don Kirshner e la Columbia Pictures decidono di “montare” l’affare Monkees, è proprio a John Sebastian e ai suoi tre compari che pensano di affidare il ruolo. Ma John è uno che crede nelle sue potenzialità di musicista ed autore. E i Lovin’ Spoonful sono fra i pochi gruppi americani di successo a non affidare la propria musica ad abili mercenari dello studio di registrazione (in altre sedi li troverete etichettati sotto la voce “turnisti” o “session-men”) cui invece il repertorio dei Monkees è destinato.

 

Nel 1966 sono ben tre gli album cui gli Spoonful mettono mano, tra cui la colonna sonora per un film di Woody Allen stuzzicando il pallino di Sebastian per i lavori “su commissione”. La discografia “ufficiale” si arricchisce invece di Daydream e Hums con cui la band abbandona gradualmente il repertorio tradizionale per concentrarsi sempre più sui brani originali forzando le classifiche con You Didn‘t Have to Be So NiceDaydreamJug Band Music fino a sfondarle del tutto con la bellissima Summer in the City senza tuttavia abbandonare la strada maestra delle musiche di bandiera (country, blues, folk, bluegrass) che anzi vengono sviscerate con ancora maggior convinzione, facendo leva non solo sulle formidabili capacità strumentali dei quattro musicisti ma anche su una crescente consapevolezza da parte di John delle proprie qualità vocali che servono da raccordo tra il canto angelico di Mike Love e quello luciferino di Don Van Vliet.

La Sundazed rimette ora sul mercato quei primi tre album. Senza aggiungere altro.

Se non un pizzico di nostalgia.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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